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Recensione di Marina Atzori

La vendetta è un gusto di Giancarlo Ibba

Mi mancava il primo della trilogia di Giancarlo Ibba, avendo già letto gli altri due: “L’alba del sacrificio” e “C’era una volta inLa Vendetta è un Gusto Sardegna” (pubblicato di recente), non potevo fare a meno di leggere anche il romanzo che ha permesso all’autore sardo di esordire nel mondo della scrittura. Questa sorta di percorso inverso è stato più interessante di quanto avrei potuto prevedere. Veniamo alla trama: Lorenzo Carta è uno studente universitario di Scienze Naturali, un ragazzo molto particolare, imbevuto delle sue origini sarde fino al midollo. Un tipo strano, silenzioso, dalla personalità fragile, traballante, insomma: un involucro talmente colmo di emotività da far venire persino qualche brivido, e non esagero. Lui stesso si definisce un tipo da Deserto del Gobi, per sottolineare quanto lo attanaglia la solitudine. Sì perché in questo libro Ibba ci riserva ancora una volta qualcosa di speciale, quel qualcosa in più che il lettore si aspetta ! per non rimanere indifferente a ciò che legge. Tuttavia su questo aspetto vorrei tornarci in un secondo momento. Vorrei infatti parlarvi prima del corpo di questo thriller. Dunque, Cagliari viene fagocitata nel limbo del mistero, diventando così la “pellicola” in forma scritta di una serie di omicidi spaventosi. Le vittime appartengono a docenti dall’etica morale non proprio pulita, i corpi vengono sapientemente sezionati da un omicida seriale, e gettati in un Acquario, lasciati in pasto a cernie e murene. L’atmosfera è tetra e nebulosa, ci troviamo di fronte a un puzzle dell’orrore ben studiato, neanche a dirlo, nei minimi dettagli; pezzo dopo pezzo, pagina dopo pagina, scalino dopo scalino mi sono ritrovata catapultata in mezzo agli eventi, snocciolati direi, in modo semplice e scorrevole. In questo libro Ibba utilizza un linguaggio calibrato, accessibile a tutti, trasformandolo credo volutamente in uno stile aperto, per nulla scontato, rivolto a tutti coloro i quali d! esiderano cimentarsi in una lettura di questo genere. L’autore! invita, chi non è mai stato nella Sardegna dei suoi racconti, a scoprirne un aspetto poco noto, quello lugubre creato ad arte per i suoi intenti. Conoscerete anche un pizzico di realtà sarda, quella incomprensibile dove la droga vive negli angoli delle strade, dove non si nasconde il degrado, dove troppo spesso gli sguardi e il linguaggio degli studenti, lasciati a se stessi, parlano del famoso orgoglio, che sono costretti a mettere da parte ogni giorno, perché i sogni in questa terra non sempre possono essere contemplati. L’Università viene descritta come un ambiente fatiscente: animali impagliati, pesci dalle ombre sinistre… Cito testualmente: “Tutto l’ambiente trasudava di speranze e sogni in disfacimento. Difficile trovare la fiducia nel futuro in una specie di catacomba.” Insomma, riversare le proprie speranze in un luogo così austero ha veramente il sapore dell’utopia. Cos’ho letto tra le righe de “La vendetta è un gusto”? Ho letto impotenza, ho letto voglia di rompere il muro del silenzio dell’anima, ho letto i traumi psicologici che hanno tirato le fila di questa scatola di pensieri intelligenti, uniti dal terrore e dipinti con una tonalità di giallo accattivante, che attira il lettore con la forza di una calamita. Veniamo alla figura del Professor Sforza, che suscita rabbia, inquietudine, disturba anche il lettore con una velata prepotenza, fa salire un senso di repulsione incontrollabile verso un sistema universitario che ne rispecchia l’ambiguità. Le caratteristiche di questo individuo e la descrizione della stanza dentro la quale si affrontano gli esami mi hanno letteralmente impietrita. Lorenzo Carta è vittima della paura, tenta di scrollarsela di dosso, sotto la pioggia battente, la quale non molla neanche per un secondo il cielo tetro che imperversa sopra la