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Recensione da Il Mondo dello Scrittore

i servi del silenzioI Servi del Silenzio di Marino Fracchioni

Riassunto della trama, tratto dalla presentazione ufficiale presente nel sito Edizioni Esordienti Ebook:

Questo è un romanzo tratto dalla storia assolutamente vera di un gruppo segreto di uomini e donne nato per volontà di un importante uomo politico spagnolo per lottare con ogni mezzo contro la grande criminalità organizzata, capeggiato da un italiano che le circostanze hanno portato tra le file dei servizi segreti spagnoli.

Fin dalle prime pagine, questo libro arriva al lettore come un pugno nello stomaco, per le scene di estrema violenza che contiene. Poi, a poco a poco, mentre comincia a delinearsi la figura del protagonista, Victor, anche il lettore viene chiamato in causa e non può sottrarsi al confronto.

Victor è l’uomo che cerca la strada per realizzare la propria umanità, ed è pure l’uomo-isola, simbolo di una profonda solitudine esistenziale, soltanto mitigata da occasionali gesti di fraternità, di amicizia, di cameratismo o di tenerezza.

Recensione:

Friedrich Nietzsche scriveva: “Se guarderai a lungo nell’abisso, l’abisso guarderà dentro di te.”

Ed è esattamente questa la sensazione che trasmette il libro di Marino Fracchioni, sottoponendo il lettore a un duro percorso in cui non vi sono alibi e speranze, ma solo crude realtà.

I Servi del Silenzio si presenta al lettore come una superficie oceanica, in cui le nere acque non hanno alcuna sfumatura di quel bell’azzurro cristallino che siamo abituati a vedere nelle immagini, di qualche angolo di paradiso caraibico, proposte da un tour operator qualsiasi. Acque nere, leggermente increspate, sotto la cui superficie, apparentemente innocua, può esservi di tutto, dal predatore più feroce alle correnti più impetuose. Nulla è come appare, nemmeno la trama che, per la sua crudezza e per quanto vi è raccontato, sembra essere adatta solo per coloro che hanno “stomaci forti” e non sobbalzano di fronte alla violenza pura. In realtà non vi è solo sesso e violenza, non solo tortura e morte, ma al di là della mera realtà vi sono i sentimenti degli uomini, le loro emozioni e quei conflitti interiori che li portano ad agire, seguendo un codice morale ben impresso nella carne e nella sofferenza.

“La mente non dimentica mai quelle sensazioni, se pure, certe volte, la ragione le accantona. I ricordi rimangono a galleggiare in qualche angolo del cervello, come iceberg dove la punta è il ricordo più chiaro e la parte sommersa è quella vissuta nel passato.”

E il dolore non è solo quello della vittima, chiunque essa sia, ma trasla brutalmente anche nel carnefice quando questi resta solo con se stesso, annichilito davanti al proprio orrore. Ed è l’abisso a inghiottire la ragione. Quell’abisso che non può essere semplicemente lasciato alle spalle, che non può essere cancellato con un click o con un rapido colpo di spugna. Nessun detergente laverà mai via il sangue che chiazza le mani e il fetore di morte che riempie le narici. Esistono odori, colori, suoni che restano indelebili nella memoria e, per quanto si possa scavare a fondo, per tentare di arginare e dimenticare, l’abisso non sarà mai abbastanza profondo per seppellire definitivamente i ricordi e vi saranno momenti in cui, voltandosi, pianterà i suoi occhi dentro nella vostra anima.

Tuttavia esiste la scelta, il libero arbitrio che guida l’uomo verso il proprio destino, dandogli modo di comprendere ciò che vuole essere, anche se, proprio per le molteplici sfaccettature di cui può rivestirsi l’anima, non sempre è così semplice comprendere ciò che realmente si è diventati.

“Chi è un uomo per se stesso? Quella era la domanda più difficile di tutte. Forse, per rispondere a questa domanda, l’umanità aveva dovuto inventarsi un Dio onnisciente che non soltanto sa tutto e vede tutto, capace di penetrare fin nei recessi più profondi del cuore di un uomo, ma anche un Dio che ha voglia di guardarci dentro… Nell’attesa del giorno in cui quel Dio avesse eventualmente voluto guardare per bene e tirare le somme, lui si interrogava su di sé senza sapere chi fosse, perché sentiva insieme tutte le età della sua vita e tutti i momenti della sua vita, fusi in un unico se stesso […] perché per noi stessi tutto quello che abbiamo vissuto in qualunque momento della nostra vita fa parte del nostro presente e ci ha fatti quello che siamo.”

Eppure la libertà di essere si misura anche in quanto possiamo sopportare, quanto di ciò che facciamo possa essere perdonato, innanzi tutto proprio da noi stessi, riuscendo a trovare un equilibrio fra ciò che VA FATTO e ciò che non vorremmo fare. La libertà diventa anche l’onere di prendersi la responsabilità di compiere quelle azioni che nessun altro farebbe al posto nostro e che il mondo intero sarebbe pronto a condannare, pur respirando di sollievo nel momento in cui, invece, sono state portate a termine. Si combatte contro l’ipocrisia, contro i luoghi comuni, contro l’infedeltà e il tradimento dato da chi, per primo, non vuole sporcarsi le mani in quello stesso sangue che poi reclama, quando viene personalmente coinvolto.

“Siamo nati liberi, nessuno ci ha obbligati a fare la scelta di essere quello che siamo, l’abbiamo deciso noi. Abbiamo deciso di servire nel silenzio quello che riteniamo essere la giustizia, ed è questo che chiamiamo onore. Può anche darsi che diamo a questi termini, giustizia e onore, un senso diverso da quello che danno le altre persone, ma per noi è così, quello che facciamo è giustificato dal fine per cui lo facciamo.”

E la giustizia non diventa solo un bene effimero, ma un dono di cui tutti godono, senza mai chiedersi in che modo lo hanno ottenuto.

Ritengo che questo libro sia stato scritto molto più sulle parti bianche dei fogli che nell’inchiostro che ne segna i capitoli. Apre molti fronti sui quali il lettore può soffermarsi a riflettere seguendo, in ogni caso, il filo di quello che è un action thriller disegnato con cura e con colpi di scena degni di Ludlum o di Clancy. La cronologia degli avvenimenti e la cronaca, eviscerata dalle emozioni troppo personali, imprimono quell’ulteriore senso di sgomento verso una narrazione che trae spunto da una realtà vissuta sulla pelle. I fatti, per quanto ovviamente romanzati e resi diversi da come effettivamente accaduti, nulla tolgono all’orrore che resta sotto la superficie, pietosamente coperti da quello strato di acque nere che ne impediscono la visione. Tuttavia, il fatto di non vedere, rende meno reale l’orrore?
Marino Fracchioni ha posto nel proprio libro molte risposte a questo interrogativo, offrendo al lettore uno spaccato vivido e reale, fatto di sangue e morte.

by Irma Panova Maino

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