Crea sito

Recensione di Sabrina Giorgiani. Introduzione a cura di Micheli Alessandra

999 vite legate da un filo di seta di Nadia Busato

da Les Fleurs Du Mal

Introduzione

Quando ero giovane, un’allegra e saltellante 22 enne, andava di moda un libro particolare (oggi direi un concentrato di ovvietà) che introduceva il profano nell’intricato mondo del mito, del simbolo e dei concetti metafisici. Si trattava di una filosofia pret a porter, che cercava di intrigare il comune lettore per avvicinarlo alle filosofie più complesse espresse dai grandi saggi, contenute in libri di impatto intellettuale straordinario, nella speranza che, servissero come guida e non come allineatore di tavolini traballanti.

La profezia di Celestino di James Redfield, rappresentò uno dei testi chiave per introdurre tutti nel mondo variegato e caotico della New age, accomunando concetti filosofico-mistici a una psicologia che per troppo tempo era rimasta chiusa nei polverosi antri del popolo accademico. Un po’ come accadde con il codice da vinci, la profezia sdoganò concetti ritenuti alti e fuori dalla quotidianità come karma, come nodi del passato, tipi psicologici e necessità di affrontare la famosa ombra junghiana. Di capirla e nominarla. E soprattutto, inseriva un concetto troppo spesso trascurato che si lega si al concetto di karma ma ne ampliava la portata ontologica fino a avvicinarsi e stringere alleanza coni il concetto di responsabilità verso non solo se stessi ma l’intero nucleo familiare e sociale. Questa responsabilità prendeva atto della realtà scientifica dell’effetto farfalla.

Cosa sarà mai?

Si tratta di un concetto che racchiude la teoria della dipendenza sensibile alle condizioni iniziali. Si lo so scritta cosi sembra terribile peggio delle leggi Newtoniane ma è di una semplicità abbagliante: l’idea è che piccole, microscopiche variazioni nelle condizioni iniziali producano grandi variazioni nel comportamento a lungo termine di un sistema. Nel caso psicologico si parla di una sorta di eredità psichica e emotiva procurata da atteggiamenti, parole e gesti apparentemente innocui. Ma la loro non tossicità è valutata in base agli assunti morali (più che culturali) di una determinata compagine sociale. E la profezia di Celestino, nelle sue strabilianti (ma non per gli esperti) rivelazioni profetiche parla proprio della necessita di chiarire il passato, di sbrogliarlo e di liberarsi da una sorta di maledizione genealogica. Questo passato, si apprende fin dall’infanzia, visto che il nostro cervello (molto più ricettivo nei bambini perché non influenzato dalla socializzazione) riceve millesimali stimoli. Pertanto educazione, racconti, persino i miti di ogni cultura hanno un’influenza più o meno immediata nella nostra formazione mentale, divenendo vere e proprie catene comportamentali da regalare a ogni generazione successiva. Cosi atteggiamenti manipolatori, atteggiamenti aggressivi, o scarsa responsabilizzazione degli esempi, possono passare di figlio in figlia creando spesso, effetti devastanti, veri e propri uragani emotivi in grado di squilibrare una personalità e di conseguenza una vita intera. O delle vite. quando riusciamo a renderci conto di come questi fili che ci collegano a un lontano passato, a comportamenti appresi perché vittime di questo ingombro riusciamo a capire in che modo noi manipoliamo la nostra realtà, comprese le persone che ci sono attorno, reiterando comportamenti distruttivi che, spesso, non riconosciamo come frutto di una diretta esperienza. Infatti, sono spesso le conseguenze di una cultura che stentiamo a lasciarci alle spalle perché non la riconosciamo come nostra. Ma i germogli ci sono, sono annaffiati da periodi di tensione, fallimenti, incapacità di trovare il nostro specifico posto nel mondo, e crescono come piante soffocanti e parassitarie, togliendoci aria e possibilità di usufruire di un’energia mentale meno destabilizzante.

