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Recensione di Annamaria Pecoraro

Voce di Elisabetta Baglivoce

Nel linguaggio omerico, il poeta “poietes” è il cantore per eccellenza, voce messaggera che interviene trasmettendo e divenendo mezzo percepibile all’orecchio del pubblico o allo sguardo del lettore. Proust nel “Il tempo ritrovato” diceva: «Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso.», e forse in questa silloge la Bagli, trova la tenacia di raccontare quanto di più intimo accade nei meandri dell’esistenza, e di evolvere; vocalizzando, giocando, evocando, criticando, confrontando, la sfera del percettibile e dell’umano vissuto, intriso di espressive metafore, che donano estetica, inquietudine, intuizione, originalità alla stessa parola. Interessante il richiamo che si può evidenziare con lo “Ione” di Platone e del legame tra il rapsodo e la poesia, connubio di natura divina. I versi diventano “fiume di vita e la voce inconsapevole, scava profonda nell’anima”. Parlare di entusiasmo o di dolore non è semplice, spesso è più facile costruire muri o nidi, che possano apparire rifugi sicuri e inaccessibili alla sofferenza. Sia sul piano teorico che metafisico, il voler trovare una propria identità nella parola, rappresenta la volontà di crescere e vincere una guerra interiore. Lo stesso Ungaretti diceva: «ciò che segreto rimane in noi, indecifrabile» (il porto sepolto), ed esprimere il proprio tormento o le proprie emozioni diventa voce palpabile, che si apre dal personale alla collettività. Ecco il passaggio successivo, l’esternazione della voce in scrittura, come atto di comunicazione, come terapia protesa per sfogare rabbia, odio, amore, per arrivare a capire chi siamo e cosa vogliamo. “Sono foglia, (..) nuvola estiva, (..) l’odore della terra… Sono un libro mai finito. L’inizio è già scritto.” Il verbo s’incarna e si intreccia ai limiti e fragilità che compongono l’umana essenza, esortando a buttare fuori ansie e paure che in altro modo corroderebbero o porterebbero alla fossa. Amo il presente che m’illude, /facendomelo sentire mio. Spogliarsi rigenerandosi, può portare a diventare freddi come la neve, ma a ritrovare quel candore che ai primi raggi di vero amore si scioglie. Così: “uno dopo l’altro bocconi amari entrano nella mia bocca, come nodi lentamente si sciolgono, con difficoltà scendono giù.” e quando tutto sembra nero, anche una “piccola luce” diventa visibile e certezza di mani pronte ad accogliere il vagito di una nuova vita. Questo miracolo è la testimonianza vivente di quanto quel “filo” interno, può abbracciare il mondo con nuovi occhi, sognando nuove bianche in un domani. L’Amore è il motore che conosce l’animo umano e il vestito che fa sentire sempre nuovi e complici, anche nel mare nero o nel rosso sangue del cuore. Tra silenzi, partenze, briciole, castelli di sabbia, sguardi, il mondo diviene quello che noi siamo e vogliamo. La Bagli è messaggera che accompagna nelle notti di Santander, tra vie in Transtevere, Garbatella e l’aria di Madrid. La fortuna di essere Donna, viene così accolta come dono e con sensibilità, prende per mano, sollevando il capo, maturando nel vento, e nel tempo può ringraziare, senza avere più paura di brillare oltre la notte.

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