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Intervista a Andrea Tavernati

Intervista a Andrea Tavernati, a cura di “Il Mondo dello Scrittore”

Racconta la tua esperienza come autore

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Come per molti, scrivere è una passione, talvolta quasi una droga irresistibile. Ho scoperto di esserne posseduto negli anni delle scuole superiori e da allora…non c’è stato verso di smettere. Nonostante tutto. Scrivere è sempre stato per me un modo di esprimermi, di auto-esprimermi, nel senso che ho dentro idee, pensieri e sentimenti che finché non li metto nero su bianco non so nemmeno di averli. Quindi scrivere è prima di tutto un modo di conoscersi e poiché conoscersi non può essere fatto senza definirsi in relazione ad “altro” è anche uno strumento di indagine del mondo. Tutto questo avrebbe ancora poco a che vedere con la letteratura, non fosse che riconosco nell’arte di raccontare storie e in quella del “canto” poetico due sistemi espressivi che costituiscono altrettanti formidabili strumenti maieutici. Con questi presupposti l’esigenza di rendermi pubblico ha sempre avuto un peso abba! stanza secondario nelle mie scelte, più legato alla curiosità di capire se sono in grado di stabilire una comunicazione interessante con e per gli altri che non al desiderio di rendermi noto ed apprezzato al maggior numero possibile di persone. Con il risultato che fino ad oggi ho alcuni libri nel cassetto ed uno solo pubblicato. Non ho mai frequentato il sottobosco degli autori sconosciuti, degli autori-vorrei-ma-non-posso, degli autori-io-sono-meglio-di-Dante-ma-nessuno-mi-capisce e così via, ma ho annusato abbastanza l’aria per capire che esistono le lobby delle case editrici (quelle poche che contano davvero e fanno il mercato), le lobby di quei santoni-che-la-cultura-italiana-la-decidono-loro, le lobby dei poeti… Una volta erano mondi chiusissimi. Oggi mi pare che il digitale, il web con le sue immense potenzialità e le possibilità di confronto aperte a tutti stia smuovendo qualcosa. Il sommerso viene alla luce del sole. Quello che semmai manca è l’autorev! olezza di punti di riferimento nella qualità. Prevale ancora la logica “berlusconiana” dello sgomitare per conquistarsi il proprio posto al sole, poco importa quale sia il valore reale di quello che si propone. Sicuramente ci sono molti autori sconosciuti che meriterebbero di stare accanto a quelli pubblicati dalle “grandi” case editrici (e ne ho incontrati). Sicuramente ce ne sono molti che potrebbero limitarsi a scrivere per proprio divertimento, senza pretendere di imporre agli altri una personalità che –autorialmente parlando – non hanno. Ma chi è realmente in grado di indirizzare, se non giudicare? Tutto è opinabile e quindi tutto è lecito, ma tutto finisce nel magma di un affollamento che si azzera da solo proprio perché mancano gli strumenti per orientarsi in una giungla intricatissima.

Che cosa ispira il tuo modo di scrivere
E’ difficile dirlo. Riflettendoci credo di poter dire che ho come due tempi opposti che mi si incrociano e combinano variamente. Uno è un tempo lungo, a volte lunghissimo, che non comincia a mettersi in moto con un fatto specifico ma è più una sorta di crogiuolo nel quale vengono a coagularsi sensazioni, stati d’animo e a volte il profumo di un mondo intero. Perché tutto questo si condensi in una storia o in un testo possono occorrere anche anni e a volte non succede nemmeno; l’idea rimane lì, sospesa a mezz’aria. Di contro a ciò c’è un’ispirazione immediata, determinata quasi sempre da un fatto minimo, insignificante per chiunque altro. Talvolta basta un’immagine, il movimento di una foglia, un tono di voce, il riflesso su una finestra… qualcosa genera un piccolo cataclisma interiore che si rapprende in una frase, un verso e da quello poi nasce il resto del testo. Difficilmente scrivo testi “letterari” su commissione o mi lascio trasportare da un fatto di cronaca o qualcosa di esterno, a meno che non l’abbia lasciato sedimentare e come trasfigurare dentro di me.

