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Donne e shampoo. Ovvero “della comunicazione inefficace”

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art-manuelaDonne e shampoo. Ovvero “della comunicazione inefficace”

Quanto influisce lo stato d’animo sulla comunicazione? E quanto questa diventa inefficace se espressa male? Ce lo spiega la Dott.ssa Manuela Leonessa in questo suo articolo.

di Manuela Leonessa

Vi accorgete mai quando la gente travisa quello che dite?
Se siete convinti che non sia un vostro problema perché chi non vi capisce non vi ama, se vi arroccate dietro alla consapevolezza, peraltro corretta, che parlate un italiano ottimo e fluente, se ritenete che le riflessioni semiologiche si facciano quando ne vale la pena e di fronte all’interlocutore incompetente questa pena non c’è, allora vi chiedo due minuti. Perché in parte avete ragione, se l’altro non capisce quello che dite, probabilmente non è colpa della vostra dialettica, ma facilmente nemmeno della sua ottusità.
La comunicazione richiede due attori, mittente e ricevente.
Richiede anche un canale che può essere il telefono, l’email, o semplicemente l’etere.
Tre elementi, dunque, alla base di un’operazione apparentemente semplicissima: io parlo tu ascolti e magari anche viceversa.
Ma quante possibilità ci sono che uno di questi elementi funzioni male, o funzionino male in due o addirittura tutti e tre? Facendo le debite combinazioni, molte.
Troppe.
Prendiamo un mittente: voi.
E un ricevente a caso: vostro marito.
Mettiamo che il ricevente a caso, quando si lava i capelli, prende il botticino dello shampoo dal mobiletto che c’è sopra la lavatrice, o dal mobiletto incorporato allo specchio o dal mobile a penisola accanto al lavandino. Da dove prenda il botticino è irrilevante, sta di fatto che dopo averlo utilizzato ed essersi asciugato i capelli lo lascia lì, sul lavandino.
La cosa vi dà una noia tremenda.
Da quanti anni siete sposati?
Diciannove? Benissimo, sono diciassette anni che gli chiedete di rimettere il botticino a posto. I primi due anni non fanno testo, eravate troppo innamorate per accorgervi di qualsiasi difetto fosse portatore sano il vostro uomo.
Sono diciassette anni che lui se ne infischia. Se ne infischiava anche i primi due, ma non fa testo perché eravate troppo innamorate per accorgevi di quante cose lui si infischiasse.
Ma attenzione, il fatto che lui se ne infischi non lo rende automaticamente un uomo indegno o cattivo. Sono molteplici le cose che tutti trascuriamo, solo che, e questo nessuno ce lo toglie dalla testa, quelle che sceglie lui sono tutte importanti, quelle che scegliamo noi altamente irrilevanti.
Ma non divaghiamo.
Mettere a posto, il botticino dello shampoo, dopo l’uso è, per noi mogli, una questione di vitale importanza, e lo è per principio. Il principio è una di quelle cose che frega continuamente le persone, ma non è di questo che stiamo parlando, era solo una breve riflessione.
Cerchiamo di spiegare a nostro marito che rimettere le cose a posto dopo l’uso non è un optional, perché se lo facessimo sempre, se diventasse un automatismo, la vita sarebbe più semplice per entrambi. Ma lui, aggressivo come una clava, ci rinfaccia che rimette continuamente a posto le cose che lasciamo in giro noi, e lo fa senza appendere manifesti per la casa e senza fare tante storie. Poi se ne va al lavoro senza neanche darci un bacino.
Non capiamo, siamo convinte delle nostre motivazioni, perché si è arrabbiato? Non sarebbe davvero meglio se ognuno si mettesse le cose a posto da solo? Lui invece cosa fa? Mi rinfaccia che anch’io lascio le cose in disordine. A parte il fatto che capita davvero di rado, sono argomentazioni da persone mature?
Lo fai anche tu!
Ma chiediamoci cos’è che gli ha dato davvero fastidio, perché i motivi possono essere tanti. Magari è un permalosone o magari mettere il botticino di shampoo a posto gli risulta insopportabile. E se fossimo noi ad avere trasmesso il messaggio male? Occhio, perché adesso entriamo nel vivo dell’argomento.
Trasmettere male un messaggio non significa, sempre, usare le parole sbagliate, è piuttosto una questione di accessori, come mettere un tailleur Chanel con le scarpe da ginnastica sfondate. Non fa fine.
Analizziamo la faccenda: siete di fronte al lavandino, la bottiglietta di shampoo brilla di fulgida luce propria, sul lavandino bianco. Impossibile ignorarla, perché non è semplicemente una bottiglietta di shampoo, è una faccenda personale.
Per inciso, riguardo alle faccende personali fa fede, quanto detto sopra, per le questioni di principio.
Ci sforziamo di mantenere la calma, in fondo, quello che vogliamo non è litigare, ma ritrovare il botticino di shampoo al proprio posto. Tre giorni dopo siamo punto da capo. Il botticino di shampoo ci irride dal lavandino, gli sputeremmo in un occhio se ce l’avesse, ma cerchiamo di mantenerci razionali. Andiamo alla ricerca di nostro marito che di occhi ne ha due, ma, buon per noi, la razionalità ha già preso il sopravvento. Lo troviamo inginocchiato, con i capelli che sanno di buono, impegnato a cercare la seconda scarpa sotto al divano in camera da letto. Ci ritorna il buonumore, abbiamo ragione noi e la scena ce lo dimostra.
«Che fai?»
«Non trovo l’altra scarpa. Mi aiuti?»
