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Intervista a Silvana Zanon

Intervista a Silvana Zanon, a cura di “Il Mondo dello Scrittore”

Racconta la tua esperienza come autore
Non so che cosa mi sia scattato nel 2008.
Avevo 25 anni, mancavano 4 mesi alla mia laurea in medicina e al contempo lavoravo come segretaria part-time da un medico di base e facevo la commessa in un negozio per una manciata di ore la settimana. Forse la troppa tensione, forse le vicissitudini personali di quel periodo, fatto sta che ho iniziato a cercare una valvola di sfogo.
Navigando in internet mentre cercavo dispense di appunti di medicina interna sono incappata in un concorso per racconti. Protagonista? L’aceto balsamico di Modena DOP, sponsor del concorso.
Eppure… Mi si è accesa la lampadina della trama di un giallo. L’ho scritto in pochi giorni, credo, consegnandolo alla scadenza.
Subito l’editore, Damster, mi ha risposto per dirmi che era stato selezionato per essere pubblicato nell’antologia.
Poi mi ha invitata alla premiazione dei primi tre.
Bè, conservo ancora l’ampolla di aceto DOP che mi hanno dato in premio quella volta. Sono arrivata terza, e non ci potevo credere.
Poi, c’è stato il primo romanzo, “La maledizione della rosa bianca”, arrivato secondo al concorso letterario “L’indizio nascosto”, edizione 2010. Scritto mentre ero specializzanda in igiene e medicina preventiva.
Infine, mi sono lanciata, nel 2014, a scrivere “Verità invisibili”. Con l’obiettivo di inviarlo al concorso letterario “La Giara”, che puntavo da anni. Allora, lavoravo come SAI (medico Specialista Ambulatoriale Interno). Ho finito di scriverlo il 29 dicembre, il 30 l’ho stampato ed inviato. Manco a dirlo, il temine del concorso era il 31.
Pensavo che non mi avrebbero perdonato i refusi dati dalla fretta, o che si fosse perso nei meandri delle poste italiane, oppure che, essendo pervenuto tra gli ultimi, non venisse neppure letto.
E invece, la sorpresa: il 21 aprile 2015, giorno del mio compleanno, viene pubblicato il verdetto per il Veneto: primo. Su ben 110 romanzi pervenuti all’attenzione della giuria regionale.
Alle selezioni nazionali non ce l’ha fatta, ma non mi sono persa d’animo: dopo più di un anno, l’ho rivisto e proposto ad alcune case editrici. Piera Rossotti ci ha creduto e l’ha pubblicato, suggerendomi di modificare il titolo scegliendone uno di più adatto al genere.
Ecco, questa è la genesi de “Il filo rosso del male”
Questa è la breve storia della mia doppia vita da scrittrice.
Soffrire di insonnia cronica può avere qualche lato positivo: dato che il mio lavoro nell’Azienda ULSS occupa il mio tempo dalle 8 del mattino fino alle 7 si sera, e quasi sempre lavoro da casa anche nei weekend, per scrivere mi restano le mie veglie notturne.
Un po’ come Anton Checov, il grande drammaturgo russo, “doc” anche lui: diceva che la medicina era la sua moglie legittima, e il teatro la sua amante. Di giorno esercitava come medico, e la notte scriveva copioni teatrali.
L’arte è linfa. I libri, per me, sono stati i miei migliori amici quando ero bambina e ragazzina.
Ero già un caso atipico quando, a otto anni, mi isolavo dal resto della classe urlante durante la ricreazione, immersa nel mondo parallelo creato dal romanzetto di turno.
Questa generazione, quella di oggi, legge ancora meno della mia, lo so.
Ma se un giorno riuscirò, attraverso le mie storie, a far fuggire le persone che soffrono dal loro stato, aiutandole a dimenticarsi di sé mentre leggono le mie pagine, avrò raggiunto l’intento più nobile che posso propormi.
Grazie alla mia editrice e grazie al suo staff, che mi hanno dato questa chance.

Che cosa ispira il tuo modo di scrivere
La mia maggiore ispirazione è… leggere bei libri.
Non sempre il mio lavoro mi permette di farlo, ci sono periodi in cui passano settimane senza che prenda in mano un romanzo, dato che la sera crollo o devo studiare per aggiornarmi.
Ma quando un autore mi cattura, vengo presa dalla voglia di scrivere come lui. Di scrivere una storia come la sua.
E poi, la mia musa è la vita; noi scrittori “nei ritagli” siamo forse penalizzati dal fatto di avere un altro impiego. Ma al contempo, è proprio la nostra professione che ci offre esperienze ed emozioni che possono essere convogliate nelle pagine. Un arma a doppio taglio, insomma. E come tutte le armi, bisogna saperla usare.

