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Fiorino Paolo

Eroi nel nulla – la battaglia di Bir El Gobi

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Il tranello più insidioso che si presenta all’autore di un romanzo storico, probabilmente, è l’introduzione di uno sguardo contemporaneo sugli eventi narrati.

Paolo Fiorino si sottrae abilmente alla tentazione e ne viene fuori con un racconto in cui l’immersione nel clima culturale dell’Italia dei primi anni quaranta è totale, grazie anche al modo in cui riesce a coinvolgere il lettore nelle vicende dei protagonisti. Questo punto di forza della costruzione narrativa, però, per ragioni differenti, finisce col rendere Bir El Gobi un testo controverso.

I settanta anni che ci separano dalle vicende di Franco e Antonio, volontari nell’esercito italiano impegnato nella lotta per la spartizione colonialista della Libia tra le potenze europee belligeranti, hanno inevitabilmente prodotto mutamenti di gerarchia e di senso dei valori socialmente condivisi, in special modo in rapporto a quel periodo oscuro della storia italiana che va dall’inizio degli anni venti alla fine della seconda guerra mondiale. Le scelte dei due personaggi principali sono orientate, fondamentalmente, sulla base della rispondenza a un principio etico: il senso di responsabilità; entrambi i protagonisti, immersi in un contesto storico che comprendono solo marginalmente e che sentono di non poter affrontare in altro modo che abbandonandosi alla corrente impetuosa che li trascina, sanno soltanto una cosa: che è giusto “fare la loro parte” e che il rispetto di questo imperativo morale è il fondamento dell’eroismo.

In questo, Bir El Gobi rivela tutta la sua fedeltà al clima culturale dell’epoca.

L’assunzione di responsabilità per Franco, come probabilmente per molti tra gli appartenenti alle generazioni vissute in quegli anni, è nei confronti dei commilitoni, dei compagni di reparto, anche se conosciuti pochi mesi prima, magari in conseguenza di un’assegnazione casuale ad un battaglione, piuttosto che nei confronti della compagna di una vita o della figlia che ha messo al  mondo.

Una prospettiva difficilmente condivisibile dal lettore degli anni dieci del ventunesimo secolo, che vive in un mondo in cui, oltretutto, non esistono più soldati, ma soltanto professionisti della guerra e in cui non è più un dogma unanimemente accettato che “gli ordini si eseguono, non si commentano!”.

È probabile che lo stesso lettore faccia fatica sia a individuare i meriti del giovanissimo Antonio, la cui maggiore aspirazione è quella di essere inviato al fronte, non importa se a difendere uno sperduto crocevia nel mezzo del deserto, sia a riconoscere valore alla sua scelta di arruolarsi volontario, sfiorato soltanto per un istante dal dubbio che il suo entusiasmo possa essere stato manipolato dalla propaganda del regime.

Nel giudizio sull’episodio narrato in queste pagine come eroica difesa di un avamposto o insensato massacro causato dal regime ci sono settanta anni di storia e di cultura italiana. Ma, a ben vedere, il ruolo di un romanzo storico è anche quello di fungere da specchio, per uno sguardo di rimando sulla contemporaneità e in tal senso Bir El Gobi si rivela un racconto ben congegnato, perché viene da pensare che se Franco e Antonio ci guardassero dal lontano deserto libico del 1941, probabilmente direbbero che in fondo non è poi cambiato molto, se oggi, ad esempio, ci sono di nuovo milioni di italiani che si dicono disposti a fare la loro parte di sacrifici per riconquistare la Fiducia degli Investitori, un concetto non meno astratto (e, come quello, sufficientemente mistico da giustificare le maiuscole) della Patria dei difensori del presidio di Bir El Gobi.

A cura di Gianluca D’Urso

L’Autore

Paolo Fiorino è nato nel 1968 a Milano dove vive e lavora. Appassionato da sempre di cinema, storia e lettura, ama gli autori più disparati. Dalla lettura alla scrittura il passo è stato breve, in una sorta di sfida con se stesso.

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