Tutti e tre sono uno… – “Dray Wara Yow Dee”

Dree Wara Yow Dee

recensione di Claudio Ceriani

In_Black_and_White_cover_by_Rudyard_Kipling_1888

Rudyard Kipling

Recensione

Nella produzione di Kipling, spicca un racconto breve del 1888 nella raccolta intitolata “In Black and White”, narrato in prima persona con ritmo febbrile e allucinato da un mercante di cavalli originario di Pathan, Pakistan, a un inglese.

Grazie a un’agile scrittura priva di orpelli che immerge subito il lettore in medias res e a un sapiente dosaggio di informazioni che accresce il senso della tensione narrativa, apprendiamo che il protagonista (il cui nome resterà ignoto, così come quello del sahib inglese che gli presta orecchio) ha sorpreso la propria moglie, giovane e bella – come tutte le donne abazai, secondo il narratore – in compagnia di Daoud Shah, un uomo del suo stesso villaggio.

Mentre l’amante riesce a sottrarsi dalla furia del marito, la donna si lascia ammazzare, non prima di aver rivelato all’uomo che ha sposato il proprio disprezzo. Al marito non resta che ucciderla in modalità efferato (la decapita, le taglia i seni e getta i resti nel fiume), prima di impegnarsi in una feroce caccia all’uomo che lo porta lontano dalla sua regione d’origine e all’incontro con il sahib, al quale narra la sua storia, una vicenda che – per inciso – è destinata a durare ben oltre il resoconto che egli ne fa.

Da una traccia esile – che qualcuno sostiene essere ispirata a un poema di Robert Browning intitolato “The ring and the book” – Kipling riprende la tematica della vendetta piegandola alle esigenze di un racconto quasi sperimentale ma che ricorda – almeno per certi versi – le gogoliane “Memorie di un pazzo”. In pratica, si tratta di un flusso di coscienza nel quale l’apparente lucidità si sgretola progressivamente, lasciando spazio a un delirio di rabbia non ancora placata dal sangue.

Nel racconto frammenti di verità si alternano a squarci di follia, nei quali l’assassino – reo confesso animato da una volontà di rivalsa quasi sovrumana e che ben poco si cura di eventuali conseguenze delle proprie azioni – rivela di essere guidato da una misteriosa Voce che lo sprona a cercare il fedifrago in ogni parte del subcontinente indiano. E la visione della testa mozzata della moglie e dei djinn – diavoli del deserto – alternata alla cronaca stringata delle sue peripezie viene costantemente contrappuntata dai versi quasi irridenti di una canzone intonata dall’amante della moglie durante l’amplesso con lei e che funge da titolo al racconto: “Dree Wara Yow Dee”, ovvero tutti e tre sono uno.

Evidente è il riferimento al destino che accomuna i tre personaggi del triangolo, un fato di morte e – nel caso del mercante tradito – di follia incipiente. Sebbene sia ancora lungi dall’aver ottenuto lo scopo che si è prefisso, il narratore si dice certo del successo finale, augurandosi soltanto che la sua vendetta accada di giorno per poter meglio assaporare la gioia perversa che già pregusta.

Di fatto, la tecnica usata da Kipling è affine al flusso di coscienza (“Les lauriers sont coupés”, il romanzo di Édouard Dujardin considerato il precursore di questa tecnica narrativa, è dell’anno prima), ma tende a differenziarsi nella focalizzazione necessaria a condensare in un racconto breve la smania vendicativa del mercante. Non a caso ogni aspetto della narrazione converge, in un modo o nell’altro, verso la ricerca spasmodica che l’assassino ha intrapreso, finendo per trasformare il monologo del protagonista – unica prospettiva sulla vicenda – nella cartina di tornasole della sua pazzia.  

In tal modo, Kipling ci dona lo scorcio, breve ma intenso, di una deriva mentale che è divenuta ossessiva ragione di vita. E il resoconto torrenziale e ininterrotto dell’uomo, al contempo carnefice e vittima, si compendia in un’immagine che lui stesso usa come metafora. “… l’animo di un uomo sincero è come un pozzo e il ciottolo della confessione che vi cade dentro affonda e scompare.”

Una confessione che è destinata ad affondare e a sparire con lui, dopo l’ultima riga.