Parla della trama del tuo libro
Essendo un libro di poesia non ha una trama nel senso narrativo del termine, ma ha una storia: la storia di una evoluzione interiore, che può essere la mia, ma nella quale, spero, si possano rispecchiare in molti. Il libro è diviso in tre parti, che corrispondono ad altrettante fasi di questa storia. La prima mostra un io che si dibatte tra molti temi comuni: l’insoddisfazione di se stessi, la difficoltà a capire il proprio ruolo nel mondo, il complesso rapporto con gli altri, l’amore, l’incomprensibilità di una natura dalla quale ci siamo irrimediabilmente allontanati… La seconda opera un brusco ripiegamento sulla più personale interiorità. L’io si è reso conto che non può cercare le proprie risposte nel mondo, deve trovarle entro di sé, ed entro di sé deve identificare una oggettività che prescinde dall’io. Sembra un paradosso, ma è in questa parte che si concretizza maggiormente l’avvicinamento ai principi della filosofia zen: per trovare l’io occorre superare l’io, per scoprire il valore della parola, occorre accedere al silenzio. Non è un caso se il centro esatto di questa parte, e del libro, è costituito da due pagine completamente bianche, nelle quali si isola un unico haiku. La terza parte riprende i temi quotidiani della prima, ma con una diversa e meno drammatica consapevolezza, rivivendoli tutti all’insegna dell’”illuminazione” a cui l’io si è accostato nella seconda.

I tuoi personaggi prendono spunto da alcuni lati del tuo carattere
Come dicevo, trattandosi di un libro di poesia, non ci sono personaggi, o meglio ce n’è uno solo: l’io protagonista della “storia” che mette in luce i diversi lati del sé e, da questo punto di vista, è assolutamente autobiografico.

Prediligi un genere specifico oppure la tua scrittura spazia in altri campi
Mi sono cimentato sempre sia con la poesia che con la narrativa, sia lunga che breve, e mi diverto con tutti questi tipi di scrittura, naturalmente usando sistemi espressivi, e quindi linguaggi, molto differenti. Non ho mai scritto testi teatrali, sia perché non me ne è mai capitata l’occasione, sia perché penso occorra una preparazione particolare, che non possiedo.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro
Superata la soglia dei cinquant’anni mi sono detto che forse era giunta l’ora che mettessi un po’ d’ordine in tutto quanto ho scritto nei trenta e più anni precedenti. Questo se non altro per un senso di soddisfazione e compiutezza personale. Da questo lavoro di sistemazione, che è diventato lavoro di riscrittura e di integrazione, in molti casi, sono nati L’Intima Essenza e una raccolta inedita di racconti, che ritengo conclusa, almeno provvisoriamente. Ora sto lavorando su un’altra raccolta di poesie e su un libro di narrativa di ampio respiro, di cui avevo già realizzato una prima redazione oltre 15 anni fa. Mi sta mettendo a dura prova. Poi c’è una terza raccolta di poesie che ancora mi aspetta in un altro cassetto.

Cosa consiglieresti a un autore esordiente
Dipende da quali obiettivi si prefigge. Se pensa di diventare ricco e famoso scrivendo gli potrei consigliare almeno una ventina di “carriere”, con le quali ha certamente più probabilità di raggiungere i suoi scopi. Se non è così gli chiederei perché scrive. E’ una domanda apparentemente banale, ma dalla risposta dipende tutto il comportamento successivo. Pubblicare è un’esperienza interessante, non perché spalanchi chissà quali porte, ma perché è un modo per confrontarsi con gli altri, conoscere altre persone che hanno fatto la tua stessa esperienza e scoprire che c’è qualcuno che magari può essere arricchito dal tuo libro. Come mi ripeto sempre, se leggere quello scrivo ha cambiato anche una persona sola, e anche in minima parte, allora non è stata fatica sprecata. Però pubblicare dovrebbe essere un punto di partenza per il libro, ma un punto di arrivo per il suo autore: cerchiamo di proporre per la pubblicazione solo libri che possano essere “importanti”, non l’ennesima imitazione di qualcosa che è già stato scritto e riscritto migliaia di volte. Cerchiamo di scrivere poco, ma di scrivere cose che contano. Di libri inutili ce n’è già anche troppi. Per fare questo bisogna rendersi conto di quello che ci circonda: leggere molto. E non accontentarsi della prima cosa che ci esce dalla tastiera del computer: chiedersi se ciò che si ha scritto può dire qualcosa di nuovo, o in un modo nuovo, anche agli altri. Non mi stancherò mai di dirlo: si può anche scrivere solo per se stessi. Non c’è niente di male. Quanto alle case editrici, sceglietevene una non a pagamento: il lavoro voi l’avete già fatto. Il lavoro vero della casa editrice non è stampare il libro in un certo numero di copie. Questo lo può fare qualunque buon tipografo e oggi con le tecnologie digitali, il print on demand e gli ebook è quasi inutile. Il lavoro vero della casa editrice è distribuire e promuovere il vostro libro. E per farlo deve crederci, cioè deve averlo scelto perché crede sia un buon libro, non perché tanto chiedendo soldi al suo autore va più o meno in pari con i costi di stampa e poi tanti saluti e grazie. Di piccole case editrici serie e non a pagamento per fortuna ce ne sono parecchie, ma non pensate che possano fare miracoli: hanno spazi di manovra e disponibilità economiche limitate. Occorre tanta pazienza e un bel lavoro d’equipe: anche questo fa parte del divertimento.

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