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L’attentato di Lockerbie

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L’attentato di Lockerbie

Morirono 270 persone e chi ne fu responsabile è ancora poco chiaro

di Redazione Il Post

Il 21 dicembre del 1988, alle 19.03, il volo Pan Am 103 partito da Londra e diretto a New York esplose in volo a causa di una bomba contenuta in una valigia. Morirono tutte le 259 persone che si trovavano a bordo dell’aereo. Altre undici morirono quando i rottami dell’aereo si schiantarono sulla cittadina di Lockerbie, in Scozia.

Fu il più grave attentato terroristico avvenuto in Europa in tempi recenti. Abdelbaset al-Megrahi, un ex agente dei servizi segreti libici, fu l’unico ad essere condannato per la strage. Megrahi venne estradato dalla Libia nel 1999, dopo lunghissime trattative e sanzioni internazionali. Negli anni successivi affiorarono molti dubbi sulle prove e sulle testimonianze che portarono alla condanna di Megrahi, che è morto in Libia nel 2012, dopo essere stato liberato per motivi di salute nel 2009. Tutt’oggi in molti, tra cui numerosi parenti delle vittime dell’attentato, non credono alla spiegazione ufficiale.

L’attentato
Alle ore 19.02 e 50 secondi, una bomba contenuta in un mangianastri Toshiba esplose a bordo del volo Pan Am 103. Il mangianastri si trovava all’interno di una valigia Samsonite marrone, in mezzo a molti vestiti. L’esplosivo plastico Semtex creò un buco nella fusoliera del diametro di circa mezzo metro, proprio sotto la “P” del logo Pan Am.

A causa della differenza di pressione tra l’esterno e l’interno, l’aereo si disintegrò in volo. Otto secondi dopo l’esplosione, i radar mostrarono che i frammenti dell’aereo erano sparsi in cielo nel raggio di circa due chilometri. Il muso dell’aereo fu uno dei primi pezzi a staccarsi, mentre la forza della pressione allargava il buco causato dall’esplosione. In circa tre secondi l’intera parte frontale dell’aereo venne strappata via.

Altri pezzi si staccarono dall’aereo mentre precipitava. Le prime ad arrivare al suolo furono le parti collegate alle ali: entrambe precipitarono sulla cittadina di Lockerbie alla velocità di circa 800 chilometri all’ora. Le 91 tonnellate di carburante che contenevano si incendiarono ed esplosero, distruggendo diverse abitazioni e creando un cratere largo 47 metri. L’impatto fece registrare ai sismografi un evento sismico di magnitudo 1.6 sulla scala Richter.

La maggior parte delle persone morirono nell’impatto su Lockerbie. Altri vennero sbalzati fuori dai sedili e precipitarono per nove chilometri. I loro resti, così come i rottami dell’aereo, vennero ritrovati in un’area di circa 2000 chilometri quadrati. In tutto morirono 270 persone, tra cui 189 cittadini americani e 43 britannici.

Le indagini
Già il 22 dicembre diverse organizzazioni rivendicarono l’attentato, telefonando a giornali e agenzie di stampa negli Stati Uniti e in Europa. Gran parte delle dichiarazioni furono ritenute inaffidabili, come quella che chiamava in causa il Mossad, il servizio segreto israeliano, quella di un’organizzazione terroristica libanese e quella della Ulster Defence League, un’organizzazione contraria all’indipendenza dell’Irlanda del Nord. La CIA ne giudicò soltanto una più credibile delle altre: quella che attribuiva la responsabilità dell’esplosione ai Guardiani della Rivoluzione Islamica, l’organizzazione militare iraniana meglio nota con il nome di pasdaran.

Le indagini, però, portarono ad una pista diversa. C’erano sostanzialmente tre elementi principali che nei mesi e negli anni successivi all’attentato permisero agli investigatori di individuare un colpevole. Il primo era un frammento di vestito bruciacchiato contenuto nella valigia che trasportava la bomba.

Su questo frammento, lungo alcuni centimetri, gli investigatori trovarono le parole “Yorkie”. Da questo nome risalirono alla Yorkie Clothing, un’azienda che produceva vestiti in Irlanda e a Malta. Seguendo questa pista gli investigatori arrivarono fino al negozio maltese di un grossista, Tony Gauci. Gauci confermò che un uomo, pochi giorni prima dell’attentato, aveva comprato una serie di vestiti con l’aria di uno a cui non importava molto quel che sceglieva. Gauci disse anche di aver visto più volte l’uomo sull’isola.

Il secondo elemento fu un frammento del timer della bomba. Dopo averlo analizzato, gli investigatori riuscirono a risalire a un fabbricante di componenti elettronici svizzero, Meister & Bollier. Uno dei titolari, Edwin Bollier, raccontò che nel 1985 aveva venduto alcuni di quei timer all’esercito libico e che aveva anche assistito a una dimostrazione del loro funzionamento nel deserto del Sahara. Bollier disse che nei suoi viaggi in Libia aveva conosciuto in particolare due uomini. Il primo era Abdelbaset al-Megrahi, un ufficiale dell’intelligence libica che usava come copertura l’incarico di direttore della sicurezza delle linee aeree libiche. Secondo Bollier, Megrahi aveva un amico e compagno di affari di nome Lamin Khalifah Fhimah, direttore delle linee aeree libiche a Malta.

