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Torna di moda il self.

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Onda di flusso e Onda di risacca.

self publishing

di Irma Panova Maino

In questi ultimi tre anni, dal 2011 al 2014, abbiamo assistito a un fenomeno che apre diversi spunti di riflessione. Un moto ondoso che prima ha portato diversi autori a sperimentare l’auto pubblicazione, poi a tentare la via dell’editoria classica, tornando infine, per una serie di ragioni che valuteremo, di nuovo verso il self publishing.

Una prima onda di flusso ha spinto le persone a cercare uno sbocco nel mondo letterario, avvalendosi delle varie piattaforme di print-on-demand, le quali sono sorte proprio per venire incontro a tali esigenze. Quali siano state inizialmente le motivazioni, che hanno condotto al self, sono piuttosto facili da stabilire. Innanzi tutto, il rifiuto degli editori di pubblicare un determinato libro, poi il desiderio di potersi confrontare con il mondo esterno, dando in pasto al pubblico dei testi “casalinghi”, infine il dilagare di una determinata editoria a pagamento, sempre più esosa, avida e disonesta. Se abbiamo sottolineato il termine determinata è solo per il fatto che non tutti gli editori, che chiedono un contributo, sono dei cialtroni, così come non tutti quelli che si spacciano per free sanno fare realmente il loro mestiere, evitando di procurare seri danni d’immagine ai loro autori, bruciandone il “nome”.

Questo primo flusso di marea ha portato molti autori a considerare l’auto pubblicazione come l’unico modo per cercare di ottenere un riconoscimento di quanto fossero in grado di produrre. La qualità di tale produzione è decisamente relativa, in quanto, ed è un dato alquanto semplice da verificare, i primi self sono stati, nella maggior parte dei casi, degli autentici disastri. Non nascondiamoci dietro a un dito: tutti coloro, che hanno pubblicato autonomamente intorno al 2011, sanno perfettamente di aver confezionato un prodotto decisamente dilettantesco. Tuttavia, proprio a loro va il merito di aver aperto la pista agli altri e di aver fatto comprendere quali erano i passi necessari da compiere per crescere in tale ambito. La fase successiva ha trasferito molti “pubblicandi” dal print-on-demand all’editoria classica. Entrare nel mondo letterario, anche da un ingresso secondario, ha permesso loro di verificare che cosa questo universo variegato era in grado di offrire. A molti ha fatto comprendere che vi erano anche altre strade da poter intraprendere per giungere al fine e altri ancora, invece, si sono lasciati allettare dalle offerte di tutte quelle case editrici che sono riuscite, sapientemente e ingannevolmente, a esaltare l’ego e l’orgoglio stesso dell’autore.

Quindi, nel 2012 e 2013, abbiamo assistito a come la massa di autori si sia spostata dal mercatino del dilettante alla piattaforma del professionista, semplicemente apponendo un bel logo editoriale sul proprio libro.

Ma se pensavamo a una storia a lieto fine, ebbene, questa non si è verificata. Non solo il “principe azzurro” non era bello, affascinante e disponibile ma, anzi, nel giro di un anno (in taluni casi anche meno) si è rivelato essere un orco cannibale, privo di scrupoli e di moralità. E, l’editore tanto osannato prima, al quale l’autore doveva immensa riconoscenza per essere stato scelto, si è rivelato essere semplicemente un imbonitore, pronto a trattare i testi (tutti i testi indiscriminatamente) un tot al chilo, come una qualsiasi altra merce da mercato ortofrutticolo. Così l’autore si è ritrovato spolpato e disilluso, pronto a migrare da una CE all’altra, nella speranza di trovare qualcuno disposto a credere nel suo talento e non solo nel suo portafoglio.

Ed è a questo punto che è scattata l’onda di risacca. Ovvero quel movimento naturale che ha riportato gli scrittori alle origini: al self publishing e a tutti i vantaggi che questo offre. Nel corso di questi anni, anche l’auto pubblicazione ha avuto una sua evoluzione, offrendo agli autori soluzioni sempre più innovative e complete, al punto da far ritenere certa editoria decisamente obsoleta. Quindi, la migrazione non è stata causata solo da case editrici impreparate e poco trasparenti, ma anche da una tecnologia che ha posto un autore alla stessa stregua di un editore, dandogli gli stessi strumenti per poter procedere da solo, senza sobbarcarsi tutte le beghe legali dovute da contratti vincolanti. Ciò nonostante, nonostante questa avventura disastrosa e penalizzante, sempre a questi autori noi dobbiamo dare il merito di aver apportato quel bagaglio di esperienza che permette, a tutti coloro che si cimentano adesso, di non dover ripercorrere la stessa Via Crucis. Sempre a questi pionieri letterari va il nostro riconoscimento per aver diffuso il mal costume e le pessime abitudini di tutti quelli che hanno (e ancora purtroppo ci riescono) deciso di approfittare dei sogni altrui per riempire le proprie tasche. Il valore di questi primi sacrifici non va dimenticato, penalizzato, deriso e disprezzato, poiché oggi, sempre più diffusamente, l’auto pubblicazione ha assunto un ruolo sempre più manageriale e imprenditoriale. Gli autori hanno compreso che non basta scrivere per poter essere apprezzati, ma bisogna anche sapere scrivere bene, sapersi applicare con costanza e pazienza al proprio testo, perfezionandolo anche da un punto di vista tecnico ed estetico e, non ultimo, sapersi vendere senza tutti quei sotterfugi tipici di un marketing d’assalto.

Sicuramente siamo ancora lontani dall’aver preso appieno consapevolezza di ciò che realmente significa essere uno scrittore ma, da quanto abbiamo potuto constare, su un notevole campionario di “casi letterari”, gli autori stanno crescendo, stanno diventando “grandi” e danno il giusto valore a quanto compongono, senza falsi pudori e inutili vaneggiamenti e auto proclami. Il restare con i piedi per terra, ben consci di quelle che sono le loro reali possibilità, li farà diventare i veri scrittori del futuro, coloro a cui sarà affidato il compito di istruire le nuove generazioni.

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