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16 marzo 1521: Ferdinando Magellano raggiunge le Filippine

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16 marzo 1521: Ferdinando Magellano raggiunge le Filippine

Di Grazia Maria Francese

 

Sull’isolotto di Machtan, nelle Filippine, una statua di bronzo raffigura Lapu-Lapu, l’uomo che uccise Magellano. Secondo una leggenda locale costui non morì, ma fu tramutato in pietra per difendere l’isola: ancora oggi i pescatori gettano monete a una pietra che ha vagamente forma umana, per chiedere a Lapu-Lapu il permesso di pescare nel suo dominio.

Chi era questo eroe locale, e perché uccise Magellano? Bisogna fare un passo indietro: quando le tre navi superstiti della spedizione partita dalla Spagna approdarono all’Arcipelago di San Lazzaro, come gli esploratori chiamarono le Filippine.

Già la dedicazione ha un suo perché. Il giorno dello sbarco, 16 marzo, è festa di san Lazzaro vescovo di Luni: costui, nel 6° secolo, scacciò un drago che infestava il golfo della Spezia. Come succede nelle agiografie dei santi, il drago è il paganesimo. Da qui si può intuire ciò che il prete della spedizione suggerisce a Magellano: san Lazzaro ci proteggerà, noi che siamo venuti per scacciare il paganesimo dalle Isole delle Spezie.

Carne di porco e vino di palma

L’equipaggio di Magellano, salpato un anno e mezzo prima da Lisbona, è provato dalla lunghissima traversata del Pacifico: ha bisogno di acqua, viveri e riposo. Le Filippine offrono tutto questo, e anche di più. Ripercorriamo le vicende di quei giorni leggendo il diario di Antonio Pigafetta, vicentino, che le registra in modo straordinariamente vivido.

Il 29 marzo, Venerdì Santo, le caracche spagnole sono accostate da due balangai (barche grandi) piene di uomini. A bordo c’è il re di Mazana. L’approccio è diffidente da entrambe le parti, ma poi c’è uno scambio di doni: gli Spagnoli sparano a salve tutta l’artiglieria, provocando negli isolani grande spavento. Veduto questo, e capito che non è facile scacciare gli stranieri, il re chiede a Magellano di mandare a terra due uomini. “Io ci andai con un altro”, scrive Pigafetta: è coraggioso, o spinto da un’irrefrenabile curiosità.

Arrivati a terra, sono portati sotto una tettoria di giunchi dove è tirato in secco un enorme balangai. Siedono a poppa dell’imbarcazione. Il re «…fece portare un piatto di carne di porco con un vaso grande pieno di vino. Bevemmo a ogni boccone una tazza di vino. Prima di prendere la tazza per bere, il re alzava le mani giunte al cielo e poi stendeva il pugno della mano sinistra verso di me (la prima volta pensai che mi volesse dare un pugno) e poi beveva; così facevo anch’io verso il re. Questi segni fanno tutti l’uno verso l’altro, quando bevono. Con queste cerimonie e altri segni di amicizia merendassimo.»

Il palazzo del re

«Mangiai nel Venerdì Santo carne, per non potere fare altro», scrive contrito Pigafetta. Poi gli stranieri sono portati al palazzo del re «… il quale era fatto come un fienile, coperto di foglie di ficus e di palma. Era edificato sopra legni grossi, alti da terra, così che bisogna accedervi con scale. Ci fecero sedere sopra una stuoia di canne, tenendo le gambe incrociate come i sarti. Dopo mezz’ora fu portato un piatto di pesce brustolato in pezzi e zenzero, appena raccolto, e vino… il nostro compagno, per tanto bere e mangiare diventò briaco.»

