Le rovinose di Concetta D’Angeli recensione di Serena Penni

Le rovinose cover I

Concetta D'Angeli

Recensione di Serena Penni

Le rovinose, di Concetta D’Angeli, Il Ramo e la Foglia, 2021.

Le rovinose racconta la storia di un’amicizia tra due ragazze, e poi donne, molto diverse tra loro ma forse proprio per questo tanto legate l’una all’altra. Silvana, la protagonista e spesso la voce narrante del testo, viene da una famiglia di umili origini e investe tutte le proprie energie nello studio. Il suo impegno verrà premiato dal conseguimento di una laurea a pieni voti in Architettura all’Università di Firenze, un obiettivo che la porterà a ottenere ben presto un posto in un importante studio milanese. La sua strada incrocia quella di Clara, soprannominata dalla crudeltà popolare “Bella e Grulla”. Se sul primo aggettivo la protagonista sembra essere d’accordo, definendo l’amica a più riprese come una figura dotata di grande bellezza e grazia, sul secondo le cose stanno diversamente. Clara, infatti, è tutt’altro che “grulla”, altrimenti non avrebbe potuto destare l’interesse di Silvana. Si tratta semmai di una ragazza priva di appigli interiori, con alle spalle un passato difficile mai elaborato. Il padre era un uomo geloso e violento, mentre la madre, morta prematuramente quando Clara era bambina, era malvista dal suo ambiente, che la immaginava prostituta solo perché affascinante e straniera. Le due ragazze si incontrano per via di una traduzione dal russo di un articolo di architettura, per la quale Silvana, su suggerimento di un conoscente, si rivolge a Clara, che conosce il russo grazie alla madre. Per molti anni le amiche si completano a vicenda, quasi fossero le due facce della stessa medaglia: Clara si muove nel mondo apparentemente leggiadra, svagata, accarezzando persone e cose con languida dolcezza, Silvana si getta a capofitto in ogni sua impresa, consapevole, lei sì, dei propri svantaggi sociali e delle difficoltà che la attendono. Clara è pigra, indolente, fa qualche lavoretto saltuario e ama immergersi nella lettura di romanzi, forse per evadere da una realtà troppo difficile da decifrare e da affrontare; Silvana punta a ciò che è concreto, tangibile, e si immerge anima e corpo nello studio. Clara – ed è questo forse il primo campanello d’allarme che getta luce sul suo istinto di autodistruzione – cambia uomo molto spesso, e nei suoi amanti ricerca spasmodicamente la violenza. Proprio quella stessa violenza che il padre riservava alla madre, sotto i suoi occhi increduli di bambina. Silvana invece non fa nulla per attrarre l’altro sesso, del resto dovrà presto prendere coscienza di essere omosessuale.

Ma, al di là di tutto questo, le due amiche condividono alcuni degli anni più importanti e formativi della loro giovinezza, quasi che un filo invisibile le tenesse costantemente legate. E, finché sono unite, Silvana e Clara riescono a non affondare nei loro inferni personali, a rimanere a galla, forse senza saperlo, proteggendosi a vicenda. A dividerle arriva però il mondo “di fuori”, la vita, che in questo caso porta il nome di Lorenzo, giovane di nobili origini e dal passato controverso. Quest’ultimo inizialmente si imbatte in Silvana, con cui stringe una sorta di amicizia basata più che altro su scambi a sfondo politico che non su un vero affetto ma, quando conosce Clara, ne rimane incantato e decide di sposarla. Con Lorenzo, fa irruzione nella vita delle due donne anche la violenza, in tutte le sue forme – elemento che peraltro Clara già conosce fin troppo bene. La violenza ideologica, prima di tutto. Infatti l’acuta, sagace e disincantata Dorina – moglie del loro barista di fiducia – rivela alle ragazze di aver condiviso con Lorenzo anni di attività politica intensa nel cuore degli anni di piombo, ma anche che Lorenzo era un estremista, favorevole alla lotta armata. La violenza del giovane si riversa poi interamente su Clara, la quale, dopo il matrimonio, si ritrova segregata in una tenuta di campagna, in Sicilia, dove ha inizio la sua lenta morte. Morte verso cui la stessa Clara sembra correre volentieri e a grandi passi. La violenza di Lorenzo nei confronti della moglie è sia fisica che psicologica: la donna viene allontanata dai propri affetti e persino dalla lettura; non pago di questo, Lorenzo asseconda anche sul piano fisico il masochismo della donna, conducendola per mano verso l’autoannientamento. La violenza, seppure in forme diverse, irrompe pure nella vita di Silvana. Prima di tutto, è la violenza dell’amore impossibile per Clara, del quale la donna prende atto attraverso la forma più amara della negazione e della gelosia. È la violenza subdola e inespressa del mondo lavorativo, dove una giovane architetta donna, per di più omosessuale, fatica ad affermarsi. È, ancora una volta, la violenza del destino: un tragico quanto imprevedibile episodio, infatti, mette fine, insieme, alla carriera di Silvana e alla sua relazione con Lea, metodica ed impegnata insegnante di scuola media.

