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Cobino Giancarlo

Buon Governo

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Zeus dei Ricconiani, moderno dittatore del Parnaso, ha reso felice la vita dei suoi sudditi, assicurando loro una discreta libertà, benessere e svago, rappresentato soprattutto dal calcio e dalla Televisione, oggetto di divertimento ma, soprattutto, strumento di propaganda. Dietro la vita facile e brillante di industriali, politici, faccendieri, donne belle ed eleganti, adepti della religione dell’apparire e dell’avere, dietro la pretesa facciata di un mondo pieno d’amore destinato a vincere l’odio, si cela il rovescio della medaglia: i Puzzoniani, la parte più povera della popolazione, non godono degli stessi privilegi dei più fortunati. Coloro che sono cresciuti nel Parnaso, tuttavia, non sempre sono in grado di rendersi conto della realtà e anche quando, come nel caso del protagonista Caronte, provano un profondo senso di disagio e di insoddisfazione, spesso non riescono ad uscire dal loro torpore e preferiscono nascondere la testa sotto la sabbia, come gli struzzi. Per chi poi, come Talia, la figlia di Caronte, è nato e cresciuto davanti alla Televisione, assorbendo unicamente i valori che vengono comunicati attraverso questo mezzo, non esistono vie d’uscita. Dietro l’apparente allegria e generosità del regime di Zeus, ci sono manganelli e olio di ricino, c’è l’ingiustizia, la corruzione, la scarsa mobilità sociale, la mercificazione della donna, la corruzione; la polizia, per mantenere lo status quo, non esita a ricorrere alla delazione, all’intimidazione, alla tortura.

L’unico barlume di speranza, in un mondo angosciante e senza prospettive, ormai senza scuola, sostituita dalla TV, senza libri e senza libera informazione, arriva non dall’opposizione politica ufficiale, praticamente inerme, ma da gruppi di tipo terroristico, come il Gruppo Marcovaldo, che preparano la lotta armata, e tuttavia sono consapevoli di non poter contare sulla comprensione e sul sostegno del popolo, che accetta acriticamente la situazione, che ha paura di esprimere il proprio dissenso o denunciare il proprio disagio.

Non è difficile cogliere in questo romanzo elementi che richiamano con grande evidenza l’Italia della Seconda Repubblica e, al contempo, un Ventennio non troppo remoto, la dittatura e le lotte partigiane.

La conclusione di Leonida, il capo del Gruppo Marcovaldo, è però amara e inquietante: forse, abbiamo proprio bisogno di un capo, per incolparlo delle nostre debolezze. Per questo, la storia si ripete… e rischia di ripetersi ancora. La rivolta dilaga, si uccide il dittatore. Poi, inevitabilmente, se ne dovrà trovare un altro.

Buon Governo è un romanzo duro, a tratti crudo, la rappresentazione di come uno stato possa diventare se tutti i sistemi di controllo vengono a cadere, la proiezione di una situazione potenzialmente pericolosa e degli effetti che essa può avere sulla società civile e sulle persone; un romanzo di denuncia dell’impoverimento delle coscienze e del sonno della ragione del nostro tempo, che ci spinge a interrogarci su noi stessi e sul mondo in cui vogliamo vivere e far crescere i nostri figli. Scritto da un giovane cresciuto proprio negli anni del moderno Parnaso.

Se questo è stato possibile, forse vuol dire che non tutto è perduto in partenza, che si possono intravedere, sia pure ancora lontani e mascherati dalle nebbie del presente, barlumi di speranza e di redenzione.

L’Autore

Giancarlo Cobino nasce in Irpinia sul finire degli anni ’70. Da bambino si trasferisce a Pisa, dove completa gli studi e vive il fermento di una città universitaria che trasuda cultura. Negli anni liceali comincia a scrivere, dedicandosi a brevi racconti che in seguito unisce nel romanzo Bifolcus. Dopo gli studi si trasferisce a Milano dove lavora come informatico, quindi si sposta in Svizzera ed infine a Londra, dove lavora come matematico presso una istituzione finanziaria. La passione per la scrittura non l’ha mai abbandonato, tuttavia, e così, negli ultimi anni, ha lavorato assiduamente al romanzo Buon Governo.

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