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L’attacco a Pearl Harbor

In Archivi di Storia

Pearl Harbor: giorno dell’infamia, giorno dell’inganno, giorno del drago dalle ali d’oro?

di Grazia Maria Francese

 

“Rashomon”, il film capolavoro del regista giapponese Akira Kurosawa, presenta la stessa storia da tre punti di vista: quello del bandito che ha ucciso un samurai, quello del samurai stesso e quello della donna che lo accompagnava. Ne risultano tre storie del tutto diverse.

La stessa cosa si può fare con la storia di Pearl Harbor. Questo episodio chiave, che fa entrare in guerra gli Stati Uniti trasformando in “mondiale” una guerra fino a quel momento limitata all’Europa, da cosa è stato provocato, da chi? Cominciamo con il punto di vista “normale”, quello che tutti conoscono.

Il giorno dell’infamia

All’indomani dell’attacco, nel suo discorso alla nazione il Presidente Roosvelt dice:

“Ieri, 7 dicembre 1941, una data segnata dall’infamia, gli Stati Uniti sono stati improvvisamente e intenzionalmente attaccati dalle forze aeree e navali dell’Impero del Giappone.

Gli Stati Uniti erano in pace con questo paese e su richiesta del Giappone, erano ancora in contatto con il suo Governo e il suo Imperatore nel tentativo di mantenere la pace nel Pacifico.

In realtà, un’ora dopo che le squadriglie aeree giapponesi avevano iniziato il bombardamento a Oahu, l’Ambasciatore giapponese negli Stati Uniti e il suo collega hanno consegnato al Segretario di Stato una risposta formale al recente messaggio americano. Sebbene essa affermasse che sembrava inutile proseguire i negoziati diplomatici in corso, non conteneva alcuna minaccia né accenno di guerra o di attacco armato. Tenuto conto della distanza dalle Hawaii al Giappone, risulta evidente che l’attacco è stato pianificato con molti giorni se non addirittura settimane di anticipo. Nel frattempo il Governo Giapponese ha intenzionalmente cercato di ingannare gli Stati Uniti con dichiarazioni false ed esprimendosi a favore del mantenimento della pace.”

Poi Roosvelt elenca i luoghi che sono stati attaccati nello stesso giorno di Pearl Harbor: Malaysia, Hong Kong, Guam, Filippine, isole di Wake e Midway. Insomma, il nemico è alle porte e potrebbe attaccare la California o qualunque altro punto della costa americana.

La conclusione è scontata: “Chiedo che il Congresso dichiari lo stato di guerra tra gli Stati Uniti e l’Impero giapponese, a seguito dell’attacco non provocato e codardo del Giappone di domenica 7 dicembre 1941.”

Questo discorso di 6 minuti ha un impatto enorme, facendo divampare l’odio contro i “perfidi” giapponesi. Odio che non si estinguerà con i campi di concentramento per i “jap” e neppure 4 anni dopo, con le atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki. L’opinione pubblica americana commenterà così quello che resta (finora) l’unico bombardamento nucleare effettuato nella storia su centinaia di migliaia di civili: abbiamo saldato il conto di Pearl Harbor.

La cosa strana è che Roosvelt, all’inizio del suo terzo mandato presidenziale (1941-45) sembrava intenzionato a tenere gli USA fuori dalla guerra. Tra le sue promesse elettorali c’era la seguente: “nessuno dei vostri figli sarà mandato a morire in terra straniera”.

Poi cambia idea. La Germania ha attaccato l’Inghilterra, che sembra sul punto di soccombere. Bisogna fermare Hitler. Bisogna convincere il Congresso a dichiarare guerra alla Germania. Ma come?

L’attacco a Pearl Harbor è l’appiglio cui il Presidente si aggrappa per ottenere il suo scopo.

Fino ad allora, il 90% degli Americani era contrario a entrare in guerra: dopo si schierano compatti a favore dell’intervento. E dal momento che il Giappone ha firmato il patto tripartito con Italia e Germania, ciò attiva automaticamente il conflitto anche con gli altri due Paesi.

