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La dichiarazione di guerra agli Stati Uniti d’America

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La dichiarazione di guerra agli Stati Uniti d’America.

Di Grazia Maria Francese

Dopo l’attacco a Pearl Harbor e la dichiarazione di guerra degli USA al Giappone, per tre giorni il Congresso  dibatte sull’opportunità di estendere tale dichiarazione agli altri firmatari del Patto Tripartito, Germania e Italia. Fatica sprecata: il quarto giorno, l’11 dicembre, sono Hitler e Mussolini a dichiarare guerra agli USA.

Si è dibattuto molto sulle motivazioni di un gesto che, con il senno di poi, sembra un errore madornale da parte dei due dittatori. Ciascuno dei quali ha un proprio punto di vista, che si riflette anche nelle dichiarazioni di guerra.

La nota diplomatica che Joachim von Ribbentrop, ministro degli esteri del Reich, consegna all’ambasciatore americano a Berlino non fa alcun riferimento a Pearl Harbor o al Giappone. Afferma solo che gli Stati Uniti hanno attaccato ripetutamente le forze navali tedesche, creando di fatto uno stato di guerra. Per tale motivo il Reich rompe le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti e si considera in guerra con essi.

In realtà pure i nazisti sono rimasti spiazzati da Pearl Harbor. Non si aspettavano questa mossa da parte dei loro nuovi alleati (il Patto Tripartito è stato sottoscritto solo due mesi prima) ai quali invece avevano chiesto di attaccare la Russia da est. Cosa che i giapponesi si sono ben guardati dal fare: perché dovrebbero impegolarsi in una campagna invernale in Siberia, dove oltretutto a quell’epoca non sono neppure disponibili le risorse petrolifere e minerarie di cui hanno bisogno?

Sarà perciò con una certa freddezza che la Germania entra in guerra al fianco del Giappone,  senza neppure menzionarlo.

Due ore dopo la dichiarazione, Hitler pronuncia di fronte al Reichstag un discorso di 88 minuti nel quale, con teutonica precisione, elenca i nomi di tutti i sommergibili e le navi attaccati dalla marina americana. Afferma inoltre che una settimana prima, sul Chicago Tribune e altri quotidiani USA sono comparsi articoli in cui si parla di un piano di Roosvelt per inviare forze armate in Europa, contro Italia e Germania, nel 1943.

Quest’ultima affermazione è assolutamente vera. La prima pagina del Chicago Tribune del 4 dicembre 1941 titolava a caratteri cubitali: i piani di guerra della F.D.R.! L’articolo del giornalista Chesly Manly riportava addirittura una copia del Rainbow Five, il piano per la creazione di una forza di 5 milioni di uomini da mandare in Europa per sconfiggere Hitler, nonché una lettera di Roosvelt che ordinava la preparazione di tale piano. Dichiarazioni imbarazzanti per il Presidente, il quale durante la sua terza campagna elettorale aveva promesso ai cittadini: non manderò i vostri ragazzi a morire in terra straniera.

Sospettato di questa fuga di notizie è il generale Albert Wedemeyer che ha forti legami con America First, il più importante gruppo isolazionista attivo negli USA. Egli ed il suocero, il generale Stanley D. Embick, sono i maggiori oppositori della politica estera di Roosvelt tra i vertici militari. Entrambi hanno contribuito a smascherare la bufala, costruita dai servizi segreti britannici, di un piano di guerra nazista per invadere il Brasile che comunque, hanno puntualizzato in tono ironico, “sarebbe ancora più lontano dell’Europa dagli Stati Uniti”. Entrambi sono consapevoli del fatto che l’America non è pronta ad affrontare Germania e Giappone, e che colmare questo gap richiede almeno un paio d’anni.

Le indagini dell’FBI tuttavia non riescono a provare la responsabilità del generale. Molti anni dopo emergerà l’ipotesi che la fuga di notizie vada attribuita a William Stephenson, un agente britannico che cercava di coinvolgere gli USA nella guerra. C’é chi sostiene invece che sia stata voluta dallo stesso Roosvelt in quella che è stata definita una partita a scacchi con i nazisti, ma che somiglia piuttosto a una partita a poker.

La risposta di Hitler è immediata. La sua strategia della Blitzkrieg, guerra lampo già messa in atto in Polonia, Francia e Norvegia, consiste proprio nell’anticipare il nemico quando si trova ancora impreparato. Se l’America non è pronta, lui invece sì.

