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Recensione di Giancarlo I.

Alina, autobiografia di una schiava di Giovanni Garufi Bozza

Dopo aver rinviato tante volte, in attesa del momento giusto, ho letto “Alina” in tre, lunghe, sessioni.Alina Quando ho finito, le sensazioni scatenate dalla lettura erano tante e diverse, diverse anche da quelle che mi aspettavo. E’ un romanzo duro, crudo, intriso di sofferenza e degrado, capace di prendere a pugni lo stomaco di ogni donna con la testa a posto. Come già osservato da altri recensori, per l’autore (un uomo) sicuramente non è stato facile e immediato scrivere un opera di questo tipo. Non sarà stato neanche semplice scrivere tutto quanto dal punto di vista di una donna (ragazzina, in realtà). Probabilmente ci saranno anche delle inesattezze (in quanto uomo, non sono in grado di stabilirlo) al riguardo… ma non importa. Non è questo il punto. Nella sua triste verità , verificabile sui marciapiedi di ogni grande e piccola città, la dolorosa storia di Alina riesce comunque a trasmettere emozione e indignazione. A dirla tutta, la mia ! sensazione predominante erano la vergogna e la rabbia… La vergogna di appartenere al genere maschile (lo stesso genere a cui appartengono buona parte dei personaggi descritti in questo libro). La rabbia di vedere che, nonostante trascorrano i millenni, le cose restano sempre uguali (a parte qualche colorato gadget tecnologico e mezzi di trasporto più veloci). Non mi dilungherò sullo stile dell’autore e sull’arco narrativo, per quanto confermino il genuino talento di Bozza e la sua progressiva maturazione, perchè non si tratta degli elementi fondamentali (anche se contribuiscono parecchio al risultato finale)… E’ una storia viscerale, sporca, claustrofobica, impregnata di quella razionale irrazionalità che può possedere solo il tentativo di rappresentare la realtà. Le cose accadono, che lo si voglia o no, mettendoci di fronte (come succede ad Alina) a scelte ineludibili, senza compromessi: arrendersi o combattere, vivere o morire, piegarsi o spezzarsi. E poi… nel! l’ora più buia, in mezzo a un nero oceano di malvagità, la b! ianca lu ce del bene risplende come un faro nella tempesta. Questo, paradossalmente, è quello che mi ha colpito… l’irruzione della “banale” normalità in un atmosfera malata. Sì, perchè ormai, in questo mondo, non è più di moda essere uomini perbene. Gli uomini perbene sono noiosi. Gli uomini perbene non rimorchiano. Gli uomini perbene lavorano molto e guadagnano poco. Gli uomini perbene non vanno a mignotte mentre i figli sono a letto e la moglie guarda la tivù. Gli uomini perbene non si incontrano quasi mai, ma sono gli unici che meritano di essere incontrati… soprattutto dalle donne. Non tutte sono così fortunate. Di certo non lo è stata Alina.

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