Insomma, se Pearl Harbor non ci fosse stato, Roosvelt avrebbe dovuto inventarlo.

l giorno dell’inganno

L’attacco dell’aviazione giapponese ha un totale successo anche per l’incredibile negligenza delle truppe americane di stanza alle Hawaii.

Quella domenica mattina, quando il primo stormo di caccia si leva in volo dalle portaerei del Sol Levante, la maggior parte dei marines non ha ancora aperto gli occhi. La sera prima c’è stata una partita di football americano, e la vittoria della squadra locale è stata festeggiata con una sbronza gigantesca. Gli aerei statunitensi sono schierati sulle piste, le munizioni della contraerea chiuse nei depositi di cui hanno le chiavi i comandanti, molti dei quali non sono ancora rientrati. Le reti antisiluro all’ingresso del porto non sono posizionate. La maggior parte dei radar è spenta.

Sul monitor dell’unico rimasto acceso, quello di Opana, alle 7,15 si delinea una serie di puntini luminosi provenienti da nord. Gli operatori la segnalano al tenente Taylor il quale risponde, testuali parole: “non preoccupatevi di questo.” Mezz’ora dopo si scatena l’inferno.

A fronte di una risposta che ha conseguenze gravissime, Taylor non sarà neppure degradato: concluderà la sua carriera con il grado di colonnello.

Insomma, ce n’è abbastanza da far pensare che non si sia trattato di semplice idiozia.

Nel dopoguerra la teoria del complotto è sostenuta non da qualche giornalista fantasioso, ma dal contrammiraglio americano Theobald che nel suo libro “Il segreto di Pearl Harbor” scrive:

“Roosvelt ha spinto il Giappone alla guerra con un’implacabile pressione diplomatica ed economica, l’ha provocato ad aprire le ostilità… in una conversazione con l’ammiraglio Richardson nell’ottobre 1940, ha espresso la convinzione che sarebbe stato impossibile ottenere dal Congresso una dichiarazione di guerra senza un evento sensazionale in grado di provocarla.”

Da notare che Richardson, comandante della flotta nel Pacifico, dopo tale conversazione si è dimesso. È stato rimpiazzato con l’ammiraglio Kimmel, amico personale di Roosvelt. Dopo la guerra Kimmel sarà condannato per negligenza diventando il capro espiatorio, e chiusa lì.

Un altro fatto che avvalora la teoria del complotto, è che a Pearl Harbor il giorno dell’attacco non c’è neppure una portaerei americana. Si trovano tutte in mare. Alla base sono rimasti i bersagli più sacrificabili: corazzate, aerei e uomini.

Messa nel dimenticatoio durante la guerra fredda, la teoria del complotto riaffiora negli anni ’70 quando l’applicazione del Freedom of Information Act permette di accedere ai documenti segreti del Pentagono. Hanno inizio ricerche approfondite che portano a una importante scoperta.

Nel 1940, un peschereccio norvegese aveva ripescato nello stretto di Bering il cadavere di un ufficiale giapponese, rimasto a galla grazie al giubbotto di salvataggio. In tasca gli era stato trovato quello che sembrava un libro di matematica, pieno di strane formule, subito consegnato dai marinai a una guardacoste americana incrociata per caso.

Con un incredibile colpo di fortuna, i servizi segreti USA avevano così messo le mani sui codici che la Marina Imperiale usava per scambiare messaggi in cifra. È un po’ difficile credere che non li abbiano usati nel 1941, e quindi fossero all’oscuro di ciò che bolliva in pentola. Come è difficile pensare che si siano lasciati passare sotto il naso dieci portaerei nemiche, sommergibili e compagnia bella nei ben 11.000 km del percorso di avvicinamento. Non avevano mezzi navali o aerei di ricognizione? Non avevano spie?

A proposito di spie, dalle nuove indagini salta fuori il nome di un agente segreto a Tokyo, tale Arthur McCollum. Nato in Giappone da genitori americani, McCollum conosceva perfettamente la lingua e la mentalità dei Giapponesi: aveva molte conoscenze, perfino il principe imperiale cui aveva insegnato a ballare il charleston.

