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Body and soul

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Recensione di Nadia Milone

Recensione di Andrea Leonelli

di seguito la prefazione di Sonia Piloto

Se dovessi definire con una sintesi il  periodo in cui si svolge l’azione di Body and soul, quello della Torino   fra il 1973 e il 1974, adotterei l’espressione usata dall’autore: il tempo in cui “le soffitte non si chiamavano ancora mansarde”. E  non  per servirmene come di una semplificazione lessicale, ma come di qualcosa che implicava una concezione diversa (un uso diverso!) della divisione dello spazio sociale  in uno stesso ambiente.

Complice la penombra della soffitta (ben lontana ancora dall’idea della pretenziosa mansarda), la lettura del romanzo di Paolo Cuniberti ci proietta in una città  pensata  dall’alto dei  tetti, ma  vissuta al livello più basso, quello stradale.

Lassù, l’amore (realizzato o solo vagheggiato),  quaggiù, lo scazzo quotidiano del far passare le ore. E nella solita “piola” munita di biliardo.   Due luoghi simmetrici e opposti. In alto, il sogno ossessivo dell’amore; in basso, il continuo presente, fatto di piccole cose: la speranza di rimediare alla fame con un panino e un bicchiere di vino, l’attesa dell’eventuale possibilità di qualche ora di lavoro tanto per sfangarla fino a domani, le chiacchiere con i soliti quattro sfigati, nella cappa di fumo delle sigarette.

La storia potrebbe essere quella di un classico romanzo di formazione, in cui il protagonista, giovane scapestrato senza fissa occupazione, cerca la via del suo riscatto personale e generazionale. La vicenda ha tuttavia molti altri punti focali a volte apparentemente antitetici: si attraversano, allora come oggi, anni di crisi economica e di grave incertezza sul futuro; il mondo giovanile è tutt’altro che compatto ma si muove in una condizione magmatica priva di punti fermi; c’è una strana e un po’ controversa storia d’amore con una ragazza dalla morale ambivalente; c’è la società plumbea degli anni che hanno seguito il ’68 e in cui sono maturati i fatti più gravi di quel decennio, e le reminiscenze di un mondo di provincia ancora quasi intatto; ci sono gli eterni profittatori della situazione contingente e gli sconfitti. Il tutto è narrato con ironia e divertimento, con un linguaggio agile e colorito.

Su questo fondale irripetibile – e irripetuto negli anni successivi -,  ma  molto coinvolgente come atmosfera locale e temporale, si tesse la trama del romanzo.

Ma forse fondale non è il termine appropriato:  nel romanzo, le soffitte, la città bassa, quegli anni, i frequentatori del biliardo del bar Esperia e di locali analoghi – come pure l’addetta a infrangere le indeterminatezze del sogno, la razionale  Lidia -, sono altrettanti protagonisti quanto  il sempliciotto Guido. Forse perché è proprio  il suo sguardo indulgente e benevolo a raccontarceli per farceli conoscere e, infine, comprendere e amare.

Alle note di Body and soul, portate dal sax di Archie Shepp nell’angustia della soffitta, il compito di segnare la differenza fra il lassù del sottotetto e il quaggiù della strada, fra la fantasia e la quotidianità,  fra un lontano ieri che ci appartiene  e un oggi che ci sfugge.

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