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Il gusto di leggere

In Pensieri

Il gusto di leggere come cambia? E perché?

Da quanto tempo leggete? E in tutto questo tempo, vi è mai capitato di cambiare punto di vista, passando dall’essere semplicemente un lettore al diventare qualcosa di diverso?

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di Irma Panova Maino

Ebbene, il mio gusto di leggere un libro si è modificato nel corso del tempo e se da una parte ne ho perso il gusto puramente autentico, dall’altra ho acquistato una migliore capacità intuitiva del testo. Tuttavia, forse quell’ingenuità iniziale, che è venuta a mancare con l’esperienza, mi ha tolto un po’ il vero piacere della lettura.

Ho sempre amato leggere, per me bambina, introversa e poco socievole, i libri rappresentavano quel mondo che potevo vivere stando tranquillamente racchiusa nel mio cantuccio. Nonostante il fatto che per la maggior parte del tempo fossero gli alberghi la mia più abituale dimora e fossero altre culture a fare da sfondo alla mia seppur giovane esistenza, ciò che mi confortava era sapere che le storie, scritte all’interno di quei meravigliosi volumi, non sarebbero mai cambiate e che nulla della trama sarebbe variato nel corso del tempo. Questo fatto forniva quella stabilità e quella sicurezza che, altrimenti, forse sarebbe venuta a mancare nell’equilibrio della mia psiche. Eppure, a ben vedere, tutto quell’errare ha permesso alla mia mente di sviluppare altre doti e, se vogliamo proprio vederla sotto un punto di vista positivo, all’apertura mentale è seguita, in età più adulta, anche quella tolleranza che mi ha permesso di guardare il mondo con occhi diversi.

Tornando al leggere, è evidente che il mio essere un lettore accanito ha origini ben radicate già nella mia infanzia e nulla è cambiato nel corso degli anni, anzi, si è intensificato ogni qual volta ritenevo opportuno estraniarmi da qualche realtà scomoda. E il poter vivere attraverso i personaggi e le storie, raccontate nei libri, mi dava l’opportunità per poter continuare a credere nei sogni e nella fantasia, lasciando libero l’intelletto di poter vagare ovunque, nel tempo e nello spazio, persino in altri mondi. Vi era appunto l’ingenuità del lettore amante dei libri in sé, i miei occhi scorgevano a malapena le parole scritte e forse era realmente la mente a catturare lo scritto, più che la vista. Non esistevano errori, refusi, problemi di sintassi, punteggiature messe a caso, formattazioni mal fatte… non esisteva niente se non il libro stesso e la meraviglia che poteva contenere. Ho letto tutti i libri che ho comprato, dalla prima pagina all’ultima, compresa quella iniziale del copyright fino all’ultima prima della copertina, passando attraverso l’indice e gli eventuali suggerimenti proposti per la stessa collana. Tenendo conto che per alcuni anni sono arrivata al punto di acquistare 4/5 libri a settimana… potete facilmente fare un conto, anche a spanne, di quanto veloce fossi diventata e quanto fosse famelica la mia necessità di soddisfare un bisogno sempre più impellente.

Dunque leggevo. Anzi no. Divoravo i libri con una voracità impressionante. Poi, non contenta, ho ripreso a scrivere, perché quanto stampato, fra le pagine che scorrevo, non bastava più. Alla fine sono arrivata alla pubblicazione e a mettere in piedi tutto il network che oggi conoscete. E a questo punto le cose sono cambiate, il mio punto di vista, da lettore, si è modificato. Soprattutto è cambiato il mio approccio ai libri da quando ho iniziato a valutarli con un occhio più “professionale”. Metto fra virgolette il termine “professionale”, perché il trasformare una passione in un mestiere è avvenuto come conseguenza naturale (e non espressamente voluta da me), quasi forzatamente. Ho iniziato con un libro, poi con due e alla fine mi sono ritrovata con un’enorme fila di libri da sistemare, editare, valutare e quant’altro. Per carità, non me ne lamento perché il mio amore per gli scritti non è mai diminuito, ma ho perso la capacità di riuscire a sorprendermi, di riuscire a gustare un passaggio solo per il puro gusto della lettura.

Ormai leggo con occhio critico, vedo i refusi, le punteggiature, le ripetizioni… e sono sempre lì, con un dito sulla tastiera, pronta a correggere questo o quello. Talvolta, finisco quasi per perdere la visione dell’insieme del romanzo perché resto intrappolata nelle singole frasi, dentro nei sinonimi che non ci sono o nelle virgole latitanti. E poi leggo e rileggo interi passaggi, cercando di capirne il senso, per tentare di dare una forma migliore al pensiero dell’autore… e mi perdo la bellezza della trama.

Mi manca quel fremito che provavo nell’accarezzare una copertina nuova, nell’immaginare come avrebbe potuto essere la storia al suo interno, cosa mi avrebbe potuto riservare lo scrittore attraverso il frutto del suo ingegno. Mi manca persino il piacere di leggere libri insulsi e palesemente idioti, che comunque mi facevano sorridere, dando leggerezza e spensieratezza alle mie giornate. Mi manca anche quella forma d’irresponsabilità dovuta al fatto che potevo leggere senza alcuna conseguenza, senza dover pensare al valutare, scavare, intuire il pensiero recondito dell’autore e il messaggio, magari nascosto fra le righe, che dovrebbe essere presente in ogni testo.

Tuttavia, lo ammetto, anche se da una parte ho perso il gusto, dall’altra è aumentata la passione. Perché è proprio nei refusi, nelle ingenuità narrative, nei passaggi arzigogolati, nei puntini di sospensione messi all’infinito che ho trovato un amore ancora più grande: gli autori esordienti.

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