Parla della trama del tuo libro
Ibarra, 1977,e Brentiel, 2008.
Il primo, un luogo che esiste davvero in Ecuador, Sudamerica, che ho visto con i miei occhi a 17 anni, quando sono andata a trovare quella parte di famiglia che abita lì.
Il secondo, un nome di fantasia per descrivere una località sulla Riviera del Brenta.
Il romanzo si spezza in due in modo brusco, c’è una frattura tra la vicenda del piccolo Josè Mario, che gioca a pallone nelle periferie di Ibarra, e Lara Dosi, studentessa di medicina fuori corso e piena di paure che non riesce a trovare il proprio posto nel mondo, dopo un grave lutto che l’ha segnata nel profondo.
Eppure, un filo rosso c’è, che lega queste due vicende apparentemente sconnesse: il male. Il male è ovunque, e ha molti volti. In questa storia, il male si nutre di creature innocenti.
Josè Mario viene rapito nel 1977, senza lasciare traccia. Ma la sua scomparsa passa quasi inosservata, nel mondo di miseria a cui appartiene.
Ma nell’universo di Lara Dosi, quell’universo fatto di gente affermata e di successo, verso il quale lei annaspa tentando di laurearsi in medicina, le scomparse dei bambini scuotono l’opinione pubblica.
E fanno paura. Instillano il seme del dubbio tra le coscienze. Il Mostro che rapisce i piccoli di Brentiel non ha un volto, ma i paesani lo cercano scrutando con sospetto il proprio vicino, il ragazzo “diverso”, la donna eccentrica e taciturna. Perché sì, in pochi anni sono scomparsi tre bambini, in quel piccolo borgo bigotto e impregnato di superstizione.
E qualcuno sussurra che le scomparse di quei bambini siano opera del Maligno, una punizione del marcio che corrode le viscere di un borgo apparentemente placido e bonario.
Lara, suo malgrado, inizia a credere ai racconti della gente e a quelli dei Marika, una giovane paziente del Centro di Salute Mentale in cui è tirocinante. A poco a poco, la ragazza le aprirà uno spiraglio su un mondo ignoto, fatto di forze oscure di cui l’aspirante medico non avrebbe mai sospettato l’esistenza.
Perché il Male, a Brentiel, e non solo, c’è davvero.

I tuoi personaggi prendono spunto da alcuni lati del tuo carattere
E’ inevitabile. Ma se nei miei primi rudimentali racconti commettevo l’errore imperdonabile (almeno per me) di mettere troppo di me stessa nella protagonista, col tempo ho iniziato a farmi furba: la scrittrice è dissolta come polvere nella maggior parte dei personaggi. Anche in quelli maschili. E anche in quelli negativi.
Lara, la protagonista de “il filo rosso del male”, non mi somiglia affatto. O meglio, molto poco. E’ un personaggio limpido, cristallino e semplice. Cosa che non sono affatto.
Dedico il personaggio di Lara alla mia migliore amica, Francesca, che ha ispirato quanto di più nobile c’è nella protagonista.

Prediligi un genere specifico oppure la tua scrittura spazia in altri campi
Quando vado in biblioteca mi fiondo inevitabilmente nel settore del giallo, thriller e noir. Di conseguenza, amando questo genere, non posso che cimentarmi nel medesimo.
C’è da dire che alcuni dei miei libri preferiti (penso a “Il cacciatore di aquiloni”, e a tutti i libri di Khaled Hosseini, o ad “Acciaio” di Silvia Avallone) esulano da questo campo.
Per questa ragione a volte magari ne esce un romanzo ”contaminato”. Piera Rossotti osservava che c’è una parentesi rosa ne “Il filo rosso del male” che poco ci sta col genere da me scelto.
Errore voluto. Un thriller non dev’essere per forza un thriller puro, a mio avviso. Anche se magari gli appassionati del genere restano delusi. Magari la melodia finale stride un po’, ma che ci volete fare, in fondo sono una principiante. L’importante, a mio avviso, per quanto si miscelino i generi, è che ci sia un’armonia.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro
Mi perdonerete se non rispondo. Per scaramanzia, potrei dirvi. Ma non è così.
I sogni sono fragili. Vanno custoditi e curati e nutriti come bimbi prematuri nell’incubatrice. Esporli al mondo prima che prendano forma rischierebbe di ucciderli. Perché il mondo, a volte, è crudele. E dei sogni non ha pietà.

Cosa consiglieresti a un autore esordiente
Gli raccomanderei di avere due cose che non ho: costanza e pazienza. I risultati possono tardare anni, ma non bisogna arrendersi. E nel contempo, come tutte le cose, bisogna avere la tenacia di continuare a lavorarci. Come l’agricoltore che cura un campo quando è ancora brullo. I frutti non arrivano subito.
Gli augurerei di credere nelle proprie opere, di mantenere viva la sua autostima nonostante i fallimenti e le critiche. Ma al contempo, di essere il principale critico nei confronti di se stesso.
Gli raccomanderei, infine, l’umiltà. E’ quella che ci permette di crescere, perché non ci fa cadere nella trappola di sentirci già arrivati. La vita è una lotta e una crescita continua. E’ questo il duro, ma è anche questo il bello.

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