La violenza assume infine la forma simbolica dei cani, che tengono segregata Clara nella sua prigione verde, nella sua casa senza bambole, nella sua piscina di morte. La violenza aleggia come una nuvola densa e scura su tutto e su tutti: come già accennato, siamo nel pieno degli anni di piombo: le stragi in Italia si susseguono senza soluzione di continuità. Del resto, alla fine del romanzo l’autrice ne dà conto in maniera esaustiva attraverso una Cronologia, quasi a voler aiutare il lettore a calare la storia da lei raccontata all’interno della Storia del nostro Paese.

Le vicende narrate si svolgono perlopiù in Toscana, tra Firenze, Siena e Livorno, e un fiorentino non può non sorridere nel ritrovare nel romanzo i luoghi che fanno parte del suo quotidiano, e che qualche decennio di globalizzazione ha irreversibilmente trasformato. Penso, ad esempio, al noto quartiere di Oltrarno, un tempo popolare, ma anche a piazza della Signoria, a via dei Calzaiuoli, a via dei Neri, che qualche decennio fa erano senz’altro caratteristiche ed eleganti.

Un ruolo chiave nel romanzo lo giocano altresì le tate: figure a metà tra le madri e le nonne, spesso si sostituiscono a queste ultime, assenti o incapaci di assolvere al loro compito. Inoltre sono loro, spesso, a raccontarci il passato, a colmare quei vuoti narrativi che altrimenti per il lettore resterebbero simili a dei buchi neri, come accade per l’infanzia di Clara e di Lorenzo. La struttura del romanzo, d’altra parte, è degna di nota sotto vari punti di vista. Innanzitutto l’autrice adotta l’espediente dell’alternanza tra la prima e la terza persona. A tratti, i fatti ci vengono narrati da Silvana, a tratti invece Silvana lascia la parola a un narratore esterno, ovvero a una parte di sé che cerca di prendere le distanze dal proprio vissuto e descriverlo come se ne fosse un’anonima spettatrice. Altro punto di rilievo è lo sfasamento temporale tra gli avvenimenti raccontati e il presente narrativo di Silvana. La donna ricostruisce il passato in parte grazie alla propria memoria, in parte grazie all’aiuto di Dorina e in parte grazie a una serie di testi scritti. Si tratta di un insieme di lettere criptate e disordinate, scritte da Clara a Silvana dalla Sicilia, sulle quali quest’ultima, un po’ per pigrizia, un po’ per paura, aveva sempre sorvolato, cercando di coglierne l’essenza e lasciando perdere i particolari, ma con cui è costretta ad avere a che fare quando gli eventi precipitano. A queste si aggiunge anche, verso la fine della narrazione, il diario di Clara, espediente narrativo non certo nuovo, ma qui usato sapientemente, per dare voce a un personaggio che non avrebbe saputo parlare altrimenti. Questo materiale viene attentamente vagliato da una Silvana triste, precocemente invecchiata, che ha dovuto rinunciare sia all’amore sia alla realizzazione sul piano professionale, trasformandosi da architetto di successo in anonima e poco motivata commerciante.

Le rovinose è un romanzo sui sentimenti; più precisamente, è un romanzo che mostra come i sentimenti – l’amicizia, l’affetto, l’amore – siano troppo spesso strumenti inadatti ad affrontare la crudeltà insita negli uomini e nelle cose. È un romanzo sulla violenza, e in particolare sulla violenza di genere; declina infatti questo tragico dato nelle sue molteplici possibilità e nel susseguirsi delle generazioni. È, insomma, un romanzo che affronta tematiche universali calandole in situazioni particolari, originali, inedite, e la cui malinconia pervasiva fa compagnia al lettore per molto tempo dopo che ha letto l’ultima pagina.