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Venturelli Ada

caffé in ghiaccioCaffè in ghiaccio

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Trama

Dove, come, quando e perché. Ma soprattutto chi. Forse per definire la trama di questo romanzo basterebbe rispondere a queste semplici domande. Solo forse, perché quando si tratta di sentimenti ed emozioni i contorni sono sempre molto sfumati. Il dove è un piccolo lembo del Salento. Una manciata di terra rossa tra Gallipoli, Sansimone e Rodogallo, il “luogo delle belle rose”. Ma ulivi, vigneti, sassi e mare fanno da sfondo anche ad un altro dove. Le quattro pareti di una stanza d’ospedale. In un’altalena di passato e presente, di nord e sud, di dentro e fuori la sala di rianimazione, una figlia esplora se stessa e soprattutto la propria madre. Un malore inaspettato interrompe un quieto vivere silenzioso e la protagonista è costretta a recarsi al capezzale della madre in quella terra di dolmen e menhir tanto amata e odiata. Vecchi rancori, nodi non risolti, carezze mai date, abbracci pietrificati. E soprattutto una lettera rubata che aveva alterato il corso di un destino allontanando un giovane amore. L’entrata in coma sembra non dare più possibilità di soluzioni. Sembra non dare più spazio alle parole non dette. Si aspetta sempre il tempo opportuno per farlo e all’improvviso quel tempo non c’è più. Ma lei non ci sta. E inizia il gioco dell’inganno al tempo e alla morte. Prende ogni secondo che ha a disposizione dilatandolo a dismisura. C’è il tempo della negazione, della rabbia, del dolore, del dubbio, del patteggiamento, della preghiera, dell’attesa, della speranza, del ricordo. E prende anche ogni istante riempiendolo con una storia. Si accorge di non conoscere affatto la madre e così la costruisce. Lo fa attraverso la sua terra natia, attraverso gli usi e costumi di un Salento antico, dimenticato. Attraverso profumi che sanno di fiori di cappero, di pigne bruciate, di mosto cotto, di salsa di pomodoro. Attraverso sapori che sanno di olive, mandorle, pucce, frise, fichi secchi. Di caffè in ghiaccio. Attraverso i colori sgargianti del verde dei vigneti, il bianco dei minuscoli paesini abbracciati dagli ulivi, il rosso della terra argillosa che sporca visi segnati, il blu di uno Ionio tutto da scoprire. Inizia un viaggio attraverso le stagioni, i mesi scanditi dalle feste tradizionali dei santi o dai lavori nei campi. Ora sotto il sole cocente del sud che abbaglia i turisti ma piega i contadini, ora nello sferzare della tramontana di gennaio che apre piaghe nelle mani. Di gente che ancora appartiene alla terra e non il contrario. Emerge un Salento in un passato prossimo, tanto vicino quanto inesorabilmente andato. Quello della televisione in bianco e nero nella sezione del paese, dell’ acqua alle fontane, dei portoni lasciati aperti. Dell’esodo dei giovani. Un paese dove si faceva il pane tutti insieme e le pagnotte più belle venivano portate al convento, dove la domenica si metteva il vestito buono e si comprava un pezzo di ghiaccio dal carretto dell’ambulante, dove le anziane raccoglievano i capelli dalle spazzole per barattarli con le prime bacinelle Moplen. Ne avrebbero fatto parrucche. Salento, specchio di un’Italia intera che non c’è più. Proverbi e filastrocche antiche. Cerimonie legate alla natura. Riti sempre appesi tra il sacro e il profano. Tanti piccoli pezzi per mettere insieme una madre. Solo così potrà lasciarla andare. Non si può perdere ciò che non si è mai avuto. Deve appartenerle, farla sua in qualche modo, per accettare la separazione. E il tema della morte è solo un inno alla vita. L’altra faccia della nascita. Una porta che se si chiude da una parte, si apre dall’altra. Ma nessuna risposta. Solo domande. Nessuna verità assoluta, soltanto frammenti di tante realtà, di tante possibilità, di tante strade. Senza paura di riflettere sul libero arbitrio, sull’eutanasia, l’accanimento terapeutico, il potere delle industrie farmaceutiche, i metodi di guarigione alternativi, la dignità del malato, la sofferenza di chi gli sta accanto. Non è facile affrontare la morte in una cultura di negazione della morte. Nessun rito di passaggio, nessun sostegno. Né per chi va, né per chi resta. Nessuno spazio a ciò che va oltre il corpo e la materia, in un ambiente ospedaliero spesso indifferente e superficiale. O forse, solo spaventato da quello che non può gestire e controllare fino in fondo. E in quest’avventura attraverso lo spazio e il tempo, un uomo compare dal passato per dire quelle parole mai lette. La lettera rubata non aveva alterato nulla, il destino lo costruiamo con le nostre stesse mani. Ed è il momento del perdono, della crescita. Dell’imparare a vivere affrontando la morte, dell’imparare ad amare affrontando l’odio. In fondo, sono solo estremi della stessa sostanza. E una carezza nasce spontanea. Il tocco dell’amore.

