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Il tanto demonizzato “self”

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libri+in+voloLa tanto demonizzata parola self publishing spesso ricorda quanto di più negativo esista nel mondo dell’editoria. In molti sono convinti che l’autopubblicazione sia solo sinonimo di schifezza annunciata e rovina totale della lingua italiana. Una sorta di auto celebrazione per tutti coloro che, convinti di aver scritto il capolavoro del secolo, vedendosi rifiutare il manoscritto anche dall’ultima Casa Editrice della lista, si fiondano sulle varie piattaforme che offrono servizi di stampa online per sfidare l’intero sistema a ignorarli ancora.

Ebbene chiariamo subito due punti:

Il primo: Pubblicare con un editore non è affatto garanzia di qualità, anzi, spesso sento gli autori vantarsi del fatto che, loro, senza una casa editrice non si sognerebbero nemmeno di pubblicare la propria lista della spesa… e poi scopri che sono stati “stampati” da presunti editori che, non solo non si sono nemmeno degnati di fare al loro libro un editing decente, ma dopo averlo immesso sul mercato, se ne sono guardati bene dal spendere anche solo un centesimo di euro per un minimo di promozione. Inoltre, nemmeno la mancanza di un contributo da parte dell’autore è sinonimo di qualità. Il fatto di non aver speso nulla per la propria opera non significa poter concorrere di diritto al premio Pulitzer. E ricordate, un editore che non si prende cura del vostro libro e, dunque, non fa nemmeno un minimo di editing, non è un editore, è semplicemente un tipografo.

Il secondo: Optare per un self publishing non significa semplificarsi la vita e farla in barba a tutti quanti. Dietro a un prodotto autonomo deve necessariamente esserci un serio lavoro di preparazione, come ad esempio revisione, editing, controllo della coerenza del testo, impaginazione e, non ultima, una grafica fatta con i dovuti crismi. Prelevare le immagini da internet, senza avere la più pallida idea del fatto che siano coperte da un copyright o meno è da incoscienti. Nella migliore delle ipotesi vi verrà intimato di ritirare il libro dal mercato, nel peggiore dei casi dovrete anche pagare i danni legali che vi verranno richiesti. Spendete tempo e risorse per presentare alla tipografia un prodotto ineccepibile e perfetto in ogni punto, un lavoro sciatto vi penalizzerà per sempre, bollandovi come quello che ha scritto “quella roba lì”. Dunque chiunque pensi che auto pubblicare sia una questione semplice è destinato a vedere deluse tutte le sue aspettative di autore in carriera, a meno che non abbia la fortuna di pubblicare seriamente il romanzo del secolo, magari ancora allo stato grezzo, e la doppia fortuna che un editore (o qualcuno preposto) si accorga casualmente del libro e ne sia abbastanza incuriosito da volerlo leggere.

Quindi lasciamo per un momento da parte il primo caso e occupiamoci invece del secondo. Perché pubblicare con un “self”?

Per molte ragioni diverse, tuttavia, principalmente la motivazione dovrebbe essere per mettere in gioco sé stessi e sperimentare nuove forme di comunicazione. Ovvero ragioni che nulla hanno a che vedere con la presunzione di voler diventare il novello Calvino, ma semplicemente per una soddisfazione personale e la possibilità, un domani, di poter coltivare più assiduamente il proprio hobby… Mi sono espressa male? No signori. Hobby è la parola giusta. Scrivere è un mestiere per pochi, non la catena produttiva di una delle fabbriche della FIAT. Pubblicando libri non si diventa improvvisamente ricchi o famosi, salvo rari casi eccezionali e chiunque intraprenda questa strada deve mettersi nella fila insieme agli altri presunti premi Nobel e sperare che la dea Fortuna in quel momento ci veda benissimo. Dunque come inizio il self può andare bene, anche se io consiglio sempre di fare qualche tentativo con alcune case editrici serie, ma di evitare le grandi. Ve lo dico il più chiaramente possibile, con la crisi economica in cui viviamo, i grandi editori si affidano a prodotti consolidati e a nomi che possano richiamare il maggior numero di lettori, il vostro essere sconosciuti vi penalizza già di partenza. Per contro, il vostro essere sconosciuti attira tutti quegli editori poco seri che vivono proprio sulle ingenuità delle persone. Internet in questi casi offre preziosissime informazioni che possono aiutare a compiere scelte sensate e, non mi stancherò mai di dirlo, non vi buttate a capofitto sul primo editore che vi offre un contratto, per poi ritrovarvi legati mani e piedi con codicilli strangolanti che vi rovineranno la vita. Informatevi, informatevi e informatevi ancora. Siamo onesti. Se il vostro manoscritto è rimasto chiuso nel cassetto per qualche tempo, attendere ancora non lo farà ammuffire di certo, ma il tempo che avrete speso nel ricercate le giuste nozioni che vi permetteranno di effettuare una scelta consapevole, sarà stato tempo preziosissimo.

Qui di seguito vi metteremo alcune specifiche su quelli che sono considerati i maggiori print-on-demand e cercheremo inoltre di trasmettervi le informazioni di base di ognuno e di darvi gli eventuali link nei quali troverete, si spera, altre risposte alle vostre domande.

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One commentOn Il tanto demonizzato “self”

  • Ottimo articolo. La mia personale esperienza è legata ad amazon e alla loro opportunità di self-publishing praticamente a costo zero. L’autore deve accertarsi di avere un file idoneo (e magari ben leggibile sugli e-reader) e dopo 24 ore si è “in vendita”. Ho scelto il Self dopo aver constatato la mancanza di serietà di molte CE che in forma più o meno subdola chiedono notevoli contributi non assicurando (ovvio) nessuna forma di diffusione del libro. E poi chissà, magari dopo avere accumulato un discreto numero di vendite da Self publisher qualche editore potrebbe pure accorgersi del nostro “capolavoro”…..

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