«Non ricordi dove l’hai messa ieri?» gli chiediamo.
«L’ho messa a posto accanto all’altra»
«Se l’avessi fatto sarebbe lì, no? Perché non ammetti che lasci le cose dove capita senza neanche rendertene conto?» poi non riusciamo a resistere e aggiungiamo «Come lo shampoo, poco fa.»
Nostro marito ci lancia un’occhiata di avvertimento, ma è ovvio, noi non ci lasciamo avvertire. Possibile che non ammetta mai i suoi errori? Se la scarpa non è al suo posto vuol dire che non è lì che l’ha messa. Se non ammette che lascia le cose dove capita senza rendersene conto, come farà a correggersi?
Cerchiamo di trasmettergli questo concentrato di buonsenso con tutta la calma che riusciamo a racimolare. Lui ci ascolta e poi ci spiega che si ricorda benissimo di quando è rientrato a casa, ricorda di essersi tolto le scarpe e di averle messe una accanto all’altra. Poi non riesce a dire altro perché noi lo interrompiamo.
Primo errore.
Nostro, non dei mariti.
Indipendentemente dalla bontà della nostra obiezione (che è ancora da dimostrare) interrompere chi sta parlando può essere interpretato come un atteggiamento di superiorità o addirittura aggressività. E ovviamente nostro marito aggredito si sente, il suo tono cambia, da circostanziale diventa arrogante. Che palle questi uomini subito sulla difensiva.
«Cazzo c’entra lo shampoo adesso?» Però lo sentiamo che cerca di contenersi, ovvio, ha ancora bisogno di noi «Mi vuoi aiutare a trovare la scarpa che sono già in ritardo?»
Cominciamo a muoverci a caso per la stanza, vorremmo aiutarlo davvero, ma non sappiamo da che parte iniziare.
«Ma dov’eri quando te le sei tolte?»
«Ma ero là» ci risponde collaborativo indicando la scarpiera.
Se lui smorza i toni allora li smorziamo anche noi, in fondo quello che ci interessa è imbastire un dialogo. O meglio dirgli quello che abbiamo da dirgli, per il dialogo poi si vedrà. Così tentiamo la strada dell’umorismo così tanto per sciogliere la tensione.
«Quindi la scarpa stanotte se ne è andata in giro da sola, magari è già in ufficio.»
Secondo errore.
Se l’essere spiritosa si risolve in una battuta sarcastica è meglio lasciar perdere. Fare una battuta al momento sbagliato con l’intento di sciogliere il ghiaccio, in certi casi congela in altri infiamma. Raramente risulta appropriata. Il sarcasmo può generare disappunto, imbarazzo o persino far sentire il marito umiliato.
Ma nostro marito è uno tosto, apposta l’abbiamo sposato, e non ci sta. Nossignore, non si lascia umiliare dal nostro sarcasmo, e parte con un pistolotto incoerente sulla nostra scarsa disponibilità di fronte ai suoi problemi. E’ un discorso che abbiamo sentito mille volte, sappiamo quanto è lungo e ne conosciamo la fine. Distogliamo lo sguardo annoiate.
Terzo errore.
Lo sguardo è tra gli aspetti che incide di più nella comunicazione. Anche se il discorso non ci interessa, guardare eviterà che il marito avverta una mancanza di rispetto. Per quanto disordinato sia non se lo merita.
Comunque non resistiamo, lo interrompiamo nuovamente, tornando al primo errore senza passare dal via e alzando leggermente la voce per sovrastarlo (quarto errore, ma che alzare la voce sia aggressivo non devo spiegarvelo io). Con volume superfluo dunque, lo esortiamo a offrire sostegno oltre che a pretenderlo, perché lasciare il botticino di shampoo sul lavandino, non ci predispone alla cooperazione. E lo fissiamo ostinatamente negli occhi, per sottolineare tutta la nostra determinazione.
Quinto errore.
Se distogliere lo sguardo non è bello, tenerlo troppo fisso non è da meno, perché innervosisce l’osservato convincendolo che, in lui, ci sia qualcosa che non va.
Ma porca miseria, non ne facciamo una giusta. Ma è mai possibile? Se cerchiamo di essere spiritose non va bene, se distogliamo lo sguardo neppure, se lo guardiamo fisso sbagliamo un’altra volta…
Sapete che c’è? Non facciamo più niente. Fissiamo il nostro viso in una maschera inespressiva e ci limitiamo ad ascoltare. Né rabbia né rancore, né ostilità né indifferenza. Vediamo se trova ancora qualcosa di cui lamentarsi.
Ho perso il conto, a che errore siamo?
Sesto, giusto. Sesto errore.
Il viso è come gli occhi, lo specchio dell’anima. Un’espressione troppo rigida rischia di trasmettere indifferenza. Senza contare che anche quando crediamo di non stare facendo niente, inconsciamente, con quel ricevente di nostro marito, condividiamo un’infinità di messaggi e sensazioni. Se cerchiamo di mantenerci impassibili o addirittura sereni, ma dentro ribolliamo di tutt’altro, non ci crederà nessuno, tantomeno lui. Se verbale e non verbale non combaciano non si può nascondere, per essere congruenti è necessario vivere ciò che si racconta, perché quello che diciamo è molto meno importante di come lo diciamo.
Dunque che si fa?
Si cerca di affrontare anche le questioni più spinose in maniera serena ricordandosi che lo stato d’animo influenza i pensieri e le decisioni. Se non gestiamo l’emotività essa gestirà la nostra comunicazione e l’impatto che abbiamo sugli altri. Se il nostro stato d’animo non è al momento il più appropriato per affrontare un argomento diventa saggio rimandare la discussione a quando avremo ritrovato maggiore serenità.

A volte bastano 5 minuti.

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