Il terzo elemento fu la strada percorsa dalla valigia che conteneva la bomba. Secondo gli investigatori, la valigia era stata caricata all’aeroporto di Malta e quindi, tramite il sistema di trasporto valigie senza passeggero, era stata spedita a Francoforte e quindi sul Pan Am 103. In quello stesso giorno, secondo gli investigatori, Megrahi era arrivato a Malta con un volo da Tripoli. Quando infine Gauci riconobbe una foto di Megrahi e disse che era lui il misterioso cliente che aveva comprato i vestiti nel suo negozio poco prima del disastro, la polizia scozzese chiese l’arresto di Megrahi e Fhimah.

Il processo
La Libia si rifiutò per quasi dieci anni di consegnare Megrahi e Fhimah. Ci furono lunghissimi negoziati, sanzioni internazionali e altre pressioni in seguito alle quali, nel 1999, la Libia accettò di estradare i due uomini. Il processo cominciò nel maggio del 2000 a Camp Zeist, nei Paesi Bassi, e venne portato avanti da un tribunale scozzese. Nel gennaio del 2001 Megrahi venne condannato all’ergastolo, mentre Fhimah venne prosciolto (qui potete leggere la timeline del processo sul sito di BBC).

La corte stessa scrisse che le prove a sostegno dell’accusa erano “circostanziali”, ma che comunque non c’era alcun dubbio che Megrahi fosse colpevole. In realtà, già pochi mesi dopo la conclusione del processo, cominciarono ad emergere una serie di dettagli che fecero traballare le basi dell’accusa e portarono Hans Köchler, osservatore dell’ONU al processo, a definirlo “uno spettacolare errore giudiziario”.

Emerse ad esempio che Gauci aveva più volte sbagliato a identificare Megrahi e a collocare il giorno esatto in cui secondo lui era avvenuto l’acquisto di vestiti. Anche l’affidabilità di Bollier come testimone venne messa in dubbio. Nel 2007, uno dei suoi impiegati ammise di aver mentito nel corso del processo e di aver fornito agli investigatori del caso Lockerbie un tipo di timer particolare, diverso da quello trovato sul luogo del disastro, e che avrebbe aiutato l’accusa a condannare Megrahi.

Tutti questi elementi spinsero nel 2008 Megrahi a chiedere per la seconda volta una revisione del processo (la prima era stata respinta nel 2002). Pochi mesi dopo, però, Megrahi rinunciò alla possibilità di fare appello in cambio della liberazione per motivi umanitari. Era infatti malato di tumore e in fase terminale. Venne liberato nell’agosto del 2009 e ritornò in Libia, dove venne accolto come un eroe.

Le teorie alternative
Nel 2003 il colonnello Muhammar Gheddafi riconobbe la “responsabilità” della strage di Lockerbie, ma negò il coinvolgimento diretto del suo governo. Contemporaneamente, accettò di pagare 2,7 miliardi di dollari in compensazione alle famiglie delle vittime (altri soldi andarono in quegli anni ai parenti dei morti in un altro attentato, quello al volo UTA 772, che li usarono per un particolarissimo memoriale nel deserto). In molti ritennero la mossa di Gheddafi soltanto un modo per interrompere l’isolamento diplomatico internazionale che da anni colpiva il suo paese. Molte famiglie delle vittime rifiutarono il risarcimento, dichiarando che la Libia non era responsabile dell’attacco e che Megrahi era stato incastrato. Le famiglie delle vittime che non credono alla pista libica hanno creato un sito molto ricco di informazioni.

Sull’attentato di Lockerbie, negli anni, si sono diffuse moltissime teorie della cospirazione. Alcuni accusano i servizi segreti israeliani, altri la CIA o i servizi segreti britannici. C’è un’altra ipotesi, però, che ha sempre il successo maggiore, anche se non sono mai state trovate le prove per supportarla: la pista iraniana. Secondo questa ricostruzione, il Pan Am 103 venne distrutto come rappresaglia per l’abbattimento di un volo di linea iraniano da parte di una nave da guerra americana nel Golfo Persico, durante la guerra tra Iran e Iraq. Ad eseguire materialmente l’attentato sarebbero stati terroristi palestinesi e agenti dei servizi segreti libici pagati dall’Iran. Per quanto questa teoria non sia mai stata provata, il coinvolgimento degli iraniani e dei palestinesi nell’attentato è rimasto a lungo nei titoli di giornale che si sono occupati della vicenda.

La fine di Gheddafi e di Megrahi
Nei primi mesi del 2011, in Libia, scoppiò una guerra civile che portò in poco tempo alla caduta e alla morte di Gheddafi. Durante i combattimenti, diverse importanti personalità abbandonarono il regime. Tra questi ci fu anche Mustafa Abdul Jalil, ministro della giustizia, che dichiarò di avere le prove che lo stesso Gheddafi aveva ordinato a Megrahi di compiere l’attentato. Saif Gheddafi, uno dei figli del colonnello, ha dichiarato in più occasioni che la Libia non aveva responsabilità nell’attacco e che accettò di pagare risarcimenti alle famiglie delle vittime soltanto per ottenere un alleggerimento delle sanzioni. Megrahi si è sempre dichiarato innocente. È morto a Tripoli il 20 maggio del 2012.

Sorgente: L’attentato di Lockerbie – Il Post

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