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Salone del Libro 2018: il Salone delle occasioni perdute

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Salone del Libro 2018: il Salone delle occasioni perdute

Nonostante tutti i titoli positivi apparsi sui giornali in questi giorni, in merito al grande successo ottenuto quest’anno dal Salone del Libro, dobbiamo purtroppo informarvi che le cose non stanno esattamente come vogliono farvi credere, questo è stato il Salone delle occasioni perdute.

Non vogliamo smentire l’enorme afflusso del pubblico, anzi, lo confermiamo dal momento che abbiamo vissuto l’invasione dei visitatori anche noi, né vogliamo sminuire l’importanza dei numerosi eventi che hanno creato code chilometriche e che hanno comunque portato visibilità e prestigio a tutta la kermesse e non vogliamo nemmeno sottovalutare la mole di lavoro che è stata fatta per riuscire a far aprire i battenti di questo appuntamento mondiale… Tuttavia…

Tuttavia molte cose sono andate storte, troppe per essere semplicemente liquidate come “piccoli problemi di poco conto”, così come è stato sottolineato nel corso della conferenza stampa di chiusura che si è tenuta l’ultimo giorno.

Cercare di riassumere tutti questi “piccoli problemi” in un unico articolo non è facile, così come non è facile descrivere il disagio subito da moltissimi espositori i quali si sono ritrovati a dover fare i conti con un’organizzazione fallace e approssimativa.

Ciò che si può dire, per riassumere brevemente il tutto, è che non basta citare i grandi numeri offerti dalle presenze dei visitatori, non basta nemmeno rimarcare i nomi dei numerosi ospiti, non basta se alla base i piccoli e medi espositori (ovvero la maggioranza) hanno passato cinque giorni nel caos assoluto, e non grazie al pubblico.

Nei primi due giorni abbiamo assistito al continuo allestimento degli stand e questo per diverse ragioni, tra le quali:

  • conferme delle piantine arrivate solo nel week end precedente all’apertura del Salone;
  • piantine sbagliate;
  • mancato allacciamento della corrente;
  • mancanza dell’insegna identificativa dello stand o mancanza dei ripiani e delle mensole;
  • mancanza della moquette nei corridoi;
  • moquette fradicia, inzuppata d’acqua;
  • mancanza della mappa del Salone, le stampe erano terminate già il giovedì verso mezzogiorno;
  • disorganizzazione (code inspiegabilmente miste nella giornata di venerdì) nella procedura di verifica della sicurezza all’entrata e di smaltimento delle biglietterie;
  • diversi espositori relegati nel padiglione 4, chiamato “affettuosamente” fantasma, dal momento che nessuno sapeva della sua esistenza;
  • norme di sicurezza (soprattutto quelle elettriche) palesemente violate;

Questi sono per lo più i punti che sono stati segnalati nei vari stand, alcuni espositori ne hanno subito solo uno, altri non sono stati così fortunati. Fatto sta che “le voci di corridoio” sono state tinte da toni rabbiosi, delusi, insoddisfatti e polemici, a ragion veduta.

Detto questo, il Salone potrebbe ancora sperare di sopravvivere se non ci fosse Milano ad alitargli sul collo e quest’anno Milano ha decisamente raddrizzato il tiro, lasciando chiaramente intendere che è disposta a migliorare ancora nei prossimi anni, offrendo ai propri espositori tutto quello che Torino non è più in grado di dare.

Perché la verità è che Torino si è dimenticata degli editori, non di quelli grandi che con i loro “abusi edilizi” hanno troneggiato in modo ancora più mastodontico al Salone, portando via lo spazio ad alcuni dei “piccoli” che sono stati messi in castigo nel padiglione 4, quello fantasma; Torino ha ringraziato gli sponsor, l’organizzazione, la Regione, la Provincia, il Comune, i visitatori, gli ospiti e le maestranze… e agli editori, ai piccoli/medi editori, quelli con la pavimentazione zuppa d’acqua, quelli che sono rimasti al buio il primo giorno, con il pubblico che già circolava nei corridoi, quelli che non sapevano dove esporre i libri per la mancanza di arredi e quelli che non sapevano dove andare perché le piantine erano sbagliate, a quelli Torino ha rivolto appena un cenno, liquidandoli con la frase “piccoli problemi di poco conto”.

A questo punto qualche riflessione va fatta, soprattutto per l’amarezza con cui molti sono usciti dai padiglioni dove si è svolta la kermesse, riportandosi a casa gli scatoloni colmi di libri invenduti. Lo sappiamo tutti che non si va a Torino per vendere, si va al Salone del Libro perché è un luogo in cui si possono stringere alleanze, fare conoscenze, prendere contatto e allestire una vetrina utile per il proprio operato. Siamo andati a Torino perché l’anno scorso, in occasione della scissione con Milano, abbiamo voluto credere che la tradizione culturale potesse avere ancora un peso e potesse essere valorizzata da quelli che “contano”, siamo andati a Torino facendo sacrifici e mettendo già in conto che, come negli altri anni, il costo sarebbe stato sicuramente superiore al ricavato… e siamo andati a Torino armati di quella folle speranza che aveva riempito i nostri cuori l’anno precedente, vedendo come la cultura fosse stata messa, almeno per una volta, al primo posto, davanti a tutto e nonostante tutto.

E siamo stati delusi a causa della burocrazia, dai soliti intoppi politici, dalle solite lungaggini che rendono questo Paese una tartaruga in mezzo alle lepri. E abbiamo sprecato un’occasione d’oro.

L’anno prossimo, quando Milano si sarà organizzata in modo ancora più dinamico e produttivo, agli espositori che vengono da “fuori”, quelli che per capirci non risiedono in Piemonte, cosa potrà dare Torino per evitare l’assenteismo? Perché gli editori, a parità di prezzo, dovrebbero privilegiare il Salone, quando potrebbero avere di più e meglio?

E, a quel punto, cosa guarderanno i visitatori, passeggiando per corridoi semi deserti, in mezzo a stand desolatamente vuoti?

Ancora una volta vado controcorrente, ancora una volta mi discosto da tutte le voci ufficiali e non condivido le previsioni che sono state fatte, in questo caso, seguendo un entusiasmo alquanto azzardato. Torino ha ancora una possibilità, l’ultima, poi i tempi supplementari saranno finiti e il Salone del Libro potrà chiudere definitivamente i battenti.

Il 2019 (il prossimo Salone si terrà dal 9 al 13 maggio) sarà l’anno delle verifiche e delle somme, se nulla verrà cambiato, se non si opterà per una soluzione più moderna ed efficace e se non si toglieranno le ragnatele del vecchiume che circonda questo Palazzo culturale… non resterà altro da fare che prenotare uno spazio a Milano.

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