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Recensione di Diego Romeo

Selvaggia, i Chiaroscuri di Personalità di Giovanni Garufi Bozza

Il primo romanzo di Giovanni Garufi Bozza è un saggio, o meglio un viaggio, nel complicato animo umano. Con 07110-selvaggiasapiente maestria l’autore, attraverso dei dialoghi fra i due protagonisti principali, Martina/Selvaggi e Daniel, mette a nudo la doppia matura che è in ogni essere umano. Una natura che spesso non si nota a pieno, perché ognuno di noi tende a mitigare, reprimere o nascondere, alcuni aspetti del proprio carattere, addirittura molto spesso pur di essere accettati in un determinato contesto si è disposti anche ad indossare delle vere e proprie maschere. Del resto l’uomo è una creatura complessa, oltre che sociale, composta da innumerevoli sfumature che vanno dal bianco al nero. Sfumature con cui si gioco al fine di poter essere il più apprezzato possibile dagli altri. Perché diciamola tutta il più delle volte noi cambiamo il nostro comportamenti per sentirci apprezzati e/o parte di un gruppo. Per cui difficilmente si potranno notare personalità totalmente diverse in un singolo individuo, piuttosto si avrà un unico individuo che avrà una natura più propensa verso il bianco o verso il nero. Del resto l’avere una doppia natura, insita in ogni uomo, ha sempre solleticato la fantasia di molti scrittori e sociologi, ricordiamo per esempio il famoso scrittore Robert Louis Stevenson, che con il suo celebre romanzo “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”, giocava proprio su questo duplice aspetto della natura umana. Alla fine, del suo romanzo, nella lettera che il dott. Jekyll lasciava al suo amico, il dottore confessava proprio la sua doppia natura, quella benigna e quella maligna, il suo operato al fine di separarle definitivamente non solo nello spirito ma anche nel corpo. Ma anche la sconvolgente confessione del dottore che ammette di avere sempre preferito la sua natura maligna a quella benigna, e che solo per vivere nel rispetto di tutta la società aveva deciso di indossare una maschera per apparire agli occhi di tutti come un rispettato medico e filantropo. Ma mentre Stevenson, per dividere i due animi ricorre all’alchimia, il nostro Garufi Bozza usa un espediente più realistico per scindere i due l’animo della protagonista. Infatti sarà un terribile lutto, di cui Martina si sente responsabile, a frantumare in mille pezzi il suo animo gioioso ed estroverso. Pezzi che poi verranno ricomposti dalla stessa Martina dando origine a due individui totalmente opposti ma che coabitano all’interno dello stesso corpo. Due poli diversi, il bianco e il nero, estremizzati fino allo spasmo, così diversi da spingere la volontà dominante di turno a cambiare il più possibile il proprio aspetto fino a quasi renderla irriconoscibile, unica cosa che rimarranno uguali saranno gli occhi e lo sguardo. Ma la domanda che viene fuori durante la lettura del romanzo, almeno a mio avviso, è la seguente: “è possibile vivere totalmente nel bianco o nel nero?” Sempre a mio avviso, la risposta è no, perché alla fine sia Martina che Daniel dovranno ammettere di aver bisogno di un’anima più complessa, più completa e forse anche un po’ più “grigia”. Daniel infatti alla fine si accorgerà di aver bisogno di entrambe le personalità di Martina e lei capirà che per avere Daniele ed una vita normale dovrà ritrovare un equilibrio fra le due parti. Ultima riflessione che vorrei fare su questo romanzo, per altro scritto in un ottimo italiano, e che a mio avviso gli conferisce ancora più spessore sociologico, è la scelta dell’autore di raccontare anche la storia e i fatti della società romana che circondano i protagonista e in cui loro sono chiamati a vivere e a relazionarsi. Per esempio ho apprezzato molto il capitolo sulla successione papale. Per concludere penso che questo sia un ottimo saggio sociologico che vale la pena di leggere.

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