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La battaglia di Iwo Jima

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La battaglia di Iwo Jima.

Di Grazia Maria Francese

Nell’Oceano Pacifico, un migliaio di chilometri a sud del Giappone, c’è un’isoletta lunga 8 chilometri e larga 4: è chiamata Iwo Jima, che vuol dire “isola dello zolfo”. Non è un paradiso tropicale. Ai piedi di un vulcano inattivo, il monte Suribachi, si stendono spiagge di cenere solforosa, maleodorante. A rendere spettrale l’atmosfera del luogo, però, è la memoria di ciò che accadde durante la Seconda Guerra Mondiale, quando americani e giapponesi si affrontarono lì nella più cruenta tra le battaglie di quel periodo.

Oggi parlare di Iwo Jima fa venire in mente i due magnifici film diretti da Clint Eastwood nel 2006: “Le bandiere dei nostri padri”, che rievoca la battaglia dal punto di vista dei marines, e “Lettere da Iwo Jima” che la racconta dalla parte giapponese. Nessun altro episodio di storia contemporanea è stato oggetto di una rievocazione così intensa e singolare.

Questi due film sono un buon punto di partenza per raccontare cosa accadde a Iwo Jima dal 19 febbraio al 26 marzo 1945.

Un simbolo

Si discute ancora oggi se l’isola avesse o no una grande importanza strategica. Di certo era una base potenziale per i caccia di scorta ai bombardieri americani partiti dalle Marianne o dalla Cina, che però sarebbero potuti decollare altrettanto bene dalle portaerei. Di fatto, dopo che fu conquistata, dalle piste di Iwo Jima non partì nessun raid importante e nemmeno i due aerei che sganciarono le atomiche su Hiroshima e Nagasaki.

Allora, come mai gli Stati Uniti erano pronti a tutto pur di conquistare quello scoglio? E perché i giapponesi erano disposti a farsi massacrare pur di non cederlo?

L’importanza di Iwo Jima stava nel fatto che, pur trovandosi molto distante dalle isole maggiori dell’arcipelago nipponico, era comunque terra giapponese: non uno dei territori conquistati dal Giappone durante la guerra, ma qualcosa che ne faceva parte da sempre. Conquistarla voleva dire far sentire all’opinione pubblica americana che la vittoria sull’impero del Sol Levante era vicina.

Entrati in guerra dopo l’attacco di Pearl Harbor nel dicembre 1941, gli Stati Uniti stavano sostenendo un immenso sforzo bellico per riprendere il controllo del Pacifico, sforzo sempre più costoso in termini di dollari e vite umane. Benché l’indignazione contro i “perfidi musi gialli” avesse convinto l’opinione pubblica a sostenere l’interventismo del Presidente Roosvelt, molti cominciavano a chiedersi se avesse senso mandare tanti giovani alla morte.

Ci voleva qualcosa che fosse un simbolo, e Iwo Jima si prestava a diventarlo.

La conquista del monte Suribachi

Il 19 febbraio 1945, dopo una serie di bombardamenti preliminari, la prima ondata di marines sbarcò senza che da parte dei nemici venisse neppure un colpo di fucile. Un’ora dopo la confusione sulla spiaggia era al culmine: gli uomini sprofondavano fino al ginocchio nella cenere vulcanica, i carri armati s’insabbiavano, i mezzi da sbarco si arenavano nella risacca. A quel punto il generale Kuribayashi, comandante della difesa nipponica, comandò di aprire il fuoco dai bunker scavati sulle falde del monte Suribachi. Prima di sera gli americani avevano perso 2500 uomini tra morti e feriti, ma erano riusciti a farne attestare 30.000 ai piedi della montagna.

Nei giorni seguenti furono sbarcate truppe fresche e l’avanzata, per quanto i giapponesi tentassero di contrastarla, proseguì lenta e inesorabile. All’alba del 23 febbraio, una pattuglia s’inerpicò sul monte Suribachi silenzioso e sulla sua sommità fu innalzata una piccola bandiera a stelle e strisce, che nella stessa giornata fu sostituita da una più grande. Quando questa seconda bandiera fu innalzata da sei uomini, il momento fu immortalato dal fotografo Joe Rosenthal nella famosa immagine “Raising the flag on Iwo Jima”, pubblicata sui giornali di tutto il mondo: ma la battaglia, lungi dall’essere conclusa, era appena all’inizio.

Le bandiere dei nostri padri

Il film che porta questo titolo è imperniato sulla storica foto dell’alzabandiera. Degli uomini che vi sono ritratti, tre sono morti: i tre superstiti vengono rimpatriati per essere esibiti negli show destinati alla raccolta di fondi per sostenere la guerra.

Uno di loro è un nativo americano. In effetti pare che alcuni di essi abbiano svolto un ruolo importante nella conquista dell’isola come “code talker” trasmettendo messaggi in lingua Navajo, che allo scoppio della guerra soltanto una trentina di persone era in grado di parlare correntemente. Ira, uno dei sei che hanno alzato la bandiera, non è però un code talker ma un qualunque marine.

Il malessere di vedersi esibiti come “eroi” o fenomeni da baraccone, che gli altri due superstiti riescono in qualche modo a elaborare, innesca in lui una crisi di coscienza. Perché soltanto noi siamo chiamati eroi? Perché non i compagni che sono morti? Che cos’abbiamo fatto di speciale? La crisi, che cerca una disperata via di sfogo nell’alcolismo, culmina nella richiesta di essere rimandato al suo battaglione.

Ira tornerà vivo dalla guerra, per scoprire che ormai la battaglia di Iwo Jima non fa più notizia e che per tutti lui è tornato a essere uno “sporco indiano”. Terminerà i suoi giorni sulla strada come un vagabondo, buttato via dopo essere stato usato dalla macchina della propaganda bellica.