Il 14 dicembre lo staff di Hitler gli sottopone un piano per la costruzione di un “muro atlantico” che renderebbe imprendibile la costa europea dalla Svezia alla Spagna. Nello stesso tempo Germania e Italia dovrebbero prendere il controllo di tutto il Nord Africa e Medio Oriente. Per fare ciò è necessario sospendere l’offensiva in Russia e ritirare l’esercito su una linea invernale. Hitler acconsente.

Se si fosse attenuto a questa opzione, il Mediterraneo sarebbe diventato un lago nazista e gli Alleati non avrebbero potuto attaccare da sud. Non ci sarebbe stata Stalingrado. Lo sbarco in Normandia sarebbe costato mille volte di più.

Invece pochi giorni dopo, il 18 dicembre, Hitler si reca a ispezionare il fronte russo e cade in un parossismo di rabbia vedendo le sue truppe cedere di fronte a quelle sovietiche. I generali responsabili sono destituiti e il Führer prende personalmente il comando dell’armata, con l’ordine tassativo che Leningrado, Mosca e il bacino del Don debbano essere inclusi nella linea di difesa.

Sarà questo l’errore che gli farà perdere la guerra.

Un libro uscito un paio di anni fa, “Der totale Rausch” (euforia totale) di Norman Ohler, sostiene che questo e altri errori di Hitler siano stati provocati dall’abuso di anfetamine. Ovviamente questa non è una giustificazione, afferma l’autore, ma spiega molti atteggiamenti del Führer che altrimenti non sarebbero spiegabili.

Non è soltanto il dittatore a farne uso. Il Pervitin (metanfetamina) è largamente diffuso nella Germania di quel periodo e perfettamente legale. Lo assumono studenti sotto esame, cantanti prima dei concerti: esistono persino cioccolatini al Pervitin destinati alle casalinghe, che così si sentono euforiche e riescono a dimagrire. Le truppe tedesche della Blitzkrieg sono imbottite di amfetamine, distribuite con le razioni quotidiane. Esistono il cioccolato al Pervitin per l’aviatore e quello per gli equipaggi dei Panzer. Insomma, non è stato l’Isis a scoprire che è più facile uccidere se si è imbottiti di amfetamine.

Se invece è chi dirige la guerra a prendere decisioni sotto l’influsso della droga, le cose si mettono male: soprattutto per i poveracci che devono eseguire gli ordini.

Rimane infine da considerare l’ipotesi che Hitler sia sicuro di vincere comunque e su chiunque non solo per un’autostima indotta dalle amfetamine, ma perché è convinto di avere un asso nella manica: le Wunderwaffen, armi prodigiose.

Nel 1941 la base segreta sul Baltico diretta da Wernher von Braun ha già testato diversi tipi di missile. È facile credere che presto ce ne sarà uno in grado di colpire gli Stati Uniti da basi situate in Europa, oppure da U-boot appositamente progettati per lanciarli. Un’altra ipotesi, considerata con allarme dai servizi segreti alleati, è che il prossimo passo dei nazisti sarà attrezzare i missili con testate nucleari.

Fino alla fine della guerra la propaganda nazista continuerà a parlare di queste super armi, che di fatto però non compariranno mai. Su di esse si é scritto di tutto e il contrario di tutto. Ogni tanto saltano fuori novità sorprendenti.

Verso la fine del 2014 è stato scoperto in Austria, vicino al lago di Gusen, un enorme bunker nazista: un labirinto di stanze sotterranee e corridoi lunghi chilometri che lo collegano con il Bergkristall e con il campo di concentramento di Mauthausen. Il documentarista austriaco Andreas Sulzer ci è arrivato sulla base di una lettera dello scienziato tedesco Viktor Schauberg, che aveva lavorato lì e parlava di fissione nucleare. A individuare il sito ha portato il riscontro di un elevato livello di radioattività nel terreno. Secondo Sulzer si tratta della base segreta più importante per la produzione delle “Wunderwaffen”.

Nel 2015 lo stesso Sulzer va a intervistare John Richardson, figlio dell’agente segreto americano Don Richardson che trattò la resa di Hans Kammler, uno dei capi delle SS. Il figlio aggiunge al mosaico un nuovo tassello: “Mio padre portò con sé quasi 70 chili di uranio, che probabilmente proveniva dalle gallerie sotterranee del lago di Gusen”. In cambio della valigia piena di uranio Kammler chiedeva l’incolumità per se stesso, ma fu spietatamente interrogato e morì in America senza avere più rivisto la luce del giorno.

Lo scambio avviene ai primi di maggio 1945. Tre mesi dopo la bomba all’uranio “Little Boy” distrugge Hiroshima. C’è chi sostiene che sia stata completata in tempo proprio grazie al contenuto di quella valigia.

