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Operazione Praying Mantis

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Operazione Praying Mantis

di Alessandro Cirillo

 

Ormai è noto che, a torto o a ragione, gli Stati Uniti hanno il vizio di mettere il becco in affari anche molto lontani dal proprio territorio.
In una di queste occasioni è andato in scena il più grande scontro navale che abbia impegnato la marina a stelle e strisce dai tempi della Seconda guerra mondiale.
Sul finire degli anni ottanta l’Iraq e l’Iran si ritrovavano logorati a causa di una lunga guerra che si protraeva dal 1980. Gli iracheni possedevano un esercito più piccolo ma equipaggiato e sostenuto dagli USA. L’Iran possedeva il doppio degli effettivi ma scarsi equipaggiamenti. La situazione entrò presto in uno stallo da Prima guerra mondiale. Quando i due contendenti concentrarono gli attacchi contro la produzione di petrolio, gli Stati Uniti decisero che era abbastanza. La U.S. Navy inviò una squadra nel Golfo Persico per proteggere le importantissime petroliere che solcavano il mare. Anche la Marina Militare italiana inviò proprie navi dopo l’attacco subito dalla Jolly Rubino.
Il 17 maggio del 1987 un caccia Mirage F1 iracheno colpì per errore il cacciatorpediniere USS Stark, causando la morte di 37 uomini. Le scuse di Baghdad arrivarono subito. Gli Stati Uniti utilizzarono l’episodio come pretesto per iniziare ad impegnarsi in modo più attivo per porre fine al conflitto. L’obbiettivo, però, non fu l’Iraq di Saddam Hussein, bensì l’Iran. L’accusa per lo Stato governato dall’Ayatollah Khomeini era di essere la causa dell’escalation.
L’Iran rispose con la messa in opera di azioni di disturbo, come la posa di mine. Gli USA misero in campo elicotteri d’attacco leggeri, ma armati fino ai denti (OH-6 e MH-6). Il 21 settembre del 1987 alcuni elicotteri individuarono la nave da sbarco iraniana Ajr, impegnata nell’attività di posa delle mine. Gli elicotteri la cannoneggiarono e in seguito degli incursori dei Navy Seals la abbordarono. Il mese successivo la petroliera americana Sea Isle City fu attaccata. Gli USA risposero danneggiando due piattaforme petrolifere.
Il 14 aprile del 1988 avvenne il fatto da cui scaturì in seguito l’Operazione Prayng Mantis (mantide religiosa). La fregata USS Samuel B. Roberts urtò una mina iraniana finendo gravemente danneggiata. I sommozzatori della marina che si immersero in seguito scoprirono un campo minato iraniano. Le mine M-08 erano le stesse ritrovate a bordo dell’Ajr.
Quattro giorni dopo la mantide entrò in azione. Gli americani schierarono tre squadre navali. Le prime due avevano il compito di attaccare altrettante piattaforme petrolifere, mentre la terza era in agguato per attaccare le forze iraniane che sarebbero arrivate nel teatro delle operazioni. La piattaforma di Sirri fu bombardata da unità navali. Quella di Sassan subì prima il fuoco proveniente da elicotteri AH-1 Cobra, in seguito fu abbordata e catturata da operatori dei Seal e dei Marines. Il personale della struttura fu fatto prigioniero prima che venissero piazzate delle cariche esplosive per danneggiare la piattaforma.
La mossa degli iraniani si concretizzò con l’attacco della vedetta lanciamissili Joshan. La nave prese di mira l’incrociatore lanciamissili USS Wainwright, che però se la cavò senza danni e rispose al fuoco insieme alle fregate Bagley e Simpson e colò a picco la nave iraniana.
La portaerei USS Enterprise lanciò i suoi caccia A-6E Intruder. Un gruppo di aerei sorprese alcuni barchini armati, affondandone uno e danneggiandone altri. Gli Intruder fecero fuoco con missili e bombe contro la fregata Sahand, tra le più moderne in dotazione alla marina di Teheran. La nave fu danneggiata e finita dall’USS Joseph Strauss. La Sahand aveva una nave gemella, la Sabalan, molto attiva nella guerra alle petroliere. I caccia americani la bombardarono e procurarono danni in grado di immobilizzarla. A quel punto la furia degli Stati Uniti si placcò. Gli attacchi cessarono, così la Sabalan si salvò e poté essere rimorchiata in un porto sicuro.
L’operazione fu un successo per gli USA che persero solo un elicottero AH-1 precipitato. I due piloti morti furono gli unici della giornata. L’Iran, oltre al naviglio e alle strutture petrolifere, perse quindici uomini.
Nei mesi che seguirono Prayed Mantis la tensione fu alta. Il 3 luglio l’incrociatore USS Vincennes abbatté con un missile il volo di linea Iran Air 655. Per gli americani fu un errore, per gli iraniani un atto deliberato. In qualsiasi modo la si voglia vedere rimangono comunque 290 morti, tra cui 66 bambini.
L’intervento degli Stati Uniti fu senza dubbio uno dei fattori che contribuirono alla cessazione delle ostilità. Nell’agosto dello stesso anno entrambe le parti belligeranti accettarono il cessate il fuoco previsto dalla risoluzione ONU numero 598.
Alla fine della guerra gli aiuti americani a Baghdad diminuirono sempre più. Saddam Hussein si trovò all’improvviso senza fondi e con il Paese duramente provato dalla guerra. Due anni dopo escogitò un modo per tirarsi su, ma questa è un’altra storia.

Archivi di Storia, approfondimento a cura di

Alessandro Cirillo

Alessandro Cirillo è nato nel 1983 in provincia di Torino. Nel tempo libero nuota, gioca a calcio, pratica il Krav Maga, è appassionato di modellismo militare; dal 2006 fa il Capotreno a Torino e si reca al lavoro in treno, ovviamente, così trova anche il tempo per leggere. Aurore EEE, ha all’attivo ben cinque libri pubblicati.

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