sua testa, pronta ad esplodere da un momento all’altro. Cito testualm! ente: “Il mio cervello dovette compiere un orrendo viaggio nell’oscuro dedalo dell’inconscio.” Il giovane scappa in più occasioni, il terrore lo insegue, mentre tenta di aggrapparsi all’unico rapporto umano che gli da fiducia, restituendo colpi di scena davvero incredibili. Vorrei proprio parlarvi per un attimo di lei, di Stella, l’amica alla quale il protagonista si appoggerà nei momenti peggiori della sua vita. La ragazza è scaltra, decisa, fredda, razionale, tutto ciò che a lui manca, esattamente come l’aria. Mentre i due ragazzi si avvicinano, coltivando un legame incondizionato, gli omicidi si susseguono. Il panico nei confronti delle ore che non passano mai si fa sentire, l’adrenalina contamina il manoscritto come farebbe una macchia di caffè, si allarga senza possibilità di essere fermata. I fotogrammi e le immagini di questa vicenda diventano terribili incubi dei quali Lorenzo diventa prigioniero. L’aspetto incredibile è che tutta questa sferzata di energia i! l lettore può percepirla, il modo in cui lo scrittore riesce ! a rapirn e l’attenzione coinvolgendolo, è notevole. Dapprima lo ingloba nella solitudine del protagonista, poi lo trascina con sé, sotto la pioggia, nelle sue corse frenetiche, a dar strattoni tra la gente per farsi spazio, a saltare tra pozzanghere infinite, dove jeans e anfibi si inzuppano d’acqua e la fronte gocciola di sudore al pensiero di scene da film, che mai nessuno, in vita sua, credetemi, avrebbe voluto vedere. Cito testualmente: “Non avevo nessuna meta, non stavo andando da nessuna parte, correvo e basta.” È in questo breve ma intenso passaggio che mi sono sentita persa, disperata proprio come lui. Ecco, io credo che questa sia la sensazione più forte che ho provato. Ma non finisce qui, poi ci sono sofferenza e solitudine, quelle che sanno di “verità” che pochi autori sono in grado di tirar fuori così generosamente, nascoste tra le righe per non dare troppo nell’occhio, o forse perché in un libro giallo, la profondità, il lettore non se la aspetta. Sapete una cosa! ? Io l’ho apprezzata proprio perché non me la aspettavo! Sono scattate le domande: e adesso che succede? Come farà a cavarsela? E se la polizia dovesse sospettare di lui? Mi ha investita il ciclone dell’inizio della fine. Ecco cosa intendo per pathos! Per rendere meglio l’idea leggete questo breve ma forte passaggio, che esalta l’anima di questo romanzo, quella che ho lasciato in sospeso all’inizio: “Ogni parola era come un ago arrugginito conficcato nel cuore.” Lorenzo la figura più riuscita del romanzo, vive momenti duri, toccanti, in cui la sua mente è esausta, vuole smettere di pensare alle conseguenze, l’autore per l’ennesima volta, si avvicina al lettore con queste parole. Sapete cosa vi dico per concludere? Che questo esordio già la diceva lunga sul talento di Ibba, temevo di notare forti differenze con i successivi romanzi, di vedere la classica base delle fondamenta che ci si aspetta quando si pubblica un libro per la prima volta. Invece no, ho scoperto lo scr! ittore sardo in una chiave diversa, dove la leziosità linguis! tica non serve a colorare le vicende, dove tutto scorre con una naturalezza imbarazzante. Il finale? Un susseguirsi di colpi di scena dove la verità viene sapientemente centellinata! Da amante del thriller psicologico non posso che apprezzarlo e rimanere ancora una volta sorpresa positivamente. “La vendetta è un gusto” era il tassello mancante, posso affermare tranquillamente che tra i tre è il mio preferito per il risvolto psico-thriller, ovviamente senza nulla togliere agli altri due che mi sono piaciuti comunque molto per motivi diversi. Beh! Devo dire che questo autore non solo merita di essere letto, credo infatti che debba godersi anche una serie di riscontri oggettivi da parte dei lettori che cresceranno nel tempo, ne sono certa.

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