Ancora oggi, dopo più di 70 anni, negli USA ci sono polemiche e diatribe sui nomi dei sei uomini ritratti nella foto, almeno uno dei quali sembra essere s

 

tato identificato in modo scorretto. Anziché sugli oltre 26.000 marines rimasti uccisi o feriti nella battaglia, l’attenzione si punta su “chi” sia arrivato in cima per primo, “chi” abbia piantato quella dannata bandiera.

Lettere da Iwo Jima

Benché i costi di produzione siano stati un quarto di quelli di “Flags of our fathers”, “Letters from Iwo Jima” è un capolavoro, un film che non si può fare a meno di ricordare per sempre. Ha due protagonisti: il generale Tadamichi Kuribayashi, impersonato da Ken Watanabe, e il soldato Saigo (Kazunari Ninomiya), un giovane panettiere che ha lasciato a casa in Giappone la moglie incinta.

Il generale Kuribayashi, nato da una famiglia di antica tradizione samurai, con il grado di capitano era stato negli USA e aveva studiato all’università di Harvard. In una lettera alla famiglia aveva espresso la sua netta contrarietà a una guerra tra il Giappone e gli Stati Uniti, dei quali aveva potuto constatare con i propri occhi il potenziale bellico. Tuttavia, diventato generale, aveva svolto con fedeltà i suoi compiti in una guerra che non approvava.

L’8 giugno 1944 aveva ricevuto l’incarico di difendere Iwo Jima. Disponeva di circa 14.000 uomini, contro i 100.000 della forza d’attacco statunitense appoggiati da un’imponente forza aeronavale. Era perfettamente consapevole di quale sarebbe stato l’esito della battaglia. In una lettera alla moglie scrisse: “Non fare progetti per il mio ritorno.”

Cinque settimane di fuoco

La tattica adottata da Kuribayashi era semplice e terribile. Anziché tentare di difendere le spiagge, fece scavare all’interno dell’isola una complessa rete di gallerie e rifugi sotterranei: da lì i suoi uomini avrebbero dovuto infliggere al nemico il massimo possibile di perdite, e morire sul posto.

Gli americani dovettero conquistare l’isola palmo a palmo, sotto un fuoco che usciva dal terreno nei punti più inaspettati. Il 26 marzo,

quando i giapponesi portarono il loro ultimo attacco, la loro guarnigione era quasi completamente annientata: su 14.000 uomini ne sopravvissero un migliaio, ma i caduti di parte americana furono il doppio. Nessun comandante prima di Kuribayashi era riuscito a infliggere agli Stati Uniti perdite più importanti di quante ne avesse subite.

Nel film il generale Kuribayashi muore sotto gli occhi del giovane Saigo, il quale riesce a occultarne il cadavere: dopo di che rimane in vita e riesce a tornare dalla moglie. In effetti il corpo del generale non fu mai ritrovato. Si crede che possa avere compiuto seppuku, il suicidio rituale, prima dell’ultimo attacco, o che vi abbia partecipato indossando una divisa da soldato semplice.

Dei circa 1000 prigionieri giapponesi, più di 800 furono rastrellati dall’esercito dopo la fine delle operazioni. La strenua resistenza della guarnigione di Iwo Jima, insieme alle perdite subite nella battaglia di Okinawa, fecero capire al nuovo presidente degli USA, Truman (subentrato al defunto Roosvelt il 12 aprile) che l’invasione del Giappone sarebbe costata molto cara. Da qui la scelta di considerare, tra le opzioni di attacco, l’uso di una nuova arma di distruzione di massa. Sarebbe costata la vita di molti civili giapponesi, ma avrebbe risparmiato quella dei marines.

Una sporca vittoria

Nell’agosto 1945 la marina imperiale giapponese aveva in pratica cessato di esistere. Mentre affermavano in pubblico di voler combattere fino alla fine, i sei membri del Consiglio di Guerra stavano rivolgendo in segreto richieste all’Unione Sovietica perché mediasse la pace a condizioni favorevoli per il Giappone. Da parte sua l’URSS non aveva alcuna intenzione di farlo, perché si stava preparando a invadere la Manciuria.

Il 6 e il 9 agosto questo scenario fu sconvolto dalle due atomiche sganciate dagli americani su Hiroshima e Nagasaki. Una terza bomba era già pronta per essere sganciata su Tokyo il 19 agosto. Il giorno 15 l’imperatore Hirohito rivolse alla nazione un discorso radiofonico per annunciare la resa. Nei giorni seguenti gli Alleati, al comando del generale Mc Arthur, occuparono il Giappone.

Iwo Jima divenne una base militare americana, e tale rimase fino al 1968.

Nella storia dell’umanità, non è detto che a vincere siano i migliori. La cricca ultranazionalista che comandava il Giappone, di certo non era meglio di quella che governava la Germania o gli Stati Uniti: ma se si guarda alla disperata resistenza degli uomini di Kuribayashi, non si può fare a meno di pensare che molti tra di essi siano davvero stati degli eroi.

 

Archivi di storia, approfondimento a cura di:

Grazia Maria Francese

62 anni, medico, da 30 anni pratica discipline tradizionali giapponesi (Kendo e Zen), di cui ha tradotto dal giapponese alcuni testi classici. È autrice di tre romanzi storici ambientati nell’alto Medioevo italiano: Arduhinus e L’uomo dei corvi, pubblicati con EEE, Roh Saehlo – Sole rosso, in fase di editing per una prossima riedizione. In corso d’opera un quarto romanzo, ambientato nel Giappone del XVI secolo.

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