Biografia

La cosa più semplice sarebbe partire dai propri dati anagrafici. Da qualcosa bisogna sempre partire nella vita. Un punto fermo da cui provare a spostarsi. Provare, perché non sempre si vuole fare. I punti fermi ci proteggono, ci danno sicurezza, ci danno la sensazione che tutto è immutabile e sarà così per sempre. In quel tutto immutabile ci muoviamo meglio, sappiamo come agire, padroni della nostra immagine allo specchio, dei nostri pensieri, delle nostre emozioni. Non ci sono sorprese nella zona confortevole a cui ci si abitua e ci si avvolge come una calda coperta. Eppure è proprio fuori dalla zona protetta che a volte accadono meraviglie. Eppure è proprio lanciandosi nel vuoto che s’impara a volare. Dove inizia la vita, il movimento, l’evoluzione. E’ così che ho iniziato a scrivere, quando il quieto vivere è stato scosso da un terremoto. Quando sono stata spinta nel precipizio e a qualcosa dovevo aggrapparmi. Ma quello che sembrava solo un appiglio, in realtà era una parte di me stessa che era sempre esistita e che proprio il quieto vivere aveva annebbiato. Così come la paura, il deterrente più grande. La paura di sognare. Perché scrivere era un sogno. E invece mi svegliavo e c’era sempre qualcos’altro da fare, da essere. Essere figlia nella periferia milanese dove sono nata da genitori “terroni”. Essere quindi perennemente fuori posto. Al nord perché figlia del sud, al sud perché figlia del nord. Essere studentessa di un istituto tecnico, anche se non era quello che volevo, perché così sarebbe stato più facile trovare un lavoro. E poi l’università, una laurea in psicologia, un matrimonio, un trasferimento a Roma, una figlia amatissima. Una separazione, un divorzio. E ciò che era perfetto diventa imperfetto. Ma nella perfezione non c’è spazio per il cambiamento. Tutto è già come deve essere. L’imperfetto è perfettibile. Nell’imperfetto può entrarci il mondo intero. Può entrarci un sogno. Ed essere finalmente chi si voleva essere. Si, ci sono state delle difficoltà, e sono state tante. Prima con se stessi, il misurarsi, il mettersi in discussione, il superare la vocina sottile che ti dice in continuazione di lasciare perdere che tanto è inutile, la paura del fallimento che ti spinge a non tentare neppure, il trovare il tempo nelle necessità del quotidiano di mamma diventata single di riporto. La paura di andare oltre, perché in questo oltre pieno di mistero e follia poteva starci di tutto. Anche la felicità e la gioia immensa che l’infilare parole per fare forma ad una storia mi dava. Pagina dopo pagina. Giorno dopo giorno. Ho scritto un primo romanzo, un secondo e un terzo. Andando sulle montagne russe. Forza, tenacia, perseveranza. Fatica. E ogni volta arrivare alla fine mi sembrava un miracolo. Come quando porti una creatura dentro di te. E non c’è meraviglia più grande. Lo stupore di rendersi conto che non sei tu a scrivere un libro ma il libro a scrivere te. Poi le difficoltà si sono spostate da dentro a fuori. La ricerca di una casa editrice, partendo da un sogno grande che via via si rimpiccioliva. Grandi o piccole che fossero le case editrici la risposta era sempre il silenzio o nei casi migliori il rifiuto in formula standardizzata. Perché non potevi avere neppure un nome. Oppure la richiesta di denaro. A volte tanto denaro. Per il tuo lavoro. Non dico nulla di nuovo. E il sogno si riponeva nel cassetto. Al buio di nuovo. Fino al momento in cui ha rivendicato la sua necessità di esistere, malgrado tutto e a dispetto di tutto. Intanto il tempo era passato e in quel suo essere foriero di speranze, nuove prospettive e formule erano nate. Ecco così la possibilità dell’auto pubblicazione. Ecco così che “Caffè in ghiaccio” vede la luce. Finalmente libero. Perché soltanto quando si osa può accadere di tutto. Anche una magia.

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Formato Libro: Cartaceo e Ebook
Casa Editrice: Self published
ISBN: Cartaceo 9786050491678 / Ebook 9786050386080
Numero Pagine: Cartaceo 297 / Ebook 358
Prezzo: ebook 6,49 ora in promozione a 4.50; cartaceo 15.05

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