Nel 1940 l’agente invia a Roosvelt un memorandum in 8 punti, ciascuno dei quali si riferisce a un’azione economica o militare da intraprendere allo scopo di spingere il Giappone a colpire per primo. È un po’ difficile che una spia prenda un’iniziativa simile se nessuno gliel’ha chiesta. Fatto sta che Roosvelt metterà in atto il contenuto di questo memorandum, punto per punto.

Comunque siano andate le cose, la maggior parte degli storici concorda ormai su questo fatto: il Giappone, consapevole che vincere sugli Stati Uniti era un’impresa disperata, ha cercato in tutti i modi di trattare. La proposta di pace, fatta inizialmente attraverso due missionari in contatto con il famoso finanziere Lewis (quello dei jeans) ha poi preso la strada della diplomazia ufficiale, con la proposta fatta dall’ambasciatore Nomura di mantenere nel Pacifico una sorta di status quo. Roosvelt e il segretario di stato Hull l’hanno respinta con fredda intransigenza, opponendo alle concessioni giapponesi richieste sempre maggiori, mettendo i vertici militari del paese in un vicolo cieco. Hanno lasciato loro una sola possibilità: attaccare.

Il giorno del drago dalle ali d’oro

Il generale Hideki Tojo, che nell’ottobre ’41 é diventato capo del governo giapponese, prosegue i negoziati con gli americani con due proposte, A e B. La seconda (da presentare solo nel caso che la prima venga rifiutata) prevede il ritiro delle truppe nipponiche dall’Indocina. Nel contempo però Tojo fa preparare alla Marina Imperiale un piano di attacco.

La proposta A viene respinta subito dal Segretario di Stato americano Hull (il quale, non si sa perché, in seguito riceverà il Nobel per la pace). Il 19 novembre i Giapponesi consegnano la proposta B. Hull risponde chiedendo loro di stracciare il patto con Italia e Germania, e presenta un decalogo di richieste (i dieci punti di Hull) del tutto fuori dalla realtà.

Nel frattempo la flotta giapponese ha terminato la preparazione.

L’ammiraglio Yamamoto Isoroku, personaggio chiave nella vicenda di Pearl Harbor, non è uno stupido fanatico. Egli non crede che il Giappone possa vincere sugli Stati Uniti nel lungo periodo. Conosce bene il potenziale produttivo dell’industria bellica statunitense, enorme confronto a quella nipponica. Per vincere c’é una sola possibilità: annientare la flotta americana fino a quando essa si trova in una condizione di inferiorità.

Il piano d’attacco proposto da Yamamoto, una sorta di missione suicida dove gli aerei non avrebbero nessuna possibilità di tornare indietro, viene studiato a fondo dai vertici della Marina Imperiale. Molti sono perplessi dall’idea di giocare in un solo colpo tutte le risorse navali e aeree della nazione.

Tra i più critici c’é Kusaka Ryunosuke, capo di stato maggiore della flotta aerea.  In gioventù ha studiato Mutōryu, la scuola di scherma fondata dal leggendario maestro Yamaoka Tesshū. Kusaka elabora una controproposta che è in pratica l’applicazione di un Kata (forma) di Mutōryu: quello di Kinshicho Oken, il re dei draghi dalle ali d’oro. Così dice la spiegazione del Kata:

“Con un’energia tale da coprire cielo e terra, abbattersi sull’avversario e distruggerlo totalmente. Quindi tirarsi indietro con prontezza.”

Il piano viene rielaborato. La rotta che la flotta seguirà è progettata in modo da evitare l’incontro con imbarcazioni mercantili, il che la rende molto lunga creando la necessità di rifornimenti in mare davvero ardui in quella stagione. Gli aerei siluranti imparano a volare bassi sul pelo dell’acqua, in modo da lanciare i loro proiettili con un’angolazione minima che evita l’insabbiamento nei bassi fondali di Pearl Harbor. L’autonomia dei caccia Zero, costruiti dalla Mitsubishi, viene aumentata con serbatoi supplementari sulle ali. Sono prodotti sommergibili tascabili. E finalmente, il 26 novembre la squadra salpa dalle Isola Curili in una fitta nebbia.

