Recensione di “Melmoth l’errante” (1820) di Charles Maturin

Cover Melmoth l'errante

Charles Maturin

Recensione di Melmoth l'errante (1820) a cura di Claudio Ceriani

Nel 1816 il giovane John Melmoth, studente, riceve la notizia che il suo ricco zio è in punto di morte. Giunto nella dimora dell’agnato, gli viene detto che il vecchio è stato ridotto in fin di vita da un evento terrificante. Decide di parlare con il diretto interessato e quando questi gli chiede del vino, trova un dipinto nascosto dentro una credenza. Il giovane apprende che si tratta del ritratto – datato 1646 – di un suo antenato, mentre lo zio sostiene, contro ogni logica, di aver visto quello stesso uomo solo qualche giorno prima.

Quando l’anziano parente viene a mancare, John viene nominato suo unico erede ma per mettere mano alla cospicua fortuna dovrà – secondo il testamento – distruggere sia il ritratto dell’antenato che una determinata pergamena. Tuttavia il giovane, colto da irresistibile curiosità, invece di distruggere la pergamena in questione, si mette a leggerla. Scoprirà in tal modo che l’uomo del ritratto, il suo antenato, ha venduto l’anima al diavolo e che gli è stato concesso di vagare entro un periodo di 150 anni per salvarsi dalla dannazione, a patto di trovare entro quel lasso di tempo un essere umano che sia disposto a sostituirlo. In pratica, Melmoth dovrà tentare altri esseri umani per scampare all’inferno. 

 

Apparso nel 1820, il potentissimo romanzo gotico del reverendo Charles Maturin – prete di campagna nonché fervente patriota irlandese – venne subito salutato da un vasto successo. Le ragioni di tale successo sono spesso state discusse e, in tutta probabilità, non si limitano alla storia avvincente o ai personaggi debitamente sbozzati; in effetti, molto del fascino del libro deriva da un intreccio di tematiche.

 

Innanzi tutto va rimarcato che nemmeno “Il monaco” di Lewis mostrava un tale furore contro la blasfemia del male sotto le mentite spoglie della religione. E Maturin, da buon protestante, non lesina certo critiche alla Chiesa Cattolica; anzi, il suo è un piglio eversivo, specie quando denuncia il malaffare dell’istituzione ecclesiastica e le sue storture, a partire dell’inquisizione. Si direbbe quasi il piglio di un non credente.

 

Spesso Maturin si scaglia contro le abiezioni della vita monastica evidenziandone i lati contro natura e, non di rado, sottolinea la necessità di preti e monaci di spargere morte, dolore ed empietà come unico sfogo alla condizione di reclusi che essi hanno – più o meno volutamente – abbracciato.

 

Alle aberrazioni monacali – e qui risiede un primo elemento di originalità – si contrappone la figura del reprobo Melmoth, il quale – al contrario dei preti – non è animato da una volontà di dominio o di sopraffazione. Infatti costui – sorta di ebreo errante capace di assume diverse identità – è un riluttante collaboratore del male, il cui privilegio di ubiquità sovrumana e il cui potere sovrannaturale di spostarsi nei secoli si abbinano a una condizione pur sempre umana, mentre le sue azioni riflettono pulsioni contraddittorie (anzi, come sostiene Baudelaire, Melmoth è una contraddizione vivente).

 

Maturin attraverso il suo personaggio, tentatore lacerato da ubbie, affronta in questo suo incunabulo folgorante il problema del Male come stigma metafisico impresso dell’animo umano, al quale è impossibile sottrarsi. Anche per questo motivo, fatalmente, il romanzo è animato da una febbre di stampo omiletico, sorta di delirio allucinato eppure lucido che vive di regole proprie e crea una dimensione a parte, tanto familiare quanto arcana. La prosa che lo contraddistingue – abissale e magmatica eppure minuziosa e precisa nel descrivere situazioni inquietanti e pericolose – si sofferma, benché senza compiacimenti, sulle nequizie che gli esseri umani riservano ai loro simili. In questa prospettiva, due episodi si staccano dagli altri, quello del manicomio dove Stanton – l’autore del manoscritto che il giovane John si mette a leggere, contravvenendo alle disposizioni testamentarie – è stato rinchiuso ingiustamente e quello della fuga del giovane spagnolo Monçada, uno dei tanti personaggi che affollano la vicenda, attraverso i sotterranei del convento.

 

Nel primo caso, a Stanton tocca osservare con orrore il ripugnante volto della follia mentre Melmoth lo tenterà proponendogli di scambiare il suo posto con lui; nel secondo, il monaco che aiuta il giovane Monçada a fuggire – ma che in realtà si appresta a tradirlo – gli racconta come in un’occasione precedente egli abbia condannato a una lenta agonia per inedia una coppia di giovani amanti proprio in quei sotterranei.

 

In entrambi i casi, Maturin spinge il lettore a fare i conti con l’inferno sulla terra, sia esso incarnato dai folli (vere anime dannate ancora vive) o dagli assassini, che pare trovino conforto in modo affatto distorto nelle sofferenze altrui, un inferno che si rispecchia sia nella natura umana che nelle condizioni generali di esistenza di molti suoi contemporanei.

 

Grazie a una struttura narrativa che ricorda, almeno in parte, la mise en abyme vorticosa del potockiano “Manoscritto ritrovato a Saragozza”, si ricrea lo smarrimento di personaggi in balia di forze che non rispondono alle normali leggi della natura e la vertigine di chi è condannato a vagare nei secoli alla ricerca di un’impossibile salvezza.

 

Sotto il fardello della propria maledizione, emissario dell’oscurità eppure – a suo modo – abbagliante come un angelo caduto, Melmoth appare come una figura tragica, quasi prometeica nella sua sfida impari e scontata a forze superiori e spietate. In fondo, Melmoth suscita pietà proprio perché agogna una redenzione. Non a caso la morente Isidora – di lui perdutamente innamorata – che ne ha intuito la vera natura chiede con un filo di voce se il paradiso, alla fine, ci sarà anche per lui.

 

Maturin, destinato a morire pochi anni dopo l’uscita del suo romanzo, non fornisce la risposta ma lascia decidere al lettore.