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Recensione di Andrea Tavernati

Consumando i giorni con sguardi diversi di Andrea Leonelli

Poesia ossimorica quant’altra mai quella di Andrea Leonelli, non è un caso se questa figura retorica ricorra Consumando i giorni con sguardi diversi - Poesiaossessivamente in molti dei suoi testi (Silenzi assordanti) simbolo di una dimensione contraddittoria dell’essere declinata in molte sfaccettature, fino a descrivere una natura disintegrata, incapace di ottenere risposte tanto dal mondo circostante, quanto dall’interrogazione dell’io. Il rapporto tra interno ed esterno, infatti, risulta accanitamente indagato attraverso un mitragliamento di “sguardi diversi” nel senso che il poeta adotta una sistematica strategia di straniamento dei punti di vista, quasi cercasse di sorprendere l’io/mondo nella speranza inconfessata di cogliere in castagna almeno uno dei due, rivelandone un baluginio di comprensibilità, per un attimo o in un frammento. Speranza che rimane in sospeso, approda ad esiti dubbi o tutt’altro che univoci (a loro volta). Ma intanto l’engagement esasperato non rinuncia a misurarsi con tutti i mezzi, così concreti e tanto impalpabili, che si fanno veicoli delle sensazioni: riflessi, rifrazioni, sabbie, venti, lampeggiamenti, scorrimenti, abrasioni percorrono questa poesia in lungo e in largo, mettendosi in relazione diretta con gli strati più profondi dell’io, quasi senza la mediazione dei sensi, del corpo. In questa dimensione agonica gli esiti a mio avviso più interessanti e originali si hanno in quei testi che fanno collassare le sensazioni esterne nell’interiore facendole scontrare direttamente con questa dimensione parallela. Ne nascono poesie autenticamente “hescheriane” piene di prospettive apparentemente impossibili (Riflessi e rovesciati), in un flusso di coscienza nel quale ogni confine razionale appare ormai privo di senso. Il confronto con tematiche scientifiche, psicoanalitiche, (Mondi, visioni, Parole a spirale, Liquefare l’assoluto) con la frattura tra percezione e pensiero approda in un magma in cui è sempre più difficile distinguere il reale dal sognato, il pensato dal vissuto, l’io dall’altrui. Ciò si riflette nella forma di versi a cascata, che scaturiscono l’uno dall’altro secondo una logica loro propria, capaci di curvare il senso fino al limite dell’insensato, e in una punteggiatura deragliata, una trama di pause non ovvie, che il lettore deve ricostruirsi verso per verso. Ma sarebbe errato pensare ad una poesia totalmente concettuale. Andrea Leonelli parte sempre da un vissuto concreto, da un’esperienza personale, anche quando non precisamente decodificabile nell’occasione specifica di un fatto o di un momento, e di essa ne mette in rilevo il distanziamento, l’inattingibilità che è il vero centro del dolore: parola altamente ricorrente, non solo in riferimento ad una dimensione fisica, ma ad una rottura cosmica di base, come se all’uomo fosse dato di vivere una identità che non è più (o non è mai stato?) in grado di comprendere. Da qui anche testi apparentemente più occasionali o più giocati intorno ad espedienti retorici e letterari classici, come l’iterazione di certi versi, l’anafora e il ricorso alla rima, che talvolta fanno balenare una consapevole e sofferta ironia. In uno sguardo complessivamente attonito, che fatica anche ad esprimere il proprio nichilismo, quale unica evidenza del reale, sono questi i momenti che! fanno breccia fino a congiungersi con il riferimento ad un “tu”, che costituisce, nella residua possibilità di un legame autentico, uno spiraglio verso la debole luce di una stella, forse un punto di partenza da cui ricostruire, ma chissà come, un possibile futuro… Una poesia quindi con molte sfaccettature e capace di utilizzare registri differenti, ma sempre legata ad una esigenza di esprimersi attraverso lo specifico della lingua poetica, che ricorda la migliore tradizione novecentesca della linea lombarda, ma con una personalità specificatamente originale.

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