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Scrittori si nasce o si diventa?

In Pensieri

Basta un po’ di pratica per eccellere?

born-writer

di Irma Panova Maino

In questi giorni molto si parla del fatto che per essere “scrittori” non basta la padronanza della lingua, ma è necessaria anche quella dote artistica che trasforma un semplice scribacchino in qualcosa di più eccelso. Ebbene, l’affermazione ha una sua logica di base e nasce dal fatto che, per quanto si possa utilizzare un italiano perfetto, al momento della stesura di uno scritto, se non vi è la fantasia, nulla di quanto si è posto su un foglio, anche se virtuale, può vivere di vita propria. Arte e tecnica vanno di pari passo e nessuna delle due può esistere senza l’altra. Potrebbe mai un romanzo offrire una trama eccellente, nonostante il fatto che una pessima scrittura affatichi il lettore nella comprensione del testo? Oppure, potrebbe un libro trasmettere sensazioni se, per quanto scritto in modo eccellente, mancasse di quel fuoco emozionale trasmesso dall’autore?

In entrambi i casi il risultato sarebbe comunque deludente.

Quindi, se da una parte è vero che scrittori probabilmente si nasce, quanto meno per quella musa che ispira qualsiasi artista, dall’altra è anche vero che se non vi è tecnica e non vi è la giusta preparazione, scrittori non si diventa. A questo punto la domanda sorge spontanea ed è stata fatta in diversi ambiti e da più persone: in un’epoca come questa, in cui pare che l’ignoranza regni sovrana, è davvero così importante conoscere la lingua?

In effetti sì. L’affermazione non scaturisce da quel fattore elitario che molti pensano essere dettato da personaggi titolati e possibilmente snob, ma da quello che dovrebbe essere una sorta di rispetto verso chiunque leggerà un nostro testo. La giusta punteggiatura e una corretta sintassi fanno sì che un qualsiasi scritto diventi comprensibile a tutti, ciò che poi, eventualmente, potrebbe differenziare un libro da un altro è la scelta di una determinata terminologia, ovvero se più o meno complessa o erudita. Ma a parte l’utilizzo di parole arcaiche o particolarmente “difficili”, la sostanza non cambia: l’uso corretto della lingua aumenta la comprensione del lettore verso ciò che legge. D’altra parte, chiunque arrivi a esporre i propri scritti in pubblico, sia attraverso una pubblicazione vera e propria che tramite una condivisione sui social network o in un blog, vuole essere letto. Non nascondiamoci dietro a false ipocrisie del tipo: “Io scrivo solo per me stesso”, “Non m’importa di essere letto”, queste affermazioni lasciano il tempo che trovano. Se davvero non si ha piacere di essere letti, i propri scritti è bene tenerli chiusi in un cassetto, diversamente, esponendo al pubblico il proprio lavoro si diventa passibili di lodi ma anche di critiche.

Tuttavia, una buona tecnica non è sufficiente. Un libro (o un testo qualunque), tecnicamente perfetto, può risultare comunque freddo e privo di quella vitalità che potrebbe trasformarlo in un’opera d’arte. La stessa differenza che potrebbe intercorrere fra un dizionario e un romanzo di Dostoevskij. Il primo è ineccepibile, il secondo è un capolavoro. Eppure entrambi sono dei libri, entrambi vengono scritti e stampati ed entrambi vengono letti.  Un esempio lampante si può riscontrare nella pittura. Esistono artisti in grado di riprodurre dei quadri, di pittori famosi, in modo pressoché perfetto, utilizzando le stesse tecniche, lo stesso stile e persino le stesse tonalità di colore, tuttavia, possono essere realmente paragonati a un Renoir, un Picasso o un Gauguin? Il fattore imitativo può e deve restare solo come spunto per un’ispirazione, ma non può e non deve diventare l’unica base sulla quale un artista fonda la propria opera. Questo è quello che potrebbe accadere anche a un autore che, per quanto possa essere bravo, mancherà di quella generosità che permette all’anima di impregnare le parole, caricandole di quella emotività con la quale l’autore stesso desidera esprimersi. Tutti possono imitare Tolkien o Asimov, ma di Tolkien o di Asimov ve n’è solo uno, dunque il resto non conta.

Quindi, cercate in voi quella vena fantasiosa e artistica che può portarvi a immaginare scenari di ogni genere e poi conditela con tanta, ma tanta pratica.

 

 

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6 commentsOn Scrittori si nasce o si diventa?

  • Illuminante articolo, complimenti. La frase che segue,a mio avviso, racchiude il senso di tutto

    ….di quella generosità che permette all’anima di impregnare le parole…

  • Personalmente,
    credo che quantomeno si nasca scrittori almeno per metà e poi lo si diventi in età adulta (o giù di lì). Tuttavia secondo me, moltissimi fattori influiscono sul “divenire” uno scrittore: educazione, lavoro, abitudini, amicizie e così via. In tanti casi, non si viene a creare l’opportunità giusta per diventare scrittori. C’è inoltre da considerare che scrivere è davvero un mestiere difficile, soprattutto in Italia, dove purtroppo alla fine si è quasi sempre costretti a ridimensionare il tutto ad un hobby.

    • L’età adulta è una condizione indispensabile. Quanto meno a parere mio. L’adulto ha quell’esperienza necessaria, alle spalle, che gli permette di cogliere le sfumature che la vita propone. Un giovane, tali sfumature, non è ancora in grado di afferrare. E non me ne vogliano i giovani, per loro è un bene, anche perché, di solito, le sottigliezze si acquisiscono con il tempo e con le delusioni.

  • Talento, cifra stilistica e tecnica sono indubbiamente le fondamenta per entrare a far parte del mondo della scrittura. Tuttavia non è sufficiente. Dobbiamo raccontarci, spolverarci con meticolosità come si fa con i mobili antichi. Le nostre opere devono animarsi in qualche modo mettendo a nudo chi siamo realmente. Dobbiamo arredarci nel migliore dei modi. Non esiste un manuale per questo. Le nostre pareti devono sfoggiare colori nuovi, la base per tutto questo ce la fornisce l’umiltà. Chi scrive è un pittore alle prime armi in fondo: scopriamo la tavolozza per la prima volta e lo facciamo con un timore quasi reverenziale. Il lettore ha bisogno di questo. Di percepire le nostre paure, le nostre insicurezze devono oscillare in balia delle pagine come una piccola barca senza vela in mare aperto. Diamogli modo di capire chi siamo , se gli assomigliamo, la sincerità delle nostre parole faranno da tramite: trasportato anch’esso dalla nostra corrente vorrà sapere come e cosa raccontiamo nei nostri scritti. Esporsi con autenticità crea una sorta di complicità, la stessa che stabiliamo con la nostra penna. L’intimità deve travolgerli. Raccontiamo i nostri segreti tenuti nascosti per troppo tempo: si sentono stretti avvolti nel mistero, hanno voglia di uscire farsi vedere e sentire dai nostri lettori. Sta a noi con una sorta di linguaggio corporeo farci riconoscere: una copertina e un titolo non bastano. Insomma scrivere è un po’ come lanciare un aquilone dai colori confusi fate in modo che chi legge ne colga i colori e sfumature. Ispirazione, perseveranza, grammatica e certamente un buon vento a favore farà il resto. Io sceglierei lo Zefiro. E voi?

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