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Saluti da un polder

In Blog, Pensieri

Saluti da un polder di Valeria De Cubellis

Valeria è una donna speciale, uno di quei talenti, autentici e del tutto naturali, che non hanno bisogno di null’altro se non di se stessi per comunicare con gli altri. E lei lo fa in modo sempre molto intenso e vibrante, infondendo in ogni scritto un’emotività unica, quasi magica. Lei “arriva”, arriva direttamente al cuore, allo stomaco e all’anima, perché è soprattutto da quest’ultima che trae ogni singola parola che poi trascrive nei testi. D’altra parte si vede e si legge. Godetevi questo suo articolo, perché chiunque di voi sia improvvisamente rimasto a casa e abbia trovato nella scrittura la sua nuova voglia di vivere, si sentirà coinvolto da quanto Valeria scrive.

io sono uno scrittore blog

Di Valeria De Cubellis

La mia sveglia suona presto, la mattina.
Il giorno porta incombenze e in genere oggi alle donne tocca di trovare una soluzione che mi fa pensare ai Paesi Bassi: da quelle parti tirano fuori terra da coltivare sottraendo spazio al mare. Che siano indotte dalla necessità di esercizi ginnici per combattere gli effetti collaterali della forza di gravità su cosce e glutei, o che si tratti d’amore per conoscenza, libri e scrittura, quello devono fare le donne: coltivare se stesse, agli estremi della giornata, strappando via del tempo al sonno.
Polderizzare.
E abitare finalmente uno spazio libero.
Non è giusto ma la giustizia non è di questo mondo.
Nemmeno la perfezione.

Così si intitolava, nella traduzione in lingua d’oltralpe, la mia prima pubblicazione: “La perfection n’est ne pas de ce monde“, “Nulla è perfetto”, un racconto che faceva parte dell’antologia italo-francese “Racconti? Quelles nouvelles?” edita da Scriptorium di Torino.
Era il lontano, ma che dico, lontanissimo 1995.
Avevo ventitré anni ma non la piena consapevolezza dei miei desideri, neanche quella delle mie capacità: scrivere era importante, ma spontaneamente relegato a una vita parallela, in spazi alquanto angusti. Da quel momento di anni ne sono passati più di venti, caratterizzati dal fatto che prima di qualsiasi privata inclinazione e di me stessa, è sempre venuto il dovere, inteso come espletamento di pratiche necessarie volte al raggiungimento di fini concreti, tangibilissimi: applicarsi ad un mestiere “serio” per ottenere un emolumento, anche modesto ma “sicuro”, volgarmente detto sbarcare il lunario. Pulire casa, lavare, stirare, scodellare pasti.
E tutto è fluito così. Apparentemente nel modo giusto. Certamente in quello necessario.

D’altronde non ci hai mai pensato seriamente di fare la scrittrice.
D’altronde ci sono cose più urgenti.
D’altronde, onestamente, come si può credere di campare scrivendo? Non sono Umberto Eco e nemmeno una velina. Forse adesso due, per età.
D’altronde un giorno la mia vita è cambiata. Cose che capitano a noi umani, niente di eccezionale: si chiama cassa integrazione a zero ore.

Il giorno prima ero responsabile agli acquisti con competenze in campo di qualità aziendale e dei processi produttivi in una piccola ditta di videogiochi e sistemi di sicurezza.
Il giorno dopo… niente.
Niente nel senso di… niente.
Il vuoto sopra una panchina al parco giochi.
Lo spazio nelle corsie del supermercato, perché mi sono ritrovata a vivere il mondo in orari insoliti e tanto mi bastava per farmi sentire un alieno in un posto sconosciuto. Mi guardavano incuriositi anche gli anziani, con cui condividevo sguardi acuti sulla scadenza del latte.
Il caso non esiste.
Lo dicono in tanti da millenni. Vero oppure no a me questa cosa è rimasta in testa col fiato di maestro Oogway e sebbene io non sia un panda in sovrappeso destinato alla leggenda, quelle parole mi sono tornate in mente, in quei giorni, e come in una folgorazione, senza pesco celestiale, ho cominciato a guardare la realtà con un altro atteggiamento. A cogliere questo evento, che minacciava di modificare i connotati della mia carta di identità, non come una calamità ma per quello che era veramente: un’opportunità. E anche bella grossa.
Ho cominciato a scrivere. Scrivo da tanto ma a quarantatré anni ho cominciato a scrivere sul serio. Ho scoperto una cosa che mi ha sorpreso, e non avrebbe dovuto: scrivere mi piace immensamente. Molto più di quello che credevo. Scrivendo ho ritrovato la mia voce. Sarebbe più corretto dire che l’ho trovata.
Ho avuto paura di dire agli altri quello che facevo di giorno, e che mi rendeva nuovamente una persona con un’occupazione, con sollievo degli anziani che non dovevano più combattere con la sottoscritta per l’accaparramento del cartoccio di latte con la scadenza più lunga.
Ho avuto paura perché pensavo di essere presa per pazza.
Tuttavia le persone che mi amano, per pazza non mi hanno presa. Mai. Hanno fatto un’altra cosa: mi hanno dato fiducia. Tutta quella che mancava a me. E ho ripreso a fare ciò che il grande Oreste del Buono mi aveva consigliato anni prima: scrivere e mandare. Ecco perché vincere il primo Terra di Guido Cavani è stato meraviglioso. L’attribuzione di un premio importante, in un momento di cambiamento, mi ha innalzato ben oltre il desiderio di farmi leggere, pubblicare, arrivare agli altri: mi ha mostrato che era possibile. Che era vero. E ricevere sorrisi e abbracci di questi nuovi amici, mi ha motivato ulteriormente.
“Avanti, avanti” mi hanno detto sul palco quando emozionata ho affermato davanti a tutti la mia voglia di scrivere.
Sento di dire che sono nata lì, come scrittrice.
Neanche più mi fa paura, definirmi così.
Scriveva Virginia Wolf nel suo mirabile saggio “Una stanza tutta per sé” che una donna deve avere denaro, cibo adeguato e una stanza tutta per sé, se vuole scrivere romanzi.
Aveva ragione.
Tuttavia anche un polder può andar bene perché ora non posso più smettere di sognare. E neanche di scrivere.

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