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Tycho Brahe

In Archivi di Storia, Blog

 

Thyco Brahe

Di Cinzia Morea

 

La prima volta che mi imbattei in Tycho Brahe fu in una calle di Venezia: posa rigida, espressione severa e un naso di metallo, un segno nero che spiccava sul marmo bianco del viso. La sua statua mi colpì.

Tycho Brahe soprannominato l’uomo dal naso d’oro, poco più che ventenne perse il naso in un duello e da allora prese l’abitudine di presentarsi in pubblico con una protesi al centro del volto, probabilmente non d’oro, come il soprannome suggerisce, ma, chi dice d’argento, chi di rame o ottone o probabilmente, a seconda dell’ambiente e delle occasioni, di uno qualsiasi di questi metalli.  Così recitava la mia guida della città.

Il personaggio mi aveva incuriosito, ma presa dalle mille meraviglie di quella vacanza, lo dimenticai.

L’anno scorso il suo nome spuntò fuori in una conversazione fra amici, e fu come ritrovare una vecchia conoscenza.

Nato il 14 dicembre 1546 da una ricca famiglia di nobili danesi, Tycho Brahe fu molte cose: un brillante scienziato, un beone arrogante e rissoso, un despota e un cortigiano.

Visse in tempi in cui la ricchezza e i nobili natali conferivano ad un individuo una sicurezza che facilmente sfociava nell’arroganza e nel dispotismo. L’arbitrio era frequente e tollerato. Tycho lo visse sulla propria pelle: prima di compiere due anni fu sottratto alla sua casa da uno zio paterno, privo di eredi, che volle allevarlo come proprio figlio.

A dodici anni fu mandato all’università, avviato agli studi di legge, ma a diciassette effettuò le prime osservazioni astronomiche e scoprì la passione per questa scienza.

Erano anni in cui la tradizione aristotelica iniziava a confrontarsi con idee nuove e con un ancora germinale metodo scientifico. Erano però anche tempi in cui lo studio dell’astronomia poteva affiancarsi a quello dell’astrologia e dell’alchimia senza che nessuno ci trovasse da ridire.

E Tycho fu tutto questo: astronomo, alchimista ed astrologo. Anzi pare che fosse la necessità di conoscere con precisione le posizioni degli astri, così da non sbagliare le previsioni astrologiche, a indurlo a raccogliere un’enorme quantità di dati astronomici nel corso di notti e notti di osservazioni.

Per primo capì l’importanza di un’osservazione sistematica e continua del cielo, ed è passato alla storia come il più grande osservatore astronomico ad occhio nudo.

Ai tempi in cui visse infatti non esistevano telescopi, il primo cannocchiale fu costruito da Galileo solo nel 1609, otto anni dopo la sua morte, ed egli poteva avvalersi, per le sue osservazioni ed i suoi calcoli soltanto dell’ausilio di strumenti a noi poco familiari: bastoni di Giacobbe, sestanti ed astrolabi.

Nel 1572 osservò nei cieli di Cassiopea la comparsa di una stella prima invisibile (una supernova) e col suo trattato De Stella Nova, mise in crisi la concezione aristotelica della fissità e immutabilità del cielo delle stelle fisse, così come con le successive osservazioni delle comete, corpi che transitano nei cieli, intersecando le orbite di altre stelle e pianeti, capì che le orbite non erano piani solidi, ma traiettorie ideali e immateriali.

L’ammirazione procuratagli da tali scoperte, unitamente forse al debito di riconoscenza contratto da Federico II, re di Svevia e Norvegia nei confronti di suo zio, che gli aveva salvato la vita, valsero a Tycho la donazione dell’isola di Hven, sulla quale lui fece costruire un grandioso castello e due osservatori astronomici, creando quello che fu considerato il primo centro di ricerche del Mondo.

Amante degli eccessi, questa specie di don Rodrigo col cervello di un Einstein, si circondò nel castello di Uraniborg, di una piccola corte che intratteneva con feste grandiose e sfrenate, e si abbandonò a comportamenti tirannici nei confronti degli abitanti dell’isola.

Alla morte di Federico II però gli venne meno il favore reale. Cristiano IV, il nuovo re, gli tolse gli appannaggi di cui godeva; Tycho si rifugiò a Praga, presso l’imperatore del Sacro Romano Impero, Rodolfo II. Qui poté continuare i suoi studi, avendo come assistente Johannes Keplero.

Il rapporto fra i due non fu sempre idilliaco: Tycho, rivoluzionario nella sua negazione dell’immutabilità del cielo delle stelle fisse, fu invece molto conservatore nella critica del sistema tolemaico. Contrario al sistema eliocentrico, proposto da Copernico tre anni prima della sua nascita, Tycho riteneva che i pianeti ruotassero sì attorno al Sole, ma che il Sole ruotasse intorno alla terra, immobile al centro dell’universo.

Keplero non si convinse mai della giustezza di questa ipotesi, che del resto non ovviava agli errori nei calcoli con cui gli astronomi cercavano di stabilire il moto degli astri, e fra i due dovettero esserci parecchi momenti di tensione.

Keplero comunque nel 1601, alla morte di Tycho, ereditò la carica di matematico e astronomo imperiale, la strumentazione del maestro e soprattutto l’enorme mole di dati derivanti dalle sue osservazioni, che contribuirono alle sue successive scoperte.

Ricambiò Tycho Brahe, tramandando la sua memoria nel suo trattato De Astronomia Nova, prestando fede alla promessa che pare che Tycho gli avesse strappato nel corso della sua agonia: fa che non sembri che io sia vissuto invano.

 

 

Archivi di Storia, approfondimento a cura di:

Cinzia Morea

Vive e lavora in provincia di Milano. Da sempre appassionata lettrice trovava divertente scrivere fin dai suoi primi passi nel mondo dell’istruzione.
Nel 2014 pubblica con EEE il suo primo romanzo: Costantino al Festival delle Nuvole, parte di una trilogia che narra le avventure, in un’Italia sottilmente magica, di un ragazzo di quattordici anni.
Attualmente sta lavorando al terzo ed ultimo romanzo della serie, ma per la sua terza pubblicazione ha cambiato genere, scrivendo a quattro mani con Giancarlo Ibba un giallo dalle atmosfere noir Lo Spirito del Lago, pubblicato con EEE.

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