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Recensione di Elisabetta Bagli

“Consumando i giorni con sguardi diversi” è la seconda silloge poetica di Andrea Leonelli. In essa si ritrovano alcuni degli elementi che avevano caratterizzato l’opera precedente e si inseriscono elementi del tutto nuovi derivanti dal sentire più elevato e maturo del poeta, un sentire che traspone nelle composizioni con quel suo inconfondibile stile, intenso e incalzante, conferendo ritmo a ogni singolo verso. Nelle sue poesie si avvertono sentimenti di angoscia, di impotenza e di inadeguatezza dell’uomo nell’affrontare determinate situazioni della vita. Ma tali sentimenti non sono totalizzanti. Difatti, l’autore, a volte, ci sorprende con inattese pennellate di luce che, come lampi, rischiarano la sua notte.
Con questi versi, Andrea Leonelli tende a dissotterrare le tensioni e le pulsioni per dissolverle nella luce della speranza. Riesce a rendere tangibili i fantasmi dell’incoscio arrivando a scavare in profondità per rimuoverli e farli emergere portandoli alla luce. Ma tutto ciò avviene in solitudine. Perché, come viene espresso in “Anima Stropicciata”, il cuore crudelmente strizzato è quello di un uomo solo, legato a una giostra di dolore i cui giri scandiscono note sempre nuove e diverse alle quali ci si trova impreparati.
Le tematiche del dolore e della solitudine vengono affrontate in molte altre poesie di questa silloge, sebbene le immagini che ne scaturiscono siano differenti. Per esempio, in “Maschera di dolore” si parla di un dolore trincerato dietro una maschera con l’unico scopo di non ferire l’altro. L’uomo preferisce annichilirsi e soffrire da solo per la sua condizione piuttosto che danneggiare la persona amata, manifestando, in questo modo, una sorta di generosità non solo nell’amore, ma anche nel dolore.
L’uomo prova dolore anche per una porta che trova sempre chiusa e che lui vorrebbe aprire per carpirne i segreti che al di là si nascondono, segreti dei quali riesce solo a rubare immagini sfocate, abbozzate. Ma all’improvviso, dopo gli isterismi non rimane nulla, solo una vernice che gocciola rosso dal muro, da quel muro che pensava come sostegno e che invece si è rivelato un grave miraggio (“Una porta sempre chiusa”).
E, dopo aver affrontato lotte ardue ed estenuanti, impotente anela a quella tenerezza che può dargli solo il seno della sua amata, sebbene sappia che non potrà mai riceverla perché non sarà la spada né il veleno a farlo morire, ma l’ “Assenza del tuo seno”. In questa poesia come nelle due precedenti si ravvedono i simboli tipicamente schnitzleriani del disagio amoroso: la maschera, la porta e quella spada che sembra dividere il letto dei due amanti delimitando i confini delle loro sfere.
In “Incido la pelle”, il poeta vuole incidere il suo dolore per non dimenticare quei ricordi intrisi e scoloriti, scrivendolo con il sangue e rimanendo sospeso e immerso in ogni vuoto giorno. Ma la sua pelle riamarrà asciutta allo scorrere delle vite attorno indicando la sua indifferenza per il mondo, sconfinando il suo corpo, concetto ripreso anche in “Sintesi di noi”.
Inoltre, in questa sua opera sono presenti molti elementi della natura e dell’Universo, elementi utilizzati dal poeta per descrivere meglio la sua costante ricerca della luce nella notte che porta dentro sé: le galassie e le stelle che si rompono e diventano “Rottami di stelle”, di quell’unica luce nel suo buio; il mare con la sua spuma e con le sue onde che giocano e annebbiano gli innamorati persi negli occhi nel cielo (“Dalla spuma del mare”); il vento che, come un alito, agita i suoi pensieri; l’acqua, non solo come presenza marina ma anche sotto forma di lacrime ad indicare il fatto che il poeta vuole in un certo qual modo piangere il suo dolore ma anche lavarlo via da se´ per rinascere. Le lacrime, presenti in molte sue poesie, costituiscono un passaggio fondamentale per la sua crescita emozionale e piovono addosso innocenti per far palude dentro sé (“Riflessioni lente”), convergono nei suoi sogni recando una speranza per un domani migliore (“Sera”), e come lacrime trascorse, scavano la sua faccia (“Pezzi di passato”), sgorgano mentre slaccia i fili della sua anima (“Slaccio i fili”), stillano dall’albero che vuole abbattere o proteggere per vederne i suoi frutti (“Rifrangere di luce riflessa”), soddisfano il loro desiderio di uscire allo scoperto. (“Come un’onda”).
Ma la vera sorpresa del libro arriva dai colori. Il poeta li usa come una maschera per coprire gli occhi e non vedere il travolgersi degli eventi quotidiani (“Sintetizzo colori”), come colori riflettenti infinita luce in arcobaleni (“Come acqua”), quella luce da accarezzare ma della quale ha paura. Per questo vuole ancora tenerezza, per questo sente il desiderio di ritornare bambino ed essere preso per mano (“Da capo”) e condotto verso sentieri nuovi, liberando la fantasia e decorando il mondo di cose belle e fresche (“In quest’attimo”), di sorrisi e di amore.
“Perdo di definizione” è una delle poesie nelle quali il poeta ha captato immagini moderne per descrivere l’amore nelle sue pulsioni che diventano meccanismi che scattano impazziti, accendendo, alterando e spegnendo sentimenti e vita. Anch’essa è una poesia nuova, che sorprende piacevolmente il lettore abituato a pensare alla poesia d’amore in termini completamente opposti.
La silloge poetica di Andrea Leonelli “Consumando i giorni con sguardi diversi” è complessa e completa, in quanto riesce a diluire sentimenti e disagi quotidiani in ogni loro sfumatura, mantenendo un equilibrio espressivo e descrittivo perfetto e coinvolgente. Le sue sono immagini mature che per la loro intensità, una volta plasmate nella propria mente nel corso della lettura, rimangono a lungo negli occhi, facendo sorgere al lettore il desiderio di voler leggere di nuovo quei versi che le hanno create.

Elisabetta Bagli

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