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Recensione di Cinzia Morea

La resa degli innocenti di Irma Panova Maino

La resa degli innocenti è un libro che invita a riflettere sull’indifferenza con cui accogliamo giornalmente laLa-resa-degli-innocenti-cover-200x300 notizia di efferati fatti di cronaca, che entrano nelle nostre case attraverso gli schermi televisivi, ma i cui protagonisti rimangono “volti anonimi di cui nessuno terrà mai veramente conto se non coloro che li hanno perduti per sempre”. La scrittura di Irma Panova Maino riesce a penetrare oltre la corazza dietro cui ciascuno di noi si trincera alla notizia dell’ennesima ingiustizia perpetrata contro uno più debole, e lo fa portandoci nella mente di una protagonista della tragedia, una madre a cui è scomparso il figlio. Potremo non riconoscerci in lei, non essere sicuri che, nelle stesse circostanze avremmo reagito con tanta lucida, violenta, sete di vendetta, ma siamo trascinati a percorrere la sua stessa dolorosa strada. Barbara, poi Rian, perde sé stessa, la sua identità, la sua intera esistenza; alla scomparsa del figlio non conserva di sé neanche il nome e, lentamente, dolorosamente, in una solitudine estrema in cui soltanto l’odio e la sete di vendetta le permettono di resistere alla disperazione, diventa qualcun altro, Rian appunto, capace, come non lo sarebbe mai stata Barbara, di perseguire obiettivi che nulla hanno a che fare con la tranquilla quotidianità di una vita comune. Con un ritmo incalzante, per cui gli occhi sono costretti a rincorrere le parole sulla pagina, l’autrice ci narra la metamorfosi di una bella donna, in una monomaniaca, cui poco rimane di umano, che di pagina in pagina si spinge sempre più a fondo oltre l’apparenza di un mondo perbenista, fino a scoprirne la nascosta crudeltà e il gretto egoismo. Rian si muove da sola sullo sfondo della sua personale tragedia, i mostri che le hanno sottratto il figlio rimangono in secondo piano, fin troppo umani al suo confronto: avidi, deboli e spregevoli. A lei fanno da contrappunto solo due ombre: quella del ragazzo scomparso, la cui sorte, cui viene accennato brevemente e crudamente, rientra in quelle “statistiche fatte di numeri incolonnati in serie, a indicare cifre spaventose”, ma alla cui sofferenza non si accenna: sparito, scomparso per sempre in un gorgo di orrori cui è lasciato alla sensibilità e all’immaginazione del lettore il compito di dare forma, e altra ombra, l’assassino enigmatico che la segue nelle tappe della sua vendetta, di cui è difficile carpire i pensieri e le motivazioni, e il cui ruolo verrà chiarito solo nella scena finale. L’unico altro alleato di Rian è il narratore, quasi estraneo alla vicenda, raccoglierà il testimone delle sue imprese, impossibilitato, unico fra tanti, a continuare a ignorare l’orrore di cui nessuno di noi vorrebbe essere spettatore.

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