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Recensione di Alessandro Collioli

Il Buon governo presenta sotto mentite spoglie e con i dovuti accorgimenti, una realtà più che nota e, ahimè, famigliare. Attraverso l’uso di nomi di personaggi mitologici si delinea la storia di una società dove gli uomini sono quasi automi, addestrati a obbedire e dove la sostanza, i sentimenti e le emozioni non contano più, dove tutto, per dirlo con le parole dell’autore stesso, si riduce a  “Vivere per apparire, vivere per avere e vivere per ubbidire”. E così, nel Parnaso, terra un tempo florida e ricca, troviamo Zeus, Caronte, Leonida e Alcmeno solo per citarne alcuni.

Assistiamo all’annientamento delle coscienze e l’azzeramento della volontà’ con il mezzo che tutti amano nel Parnaso: la televisione; vista come strumento di governo, gioia e ragione di vita dei personaggi che si succedono in questo romanzo all’apparenza di fantapolitica. La televisione nel Parnaso è una “religione” quasi una droga di cui gli abitanti non possono fare e meno e che i governanti usano per tutti gli scopi: educare, insegnare, fare propaganda, imporre e controllare. Metafora dei tempi correnti, nel Parnaso vige il “migliore governo possibile”, dove non è nemmeno plausibile pensare che qualcosa possa o debba cambiare. I cittadini sono contenti e i popolani non contano. Tutti indistintamente sottomessi al lavaggio del cervello del potente e, grazie alla tv, onnipresente Zeus. Con le stesse parole dell’autore, Zeus “era riuscito a narcotizzare un intero popolo, rendendolo schiavo dei propri desideri al punto da confondere la vita politica con quella televisiva, di preferire un buon calciatore a un buon lavoro”.

Si profila la storia di una società in crisi di valori, con governanti senza scrupoli, interessati solo al lusso, all’apparenza, ai soldi e alle belle donne: “I sotterfugi, le ruberie, la corruzione e le tangenti erano fisiologiche in un luogo abituato da sempre al baratto, al do ut des che riempiva la bocca dei ladri per svuotare il portafoglio del cittadino, assuefatto a una misera commistione tra la politica e l’imprenditoria, in cui ciascuna parte era la porzione speculare dell’altra, in un intreccio che stampava denaro e proliferava sulla disperazione”.

Vediamo ragazzine che si convertono in amanti dei potenti per un posto in tv, giornalisti succubi del governo in cambio di favori, potere e baldracche. Una società, infine, che è “un grande pentolone di carne umana, dove la coscienza perde la propria unicità per diventare un enorme ammasso di negligenza” e dove La ricompensa per i favori resi costituiva la base su cui poggiava l’intera esistenza del Parnaso. Lo scambio di favori era l’essenza stessa del vivere..

In questo, si svolge la storia di Caronte, di umili origini (un padre suicida per la disperazione), che però riesce a farsi largo e ad avere fortuna in questo mondo divenendo giornalista della tv Reale. Gode di un certo benessere ha una famiglia perfetta, una moglie bellissima, valletta in tv, una figlia adorabile. Ma per tutto ciò vi è un prezzo da pagare che Caronte stesso non immaginava così elevato; i nodi prima o poi vengono al pettine, il benessere che sembrava infinito, l’illusione di stare vivendo in un giardino dell’eden comincia a svanire e il grido di disperazione rimbomba nella sua anima: “Il Parnaso è un paese che ha una grande tradizione, che ha una cultura e che merita di vivere la sua storia con dignità e rispetto. Io amo il Parnaso, lo amo a tal punto da voler distruggere lo schifo che vedo ora. Io amo la mia terra e provo vergogna a vederla scempiata, distrutta, saccheggiata, violentata da un gruppo di manigoldi che non ha rispetto né senso dello Stato, che mente sapendo di mentire e che sorride in pubblico per poi offendere in privato”.

La disperazione di Caronte lo porterà a reagire a tutto quello che ha sempre passivamente accettato fino all’epilogo della vicenda nel lontano 2036, dopo più di 30 anni di governo di Zeus.

Riuscirà Caronte, in accordo alla tradizione, a “traghettare” il popolo verso il cambio? A svegliare le coscienze?

L’autore, intelligente e pungente, ci mostra una visione romanzata della società attuale denunciando uno stato di cose che non è solo tipico del Parnaso; politici e personaggi vari, che sono tutt’altro che invenzione dello scrittore e che il lettore attento potrà certo riconoscere. Tratta un argomento più che mai attuale e nonostante le più di 400 pagine il libro scorre via veloce e piacevole, grazie all’abilità dell’autore e alla sua prosa “allegra” che rende il testo piacevole e a portata di tutti, un argomento più che mai impegnativo. E’ un appello disperato e animato a prendere coscienza e ad aprire gli occhi di fronte a una realtà non più accettabile. Allora è forse il caso di concludere con le parole dell’autore stesso:

“Svegliatevi gente, svegliatevi prima che sia troppo tardi, prima che Zeus vi porti via anche le mutande!”.

Non vorrete certo che la nostra cara Italia si trasformi in un Parnaso?

20/07/2012, Alessandro Collioli

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