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La battaglia di Nikolaevka

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La battaglia di Nikolaevka

di Alessandro Cirillo

 

Nikolaevka è un paese che oggi non esiste più, o meglio che esiste ancora ma è stato inglobato in un altro centro urbano chiamato Livenka. Siamo in Russia, nel distretto di Belgorod Oblast. In questa località è stata scritta una delle pagine più gloriose del Corpo degli Alpini.

La battaglia di Nikolaevka avvenne il 26 gennaio del 1943, nel pieno della tragica ritirata che coinvolse le forze dell’Asse guidate dalla Germania nazista. Tutto era iniziato nel dicembre del 1942 con l’operazione Piccolo Saturno messa in atto dai russi. Dopo mesi di ripiegamenti, l’Armata Rossa era passata con prepotenza all’attacco prefiggendosi l’obbiettivo di spazzare via le forze d’invasione. Sul campo riuscirono a schierare migliaia e migliaia di uomini appoggiati da numerosi carri armati, mezzi blindati, artiglieria ed aerei.

Le forze dell’Asse erano ormai indebolite sia dai combattimenti sia dal terribile inverno. In particolare l’8ª Armata italiana, comandata dal generale Italo Gariboldi, era ulteriormente provata dalla carenza di rifornimenti e dall’inferiorità degli armamenti.

Dopo essere partiti all’attacco, i russi sfondarono in diversi punti su tutto il fronte costringendo molte unità alla ritirata, tra cui tre Corpi d’Armata italiani (2°, 29°, 35°). In queste fasi il Regio Esercito perse circa 43000 uomini e registrò quasi 20000 casi di congelamento.

Solo il Corpo d’Armata Alpino era riuscito a mantenere le sue posizioni lungo il fiume Don. I vertici dell’Armata Rossa decisero di farli sloggiare iniziando una nuova operazione il 12 gennaio. Gli alpini erano affiancati a sinistra dalla 2ª Armata ungherese e a destra dal 24° Panzerkorps tedesco. Utilizzando un gran numero di carri armati, i russi ruppero la linea e dilagarono nelle retrovie occupando i quartieri generali del 24° Panzerkorps e del Corpo Alpino. Il 17 gennaio fu presa la decisione di ripiegare. Iniziò una nuova drammatica ritirata in un ambiente estremamente ostile, costituito da territori ghiacciati e temperature gelide subendo continui attacchi da parte dei russi (sia l’esercito regolare sia i partigiani). La marcia era condotta dalla Divisione Tridentina, l’unica che era ancora quasi al completo di effettivi essendo stata coinvolta meno in battaglia. Tra gli italiani c’erano anche sbandati ungheresi e tedeschi. In tutto circa 40000 uomini che andarono avanti così fino a quando il 26 gennaio si ritrovarono davanti al villaggio di Nikolaevka. I russi si erano trincerati, utilizzando anche il terrapieno della linea ferroviaria che circondava buona parte dell’abitato, situato su una modesta collinetta. L’obbiettivo dei sovietici era di infliggere al nemico il corpo mortale, impedendone la ritirata.

La situazione tattica per gli italiani non era certo la migliore. A corto di armi e rifornimenti, con buona parte degli uomini feriti o congelati, si doveva prendere d’assalto una posizione fortificata e sopraelevata.

Nonostante gli scarsi pronostici, gli alpini partirono all’attacco intorno alle 9.30 mettendo in campo gli ultimi tre blindati tedeschi. I russi erano ben trincerati e avevano portato una mitragliatrice sul campanile della chiesa che falciava gli uomini in grigioverde. Dopo aspri e sanguinosi combattimenti, gli italiani riuscirono a scavalcare il terrapieno della ferrovia e ne occuparono la stazione. Proseguirono fino alle prime case conquistando un edificio alla volta. I russi però non si persero d’animo e continuarono a resistere anche grazie all’appoggio di alcuni aerei che mitragliavano senza pietà gli attaccanti. Gli scontri infuriarono per tutta la giornata ma al calar del sole la situazione era ancora in stallo. La notte stava per arrivare con la promessa del calo della temperatura fino anche a 30 gradi sotto zero. Per gli italiani avrebbe significato morte certa. Tutto sembrava perduto ma a quel punto il generale Reverberi, comandante della Tridentina, balzò su un semovente tedesco. Incurante del fuoco in arrivo, incitò i suoi uomini al grido: “Tridentina Avanti!”

Il gesto dell’ufficiale spronò gli italiani a giocarsi il tutto per tutto. La massa di sbandati si mosse verso il nemico. Chiunque fosse in grado di camminare si riversò nel villaggio. I russi colti di sorpresa abbandonarono le postazioni lasciandosi dietro armi, materiali e anche i propri caduti. Gli italiani occuparono le case dell’abitato, anche se la vittoria fu ottenuta al prezzo di migliaia di morti. La marcia dei superstiti proseguì ancora fino al 30 gennaio quando raggiunsero le retrovie. I feriti furono avviati verso gli ospedali mentre gli uomini ancora in grado di muoversi continuarono a ripiegare a piedi. Dopo aver camminato per 700 chilometri, la Tridentina e i resti degli altri reparti raggiunsero Gomel (odierna Bielorussia) il 1° marzo. L’esperienza italiana in Russia era terminata. Il 6 marzo furono avviate le operazioni di rimpatrio delle forze italiane. C’è un dato impressionante che ci fa capire l’entità delle perdite subite. Per trasportare l’intero Corpo d’Armata Alpino in Russia erano stati utilizzati 200 treni. Per tornare indietro ne bastarono appena 17.

A Nikolaevka gli uomini del Regio Esercito combatterono con coraggio e determinazione mossi dalla disperazione e alla voglia di sopravvivere.

Al termine della guerra, alcuni soldati hanno raccontato la propria esperienza facendo nascere libri che sono diventati di successo. Tra questi possiamo ricordare Giulio Bedeschi, Mario Rigoni Stern e Nuto Revelli.

 

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