Il piano prevede che la flotta debba tornare indietro nel caso che sia accettata la proposta B. Il 2 dicembre, quando è ormai chiaro che gli USA non accetteranno alcuna proposta di pace, l’ammiraglio Yamamoto lancia il messaggio in codice per l’attacco: “scalate il monte Niitaka”.

Si è oltrepassato il punto di non ritorno.

Alle 6 del mattino del 7 dicembre la flotta giapponese si trova, come stabilito dal piano e senza essere stata intercettata, 370 km a nord dell’isola di Ohau. Ecco come descrive quel momento uno degli uomini che partecipano all’azione:

“Prima che cominciasse la grande battaglia sul mare, tremavo. Sono un soldato, mi ripetevo, e ho donato la vita al mio Paese, ma non potevo smettere di tremare. Mi potei mettere seduto in posizione Zen: facendolo ripresi controllo sul mio animo.”

I piloti salgono a bordo degli aerei. Un’occhiata alla strumentazione, un corpo di controllo alla pedaliera, un cenno di saluto ai compagni rimasti sul ponte che il mare agitato fa inclinare di quindici gradi: bisogna decollare nel momento in cui la pista si trova in salita.

Nella prima luce dell’alba, 183 aerei assumono una formazione che punta verso sud.

La prima ondata di caccia e bombardieri, guidata da Mitsuo Fuchida, arriva sul bersaglio. Alle 7,53 Fuchida annuncia via radio: Tora! Tora! Tora! É il segnale di via libera per l’attacco a sorpresa. Una pioggia di bombe si rovescia sulle piste, dove gli aerei americani sono ben allineati e visibili.

Aerei siluranti e bombardieri scendono a volo radente verso l’isola Ford, dove sono ancorate le corazzate e altre navi. Sta per svolgersi a bordo la cerimonia dell’alzabandiera quando i primi siluri giapponesi colpiscono il bersaglio. Alcune navi si capovolgono, i marines restano intrappolati all’interno. Una bomba colpisce i magazzini di esplosivo della corazzata Arizona, che si disintegra.

Verso le 9 la seconda ala del drago, un’ondata di bombardieri proveniente questa volta da sud-est, rovescia su Pearl Harbor una tempesta di fuoco. Ma a quel punto la contraerea è entrata in azione, qualche apparecchio americano rimasto intatto ha preso il volo. Le perdite del nemico sono già enormi: quasi 200 aerei, praticamente tutte le navi della flotta nel Pacifico, più di 2400 uomini. Come nel Kata di Kinshicho Oken, è venuto il momento di tirarsi indietro con prontezza, manovra che riesce anch’essa alla perfezione.

Qualunque sia la versione attendibile tra queste tre, l’attacco su Pearl Harbor è un’impresa militare senza precedenti, che Winston Churchill commenterà così: “é doveroso riconoscere lo spietato valore professionale degli aviatori giapponesi.”

Se i nazisti, come previsto dai loro progetti, fossero riusciti a sbriciolare l’impero britannico per poi attaccare l’America del sud, gli Stati Uniti avrebbero avuto altre gatte da pelare e la guerra nel Pacifico sarebbe terminata. Invece essa si trasformerà in ciò che temeva l’ammiraglio Yamamoto: un conflitto di lunga durata, nel quale il Giappone non ha nessuna possibilità di vincere.

Archivi di storia, approfondimento a cura di:

Grazia Maria Francese

62 anni, medico, da 30 anni pratica discipline tradizionali giapponesi (Kendo e Zen), di cui ha tradotto dal giapponese alcuni testi classici. È autrice di tre romanzi storici ambientati nell’alto Medioevo italiano: Arduhinus e L’uomo dei corvi, pubblicati con EEE, Roh Saehlo – Sole rosso, in fase di editing per una prossima riedizione. In corso d’opera un quarto romanzo, ambientato nel Giappone del XVI secolo.

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