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La battaglia di Alamba Alagi

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La battaglia di Alamba Alagi

di Alessandro Cirillo

L’Ambala Alagi è una montagna che si staglia per 3400 metri nel nord dell’Etiopia, vicino al confine con l’Eritrea. Sulle sue rocce sono state combattute due sanguinose battaglie che sono rimaste nella storia dell’avventura coloniale del Regno d’Italia. Una è avvenuta del 1895 mentre l’altra nel 1941. In questo articolo vi parlerò della prima di queste battaglie.

Verso la fine dell’ottocento, l’Italia era unita da poco più di un trentennio anche se mancava ancora qualche pezzettino che sarebbe arrivato solo al termine della Prima guerra mondiale. Come le altre grandi potenze europee, anche l’Italia voleva il suo pezzo di Africa. Essendo arrivata tardi, “sul mercato” era rimasto ben poco, cosicché l’avventura coloniale partì dall’Eritrea nel 1882 ( fu dichiarata ufficialmente colonia nel 1890). Gli appetiti espansionistici italiani non si placarono con l’Eritrea. Nel 1889 iniziò il protettorato su una parte della Somalia che diventerà colonia 19 anni dopo. Nello stesso anno il Governo italiano stipulò con l’Etiopia, retta dal Re Menelik II,  il trattato di Uccialli. Il  documento aveva lo scopo di regolare i rapporti reciproci tra i due Stati.  Tuttavia, c’era un articolo che qualche anno dopo sarebbe stato la causa di una guerra. Il problema dell’articolo 17 stava nel fatto che la versione in italiano (trasmessa ai maggiori Stati europei) differiva da quella in aramaico. Il documento in italiano prevedeva che l’Etiopia era obbligata servirsi della collaborazione del Regno d’Italia per intrattenere rapporti commerciali con altri Stati. Nella traduzione in aramaico quello stesso obbligo era  invece solo un’opzione. Interpretando la prima versione l’Etiopia diventava quindi un protettorato italiano, cosa assai sgradita a Menelik. Le  accese rimostranze del re etiope portarono alla guerra.

Nel gennaio 1895 un contingente di 36000 militari partì dall’Eritrea e penetrò in Etiopia occupando la regione del Tigrè.  Le truppe erano composte, oltre che da italiani, anche da uomini reclutati in Africa (chiamati ascari). Furono creati una serie di presidi dove si sparpagliarono le forze d’occupazione. La reazione di Menelik non fu immediata ma alla fine arrivò. Riuscì a mettere in campo un esercito di 100000 uomini, di cui circa la metà armati con armi da fuoco. La maggior parte delle truppe italiane era stanziata tra le guarnigioni di Adigrat e Macallè mentre sullo strategico monte Ambala Alagi era presente un piccolo contingente guidato dal maggiore Pietro Toselli. Le forze in campo erano composte da due battaglioni di ascari, diversi reparti di irregolari e una batteria di artiglieria con 4 cannoni. In tutto erano 2350 uomini, in gran parte africani.

Il 28 novembre un gruppo in ricognizione individuò il campo di un contingente etiope, composto da ben 30000 uomini. Toselli avvisò il comandante del corpo di spedizione, il generale Giuseppe Arimondi, il quale girò l’informazione al generale Oreste Baratieri, a capo di tutte le truppe coloniali. Arimondi iniziò a riunire le forze italiane sparse per la regione del Tigrè. Il 1° dicembre l’avanguardia di Menelik II giunse in contatto con un avamposto italiano alla base del monte Amba Alagi. Dopo qualche scambio di colpi, Toselli fece arretrare tutti i suoi uomini sulla montagna. Richiese delucidazioni ad Arimondi che ordinò di tenere la posizione ed attendere i rinforzi che aveva radunato a Macallè. Il generale Baratieri, però, non era della stessa opinione. Impose ad Arimondi di rimanere a Macallè e diede ordine di ripiegamento a Toselli. Purtroppo, al maggiore quell’ordine non arrivò mai. Verso la sera del 6 dicembre Toselli schierò le truppe preparandosi a resistere. Sulla destra e sulla sinistra dello schieramento erano posizionate in prevalenza le bande di irregolari mentre il centro era rinforzato dalla batteria di artiglieria.

Alle 6.30 del 7 dicembre gli etiopi attaccarono lungo tutto il fronte. La resistenza italiana durò per quattro ore fino a quando Toselli ordinò la ritirata muovendosi a scaglioni. Le forze di Menelik, in schiacciante superiorità, arrivavano da ogni lato. Quando l’ala destra di irregolari cedette di schianto la ritirata si trasformò in una fuga senza più nessun ordine. Toselli riuscì a scendere dall’altipiano, stremato dall’accanito combattimento. I suoi ufficiali gli chiesero di proseguire per mettersi in salvo ma lui rispose: “No! Anzi ora mi volto e lascio che facciano.” Detto questo si sedette su una roccia presso la chiesa si Bet Miriam. Quando sopraggiunsero gli etiopi in un primo momento rimasero fermi ammirando il coraggio dell’ufficiale. Alla fine però gli spararono crivellandolo di colpi.  Il suo contingente fu quasi annientato. Persero la vita 39 italiani e 2000 ascari. I pochi superstiti raggiunsero una colonna guidata da Arimondi che stava sopraggiungendo per supportare la ritirata prevista. Il reparto fu a sua volta attaccato dagli etiopi ma riuscì a ripiegare verso Macallè.

Nei mesi successivi le truppe di Menelik II continuarono ad avanzare fino alla disfatta del Regio Esercito avvenuta nella battaglia di Adua il 1° marzo dell’anno successivo. In seguito fu firmato il trattato di Addis Abeba che abrogava quello di Uccialli e  che stabiliva la rinuncia da parte italiana ad ingerire nelle questioni etiopi. Il Regno d’Italia bloccò le sue mire espansionistiche in Etiopia fino al 1935, anno in cui il Regio Esercito tornò per finire il lavoro iniziato quarant’anni prima.

Archivi di Storia, approfondimento a cura di

alessandro_mondoAlessandro Cirillo

Alessandro Cirillo è nato nel 1983 in provincia di Torino. Nel tempo libero nuota, gioca a calcio, pratica il Krav Maga, è appassionato di modellismo militare; dal 2006 fa il Capotreno a Torino e si reca al lavoro in treno, ovviamente, così trova anche il tempo per leggere. Aurore EEE, ha all’attivo ben cinque libri pubblicati.

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