Pigafetta invece resta abbastanza sobrio da descrivere l’aspetto del re. «Aveva i capelli nerissimi fino alle spalle, con un velo di seta sopra il capo, e due grandi orecchini d’oro: indossava un panno di cotone tutto lavorato di seta, che lo copriva dalla cinta fino al ginocchio. Al fianco una daga con il manico alquanto lungo, tutto d’oro, e il fodero di legno lavorato; in ogni dente aveva tre macchie d’oro, odorava di storac e belgovì, era olivastro e tutto dipinto», cioè tatuato. Storac è lo storace, resina dell’albero Liquidambar Orientalis, mentre belgovì può essere forse il benzoino. Come tutti gli esploratori, Pigafetta ha fiuto per le spezie.

Giovanna la Pazza

Due giorni dopo è Pasqua. Gli Spagnoli sbarcano con armi e bandiera per celebrare la Messa: «Le navi tirarono tutta l’artiglieria in un tempo, quando si levò il corpo di Cristo.» Una croce viene piantata sulla montagna più alta dell’isola. Poi Magellano chiede al re quale sia il porto migliore per approvvigionarsi: il più grande e rifornito si trova nell’isola di Cebu. «Lo capitano generale  deliberò di andar lì, perché così voleva la sua infelice sorte.»

Il 7 aprile le caracche entrano a Cebu. Si chiede ai nativi di fornire vettovaglie, scambiandole con le merci degli stranieri: ma l’usanza del luogo è che le navi entrate in porto paghino un tributo al re. L’interprete risponde che Magellano «per essere capitano di tanto gran re, non pagava tributo ad alcun signore al mondo: e se voleva pace, pace avrebbe e se non guerra, guerra.»

Alla fine l’atmosfera si distende. Viene conclusa la pace, e Magellano prega Dio che la confermi in cielo: «vedendo lo capitano che questi volentieri ascoltavano e rispondevano, cominciò a dire cose per indurli alla fede.»

Pochi giorni dopo il re di Cebu è battezzato con il nome di Carlo, «come l’imperatore suo signore» (Carlo V)… «e la regina la nominassemo Giovanna, come la madre dello imperatore» cioè Giovanna la Pazza. La sfortunata moglie di Filippo il Bello sarebbe stata sconcertata nel vedere la sua omonima, «giovane e bella, tutta coperta d’un panno bianco e nero: aveva la bocca e le unghie rossissime, in capo un cappello grande di foglie di palma con una corona delle stesse foglie, che sembrava il copricapo del Papa.»

L’abbruciamento degli idoli

Dopo un po’ gli Spagnoli chiedono al re e ai suoi perché non brucino i loro idoli, come avevano promesso facendosi cristiani. Il fratello del principe è malato, gli rispondono, e preghiamo gli idoli che gli restituiscano la salute. Il capitano dice che brucino gli idoli e credano in Cristo, e che l’infermo guarirà se viene battezzato: se così non fosse, conclude Magellano, tagliatemi la testa.

La guarigione miracolosa dell’infermo sarà stata opera di suggestione? Merito dei «mandorlati, acqua di rose, olio rosato e conserve de zuccaro» che gli Spagnoli gli fanno mangiare? Oppure, come scrive Pigafetta, è «uno manifestassimo miracolo nelli tempi nostri»? Fatto sta che lo stesso infermo, di lì a qualche giorno, in presenza del re e di tutto il popolo fa bruciare «uno idolo, che tenevano nascosto certe vecchie in casa sua.» Al che la gente si mette a distruggere i “tabernacoli” che si trovano in riva al mare. «Loro medesimi gridando Castiglia! Castiglia! li rovinavano»: un bell’esempio di integrazione culturale.

Machtan

Otto giorni dopo tutti gli abitanti di Cebu sono battezzati, e Magellano crede di far piacere al re mandando alcuni tra i suoi uomini a bruciare un villaggio nel vicino isolotto di Machtan. Il capo di quest’isola, un certo Lapu-Lapu, ha il gran

difetto di «non voler obbedire al re, né a noi».

Il 26 aprile un altro signorotto di Machtan chiede aiuto per costringere Lapu-Lapu a sottomettersi. Magellano decide di mandarvi tre battelli con una sessantina di uomini, e di andarvi lui stesso.

