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Diritti d’autore, pirateria, pubblicità (parte seconda)

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pirateria informaticaUn tempo, se si parlava di violazione dei diritti d’autore, riferendosi all’editoria, il nodo centrale verteva principalmente sui rapporti autore-editore (caso più ovvio, quello in cui l’editore manca di pagare i diritti dovuti all’autore) e sui casi di plagio.
Con la diffusione dei libri in formato elettronico la questione che fa più discutere, come già avveniva da qualche tempo per il cinema e la musica, è diventata quella della pirateria informatica.
La distribuzione in forma gratuita e non autorizzata, da parte di soggetti che non siano l’autore o l’editore dell’opera rappresenta un problema concreto che fa molto parlare, ma fino a che punto si tratta di un problema reale?
Innanzitutto premetto che gli autori e gli editori, i quali investono tempo e denaro sulla pubblicazione di un libro, avrebbero il sacrosanto diritto di vedere retribuito il loro lavoro e, per questo motivo, chiunque vada a defraudarli del loro giusto compenso commette un’azione moralmente (e legalmente) riprovevole. Ma in realtà la questione è ben più complessa.
Per esempio, partendo dalla radice, si potrebbe discutere di un sistema fondamentalmente ingiusto in cui, su cento autori ugualmente validi, uno si arricchisce a dismisura, nove tirano a campare e gli altri novanta sono costretti in una sorta di limbo in cui viene riconosciuto (ma non sempre) il valore qualitativo, senza che a esso corrisponda nessun corrispettivo economico. Un sistema dominato dalla ricchezza e dalla potenza pubblicitaria, in cui il merito diventa quasi una questione irrilevante. Parrebbe, all’interno di questo discorso, che la pirateria diventi giustizia morale (ma non legale); chi mai oserebbe dar torto a Robin Hood quando ruba ai ricchi (major dell’editoria) per dare ai poveri (lettori)?
Allo stesso tempo, i più vulnerabili a questo tipo di attacco parrebbero proprio i piccoli editori e gli scrittori dediti all’auto-pubblicazione. In questo caso il nostro Robin Hood virtuale si trasforma in un volgare delinquente che ruba ai poveri per sua soddisfazione personale… e tutti andremmo a condannarlo.
Anche qui, però, ci sono altre valutazioni che complicano il discorso. Basti pensare che i soggetti di cui parlavo, proprio per la loro scarsa disponibilità economica, non hanno accesso ai metodi pubblicitari più efficaci e devono accontentarsi dei canali gratuiti disponibili online o del semplice passaparola da lettore a lettore. E questo è il punto a cui volevo arrivare; un libro può generare un passaparola efficace solo se viene letto e, da questo punto di vista, il fatto che a essere letta sia una copia acquistata o acquisita illegalmente non fa nessuna differenza. Ecco una domanda a cui tutti possiamo cercare di dare una risposta, ma cui solo il tempo darà quella definitiva: Per i pesci piccoli la pirateria è effettivamente un danno, oppure una forma molto comoda di pubblicità gratuita?
C’è anche un’altra questione che vorrei sollevare a riguardo. Acquisire una copia piratata in rete, è poi tanto diverso da prenderla in prestito da una biblioteca? Una differenza esiste, dal momento che (non tutti lo sanno) lo stato italiano versa annualmente alla SIAE una quota forfettaria per ripagare gli autori e gli editori delle mancate vendite dovute ai prestiti gratuiti nelle biblioteche pubbliche. Questa quota però è tanto irrisoria, a fronte del volume di prestiti a livello nazionale (l’unico dato che ho trovato è quello di tre milioni di euro per il 2008), da diventare ridicola una volta effettuata la divisione tra i diversi beneficiari.
Visto sotto questa luce, il problema della pirateria (che, notate bene, non va praticamente mai a ledere i diritti intellettuali ma solo, sempre che effettivamente lo faccia, quelli economici) appare come una mera questione di principio, in realtà senza alcuna rilevanza pratica.
Questo articolo, non vuole essere un incitamento alla pirateria; se potete, acquistate, lo dico per il bene dei lettori perché altrimenti rischiano che i loro autori preferiti, in preda alla fame corporea, abbandonino la scrittura privandoli di un prezioso cibo per la mente. Il mio intento è quello di dare uno spunto di riflessione agli autori e agli editori, perché vedano questa problematica sotto una luce più ampia possibile, senza farsi influenzare da un certo allarmismo che negli ultimi tempi si è creato intorno a questo fenomeno.

a cura di Sauro Nieddu

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