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Recensione di Irma Panova Maino

La vita non dura un quarto dÔÇÖora di William A. PradaLa vita non dura un quarto d’ora di William Prada non è, come lui stesso ama definire, un libro di narrativa: … “questo non è un romanzo, ma non ti sto a spiegare nemmeno il perché. Questo che stai per leggere non ha nemmeno la voglia o la pretesa di essere un libro, o la parvenza di un qualcosa da conservare sopra la mensola della sala, che magari non hai nemmeno. Parlo della mensola, non della sala.”…

Le prime parole della prefazione riassumono inequivocabilmente lo stile e il senso dell’intero testo, regalando al lettore istantanee intrise di sensazioni che lo scrittore vuole trasmettere. Prada rievoca la figura del padre, scomparso in poche manciate di minuti, un quarto d’ora appunto, condividendo con il lettore l’aspetto più intimo e profondo del proprio rapporto con il genitore.

Quasi un dialogo, toccante e coinvolgente, in cui chiunque abbia perso una persona amata può ritrovare attimi del proprio dolore, del proprio rammarico e della tenerezza che la memoria conserva nei ricordi più belli, più incisivi. Prada non ha la pretesa di aver scritto un best seller, benché il testo sia scritto bene e senza eccessivi refusi, tipici di un self publishing, tuttavia ha riposto, proprio all’interno di quelle righe, un’importante eredità emotiva per se stesso e per i propri figli, regalando loro la chiave per interpretare gli avvenimenti che la vita propone e propina. Il dare per scontato un determinato affetto ci pone successivamente nella situazione di dover fare i conti con noi stessi, soprattutto quando questo viene a mancare. Troppo spesso non ci rendiamo conto delle piccole “cose” e dei piccoli gesti che rendono radiosa una giornata partita male o trasformano pioggia e nebbia in momenti da condividere serenamente e Prada sottolinea proprio questo fatto. Pone l’accento sui propri ricordi, estirpandoli, a volte con dolore e tristezza, a volte con gioia e ironia, dalle profondità della memoria, traendoli da quel cassetto che, ora, pare essere finalmente quello giusto in cui trattenere con cura ogni singolo attimo di eternità che ha vissuto con colui che è stato, prima di ogni altra cosa, un padre.

Sì, io voglio che tutti sappiano chi eri, ma soprattutto chi eri tu per me: un amico, un piccione viaggiatore. Io invece sarò il figlio di uno che per fortuna è rimasto vivo a lungo. Dopotutto, io sono ancora un figlio, perché penso che non sia successo nulla di così irreparabile.”

Dunque non la morte vista come l’atto estremo e definitivo in cui, per chi resta, tutto svanisce e sbiadisce a causa di una sorta di sopravvivenza emotiva, ma come una forma transitoria nella quale si può ancora condividere il quotidiano. Una sorta di nebuolosa in cui chi non è più presente fisicamente può ancora rispondere ai dubbi e ai quesiti, restando vivo ai margini del nostro esistere giornaliero.

Personalmente ritengo che l’opera di Prada possa offrire molti spunti di riflessione, soprattutto quelli che possono sorgere considerando i rapporti umani e le interazioni che esistono fra persone che condividono un amore profondo e sincero. Tuttavia non solo. Molti passaggi pongono sotto luce i cliché che spesso vengono utilizzati e l’ipocrisia, da parte del mondo esterno, a cui si assiste quando un “caro” viene a mancare. Prada non nasconde nulla, nemmeno se stesso, e conclude con una frase che racchiude un amore senza tempo e senza confini:

“Grazie”. Grazie di cuore, papà.

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