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La seconda battaglia di Tembien

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La seconda battaglia di Tembien

 

di Alessandro Cirillo

Che piaccia o no, nell’arte della guerra gli italiani si sono dimostrati  spesso innovatori. Gli antichi romani sono uno degli esempi più calzanti. Da popolazione di pastori diventarono una super-potenza in grado di controllare un vasto impero. Tutto ciò fu possibile grazie alla creazione di un esercito quasi imbattibile, che sfruttò una combinazione di preparazione e armamenti sofisticati. Nel basso medioevo furono molto apprezzati i servigi dei mercenari italiani, comandati da abili condottieri chiamati capitani di ventura. Anche nell’epoca moderna, i soldati italiani si sono distinti nell’inventare nuovi metodi per battere il nemico. A riguardo, posso citare il primo bombardamento aereo della storia, avvenuto durante la Guerra italo-turca del 1911/1912. Durante quella campagna, l’aviatore Giulio Gavotti lanciò tre bombe Cipelli sopra un accampamento di soldati turchi.

Rimanendo in tema di aerei, è importante anche il primo aviolancio di rifornimenti. È da questo spunto che intendo partire per raccontare la Seconda battaglia di Tembien, avvenuta in Etiopia.

Nell’ottobre del 1935 le truppe italiane iniziarono a muovere dalla colonia dell’Eritrea verso il vicino stato dell’Etiopia, retto dal negus Hailé Selassié. Benito Mussolini era fermamente intenzionato a espandere i territori del suo impero. Vedeva nello stato africano una facile preda, nonostante l’Italia fosse stata umiliata dagli etiopi nella prima campagna del 1895/1896. I tempi erano però cambiati, così come gli armamenti. Infatti, le forze armate italiane erano equipaggiate con aerei, carri armati e mitragliatrici pesanti.

Dopo un’iniziale avanzata, gli etiopi riuscirono a mettere in difficoltà le forze italiane comandate prima da Emilio De Bono e in seguito da Pietro Badoglio. Una serie di controffensive etiopi rischiò di mandare a monte i piani del Duce. Verso la fine di gennaio del 1936 si combatté una dura battaglia nella regione del Tembien. Parte della divisione Camicie nere “XXVIII ottobre” rimase intrappolata ed assediata da soverchianti forze abissine. Al termine di tre giorni di aspri combattimenti, gli etiopi si ritirarono non riuscendo a sostenere gli attacchi aerei e soprattutto il bombardamento con gas iprite.

Gli italiani ripresero l’iniziativa riuscendo a fare indietreggiare le forze nel negus. Il 27 febbraio iniziò una nuova serie di scontri, ancora una volta nella regione del Tembien. Gli italiani si erano prefissati l’obbiettivo di accerchiare e annientare il nemico, già duramente provato dai combattimenti dei mesi precedenti. Il piano prevedeva che il 3º corpo d’armata, guidato dal generale Ettore Bastico, puntasse verso nord partendo dal torrente Ghevrà. Con le forze del generale dovevano muovere anche la divisione camicie nere “XXIII marzo” (inquadrata nel corpo d’armata) e la 1ª divisione eritrea. Il resto del corpo d’armata eritreo, al comando del generale Pirzio Biroli, avrebbe invece chiuso la tenaglia sugli abissini manovrando verso sud, attraverso il passo Uarieu. Per quest’ultima colonna ci si accorse che c’era un intoppo. Un contingente di circa 500 etiopi, armati con un cannoncino da 47 mm, occupava il monte Uork Amba (Montagna d’oro), nei pressi del passo Uarieu. Da quella posizione l’avanzata delle truppe coloniali italiane sarebbe stata minacciata. L’unica possibilità era scalare l’altura e cogliere il nemico di sorpresa. Circa centocinquanta rocciatori, scelti tra alpini e camicie nere, scalarono il monte durante la notte armati di pugnali e bombe a mano. Gli abissini furono colti di sorpresa e all’alba dovettero abbandonare la posizione. Durante la giornata tentarono sei volte di riprendere l’altura, ma gli attacchi furono tutti respinti, anche grazie al rinforzo di un plotone di mitraglieri.

Il corpo d’armata eritreo fu libero di avanzare, anche se ostacolato duramente dagli abissini. Il generale Bastico continuò invece la sua marcia e le sue truppe ricevettero rifornimenti con quel primo famoso aviolancio. Il 28 febbraio il 3º corpo d’armata venne a contatto con gli etiopi riuscendo a sbaragliarli dopo circa tre ore. Un grosso contributo alle operazioni lo fornì senza dubbio la Regia Aeronautica. I suoi velivoli martellarono senza sosta il nemico arrivando a sganciare in due giorni quasi duemila quintali di bombe.

Le due colonne italiane si unirono a pochi chilometri dalla città di Abbi Addi, nei pressi della quale si erano attestate le truppe abissine in fuga. La tenaglia si chiuse e la città fu espugnata il 29 febbraio. Nei giorni successivi le truppe etiopi accerchiate furono annientati quasi per intero, mentre l’aviazione continuava a martellare in ritirata. In pochi riuscirono a trovare la salvezza.

L’esercito del ras Hailé Selassié non riuscì più a riprendersi dai combattimenti. Resistette poco più di mese prima di capitolare e dissolversi. L’Italia poté occupare l’Etiopia, accarezzando ancora per qualche anno il sogno dell’impero coloniale.

Archivi di Storia, approfondimento a cura di

Alessandro Cirillo

Alessandro Cirillo è nato nel 1983 in provincia di Torino. Nel tempo libero nuota, gioca a calcio, pratica il Krav Maga, è appassionato di modellismo militare; dal 2006 fa il Capotreno a Torino e si reca al lavoro in treno, ovviamente, così trova anche il tempo per leggere. Aurore EEE, ha all’attivo ben cinque libri pubblicati.

 

 

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