E veniamo all’Italia. Per quale motivo lo scalcinato esercito fascista dovrebbe combattere contro gli Stati Uniti? E come pensa Mussolini di riuscire a farlo?

A differenza da Hitler, il Duce non assume amfetamine e non dispone di armi segrete, reali o immaginarie. La sola cosa che non gli manca é la carne da cannone: come i 60.000 uomini che ha appena mandato in Russia, nell’illusione che l’operazione Barbarossa (iniziativa presa dal Führer senza nemmeno consultarsi con lui) sia destinata a un successo rapido e travolgente.

A questo proposito c’é un dettaglio che sarebbe divertente, se non fosse tragico. Le tre divisioni di fanteria italiana mandate in Russia nell’estate del ’41, sulla carta sono definite “autotrasportate”. Quando arrivano al fronte, i tedeschi chiedono sbigottiti dove sono i mezzi di trasporto. Risposta italiana: “autotrasportate” vuol dire che si trasportano da sé… con le proprie gambe!

Questo la dice lunga su quanto l’Italia fascista sia impreparata ad affrontare una guerra che, fino a pochi anni prima, lo stesso Mussolini ha cercato di evitare.

Vale la pena di ricordare che nel ’35, all’incontro tenutosi a Stresa (o più esattamente sull’Isola Bella nel Lago Maggiore) il Duce ha fatto fronte comune con Francia e Inghilterra per cercare di arginare l’espansionismo nazista. A spingerlo tra le braccia di Hitler sono state le sanzioni contro l’Italia dopo che questa ha invaso l’Etiopia: sanzioni volute soprattutto dall’Inghilterra, il paese più colonialista del mondo.

Il Patto d’Acciaio con la Germania (22 maggio 1939) lascia perplesso perfino dal suo firmatario Galeazzo Ciano, genero del Duce. Prima di essere condannato a morte nel ’43, Ciano scrive:

“Io ero contrario all’alleanza e avevo fatto in modo che le insistenti proposte tedesche restassero per lungo tempo senza seguito. Non vi era a mio avviso nessun motivo per legarci, vita e morte, alla Germania nazista… la decisione di stringere l’alleanza fu presa da Mussolini, all’improvviso, mentre io mi trovavo a Milano con Ribbentrop. Alcuni giornali americani avevano scritto che la metropoli lombarda aveva accolto con ostilità il ministro tedesco e che questa era la prova del diminuito prestigio di Mussolini, da cui la sua ira… così nacque il Patto d’Acciaio. E una decisione che ha avuto influenze tanto sinistre sulla vita e sul domani dell’intero popolo italiano è dovuta, esclusivamente, alla reazione dispettosa di un dittatore contro la prosa, del tutto irresponsabile e senza valore, di alcuni giornalisti stranieri.”

I giornali americani? Se le cose stanno davvero così, al processo di Norimberga sul banco degli imputati sarebbe dovuto esserci anche qualcuno tra i direttori di quei giornali.

Comunque sia, il Patto d’Acciaio ha ormai incatenato l’Italia al suo scomodo alleato e Mussolini non può più fare altro che seguirlo, disastro dopo disastro, nel vano tentativo di tenere il passo con le armate naziste. Forse non è un caso che quando il Duce annuncia l’entrata in guerra con gli Stati Uniti, il suo discorso accenni appena alla Germania e si diffonda invece sul Giappone:

“I formidabili colpi che sulle immense distese del Pacifico sono già stati inferti alle forze americane mostrano di quale tempra siano i soldati del Sole Levante. Io dico, e voi lo sentite, che é un privilegio combattere con loro.”

Insomma, nella dichiarazione di guerra agli USA si sente il retrogusto di un clima tutt’altro che idilliaco tra le nazioni del Patto Tripartito. Hitler non nomina il Giappone, Mussolini glissa sulla Germania mentre il generale Tojo, capo del governo giapponese, non parla  e basta.

La cosa è cominciata male. Andrà a finire mille volte peggio.

Archivi di storia, approfondimento a cura di:

Grazia Maria Francese

62 anni, medico, da 30 anni pratica discipline tradizionali giapponesi (Kendo e Zen), di cui ha tradotto dal giapponese alcuni testi classici. È autrice di tre romanzi storici ambientati nell’alto Medioevo italiano: Arduhinus e L’uomo dei corvi, pubblicati con EEE, Roh Saehlo – Sole rosso, in fase di editing per una prossima riedizione. In corso d’opera un quarto romanzo, ambientato nel Giappone del XVI secolo.

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