All’alba gli Spagnoli sbarcano saltando in acqua, che gli arriva all’altezza delle cosce: i battelli non possono avvicinarsi per via della barriera corallina. A terra trovano ad aspettarli millecinquecento uomini armati di lance, archi e terciados (arma da taglio simile a una scimitarra, ma più grossa). Al

 braccio portano scudi fatti di tavole sottili, ma abbastanza robuste da deviare le schioppettate. Lasciamo che sia Pigafetta a descrivere la scena.

 

«Lo capitano gridava “non tirare, non tirare”, ma non li valeva niente.Quando questi videro che tiravamo gli schioppetti invano, molto più gridavano… tiravano tante frecce, lance di canna, pali appuntiti con il fuoco, pietre e fango che appena ci potevamo difendere. Vedendo questo, lo capitano generale mandò alcuni a bruciare le sue case per spaventarli. Quando questi videro bruciare le sue case, diventarono più feroci: ce ne vennero tanti addosso, che trapassarono con una freccia avvelenata la gamba destra del capitano… le bombarde dei battelli, per essere troppo lontane non ci potevano aiutare. Allora ci ritirammo allontanandoci dalla riva, sempre combattendo con l’acqua fino al ginocchio… riconoscendo il capitano, tanti ne vennero sopra di lui che due volte gli strapparono via dal capo la celata; ma lui, come buon cavaliere, sempre stava forte. Più di un’ora combattemmo così, finché un Indio lo colpì con una lancia di canna al viso. Lui subito con la sua lancia lo ammazzò, lasciandogliela nel corpo; volle dare di mano alla sua spada, ma non poté cavarla per una ferita che aveva al braccio. Quando videro questo, tutti andarono addosso a lui… gli furono addosso con lance di ferro e di canna e con quei suoi terciados, finché lo specchio, il lume, il conforto e la vera guida nostra ammazzarono.»

Epilogo

Gli Spagnoli sconfitti chiedono a Lapu-Lapu di restituire il corpo di Magellano, offrendo in cambio tutte le loro mercanzie: egli rifiuta. Dice che non lo cederà neppure «per la maggior ricchezza del mondo, ma lo vuol tenere per memoria sua.»

Ignoriamo che fine abbia fatto il cadavere del capitano generale. Forse la sua testa avrà adornato la capanna di Lapu-Lapu, al quale la vittoria ha conferito grande prestigio: ha dimostrato che gli stranieri non sono invincibili, che il loro dio non è sceso dal cielo per salvarli. Si possono scacciare.

Il re di Cebu, quello battezzato con il nome di Carlo, attira gli Spagnoli in un tranello: muoiono uno dei capitani, il prete, l’astrologo della spedizione. Pigafetta questa volta non è sceso a terra, perché ferito da una freccia avvelenata nel corso dello scontro, ma continua a registrare gli eventi.

La spedizione decimata fa vela per le Molucche.

L’eredità culturale che gli Spagnoli si lasciano alle spalle dopo quel primo contatto non sarà il Cristianesimo, subito ripudiato. Ma i nativi hanno visto le tecniche di combattimento degli stranieri: più volte, prima della battaglia, ne è stata fatta dimostrazione per impressionarli. Essi cominciano a praticarle con i loro terciados. L’arte di combattimento filippina che si chiama Eskrima, nasce così.

 

 

 

Archivi di storia, approfondimento a cura di:

Grazia Maria Francese

62 anni, medico, da 30 anni pratica discipline tradizionali giapponesi (Kendo e Zen), di cui ha tradotto dal giapponese alcuni testi classici. È autrice di tre romanzi storici ambientati nell’alto Medioevo italiano: Arduhinus e L’uomo dei corvi, pubblicati con EEE, Roh Saehlo – Sole rosso, in fase di editing per una prossima riedizione. In corso d’opera un quarto romanzo, ambientato nel Giappone del XVI secolo.

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