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Recensione di Elisabetta Bagli

La prima silloge poetica di Maurizio Donte è intitolata “Res Tremendae” ed è composta da quaranta poesie ben miscelate tra loro che ne conferiscono un corpo omogeneo e compatto.

La tematica delle poesie ivi pubblicate è essenzialmente una: l’amore in ogni sua sfumatura. Sono poesie d’amore nel senso più classico del termine, ispirate a una figura femminile ideale. In esse ricorrono elementi naturali quali il mare, le onde, la sabbia, il vento, le tormente, le foglie, elementi usati dallo scrittore per esprimere i suoi sentimenti d’amore, di sofferenza e di solitudine attraverso similitudini e metafore ben riuscite.

L’essere amato prende consistenza e forma nelle parole sapientemente scelte dal poeta e le immagini che ne scaturiscono sono sempre molto delicate e raffinate, nonostante descrivano, spesso, dolore devastante, desiderio inappagato e distanza distruttiva.

L’animo del poeta è inquieto (“Cigno di memoria”), così come lo sono i suoi pensieri e forte si fa la necessità di un contatto cenestetico con la sua amata. Difatti, nelle sue poesie ricorre spesso all’immagine dei capelli morbidi dell’amata che, a volte, vengono toccati e intrecciati alle dita (“Res tremendae”) e, a volte, vengono scompigliati dal vento (“Promesse”). Ma anche di come la loro assenza sul cuscino risulti essere sintomo di sconforto e desolazione, un deserto dolore (“Che ne è di te più che non sei…”) proprio per l’impossibilità non solo di vederli, ma anche di toccarli. L’esigenza che l’essere amato diventi tangibile la si riscontra anche nell’uso delle parole mani (“Non ti scorderò amore”, “Sarò dove tu sarai!)  e labbra per descrivere in modo esaltante e dirompente carezze e baci sognati.

E’ affascinato dall’ideale della donna amata e vuole toccarla, vuole farla sua. E’ un amore che rimane silente (che amor spesso rimane muto e silente presso la porta, “Il tuo silenzio”) come una palude ove di me si perse traccia (“Canto silente”), proprio ad indicare l’annichilimento dell’uomo che, impotente, non può far altro che accettare il silenzio della “Perduta” amata che come la lava d’amor ancor gli scorre in petto.

L’amata è una spina (“Mala spina) che vuol riveder fiorire, è una “Radiosa Alba” con un sorriso di perla che non riesce a togliersi dalla mente, è l’attesa di un gesto, di una parola, di un messaggio affidato alle onde (“Bianco cigno di Leda”), è la maliconia derivante dalla consapevolezza che, spesso, il bene raggiunto non è il premio così a lungo desiderato (“Dolente sera”). Ma non tutto è perduto. In “Donna mia”, infatti si avverte come quel fragile filo d’amore che ancora lo lega all’amata e che pensava stesse per spezzarsi, in realtà, viene reso più forte dal ricordo delle parole che la stessa gli rivolgeva, parole che conserva nel cuore come delicate orchidee, al timido sole del mattino e che lo fanno sperare in un futuro ritorno.

In “Res Tremendae” molte sono le poesie dedicate all’amore degne di nota. In questa silloge il poeta mette a nudo i propri sentimenti con immagini evocative ed incisive. Ma ritengo opportuno analizzare una poesia la cui tematica è sempre l’amore per la sua donna ideale, ma viene espresso in un modo del tutto diverso: “Erato” che è un inno all’amata che si veste di poesia. In questa poesia Maurizio Donte, come un moderno Leopardi, esprime come l’amore che sgorga dalla poesia sia una canzone nella sua anima, una stella dalla potente luce che illumina la sua vita, il ricordo che, poco a poco, svanisce insieme al sole naufragando nel mare.

“Res Tremendae” è un libro che va assaporato e come tale non si può farne una lettura rapida e non è possibile leggerlo una sola volta per sentire il gusto delle parole ed ascoltarne la sua musicalità. Maurizio Donte è riusciro a regalarci davvero una perla preziosa da custodire e da rileggere per approfondire la conoscenza di questo autore interessante e sensibile.

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