Quanto conosciamo la nostra storia, possiamo invece scoprire il sentiero evolutivo da percorrere, ripensando in modo critico quelle piccole pillole di contro saggezza che ci sono state regalate dai nostro progenitori, riscoprendo la nostra missione spirituale intesa non in senso mistico, ma come sano contributo alla crescita della nostra società. E del mondo intero.

Ci scordiamo troppo spesso che, un figlio, è la sintesi di due entità genitoriali, ognuna con la propria educazione ma soprattutto, con il proprio autentico e unico modo di reagire a queste socializzazioni costrittive (costrittive perché non frutto di una libera scelta e di una libera riflessione). Nela storia di Edith tante sono le piccole imperfezioni che creano un destino “maledetto” maledetto nel senso che condanna le successive generazioni a una catena di percezioni, distorte della realtà; ogni sfida sarà affrontata o con rassegnazione (la madre) o con rabbia, tremendamente esacerbata dalla tendenza a compiacere gli altri piuttosto che se stessi. Solamente il percorso di riconoscimento di queste distorsioni permetteranno la conoscenza di sé stessi e la redenzione liberatoria che si esplica con una nuova vita, sintesi perfetta di virtù e difetti. Il filo che unisce una generazione è il dolore. Ma è la modalità con cui noi risponderemo a quest’emozione, subendola o reagendo con coraggio, che determinerà davvero il nostro destino. Il libro di Nadia Busato è un invito a ripercorrere il dolore, a tenergli testa sì ma soprattutto ci ricorda come l’apparente superficialità con cui noi evitiamo la conoscenza di noi stessi, delle nostre lacune crea le conseguenze disastrose che il testo racconta con delicatezza.

Quella di Sabrina Giorgiani è una recensione sentita, totalmente immersa nell’anima del libro, impegnata nel tentativo di districare, come la protagonista Edith, quel filo invisibile che ci lega tutti e che rende le 999 vite, in realtà una sola.

Micheli Alessandra

999 vite legate da un filo di seta. La responsabilità di scegliere la strada giusta verso la conoscenza di se stessi.
A
 cura di Sabrina Giorgiani

“Polvere sei,
in polvere tornerai,
non fu detto dell’anima “

W. Longfellow

Ho avuto la fortuna di leggere bei libri in questo ultimo periodo. In ognuno di essi ho trovato una storia che andava ben oltre la storia narrata.
Poi ho trovato un libro che mi ha trasportata “altrove” ed ora questo, di Nadia Busato, che ha colmato crepe di parte di quell’ “altrove”.

“Questo libro finito nelle vostre mani, in realtà vi ha scelto, forse voleva ricordarvi qualcosa che già conoscevate e che, distrattamente, nella fretta, avevate dimenticato”

Si… distrazione e fretta…
Andiamo per ordine.
Attraverso l’alternanza generazionale di un nucleo familiare, la Busato descrive quanto una tragedia, un trauma, eventi negativi non conclusi, non maturati, non completamente esorcizzati, possano trasmettersi di generazione in generazione quasi fossero un fardello che si deposita nell’inconscio.
Nel racconto, l’anima tormentata di una donna, passa da madre a figlia e via dicendo, fino al momento in cui maturità, coscienza e conoscenza operano la scomposizione dell’evento traumatico e gli danno luce.
Nel descriverci questo, però, la Busato affronta molto altro, tanto che la storia narrata diventa un “percorso “ sensoriale.

“… era convinta che tutti gli esseri umani fossero uniti da un filo invisibile “

Questo “filo” sia esso rosso, nero, arancione non so, sono convinta esista e quando lo si tira per un capo, l’altro non ha la capacità di allontanarsi.
Ci sono persone che, nella vita, si scelgono, provano in tutti i modi possibili a creare una relazione, sia essa sentimentale e/o di semplice amicizia.
Ci sono altre che, invece, semplicemente si trovano.
Voglio citare una poesia dedicatami in un momento difficile per me, che spiega meglio di quanto io possa fare con mille parole.

“Ci sono persone
Capaci di sentire
Hanno occhi nell’anima
Nascosti sotto pelle
Le riconosci
Ti sfiorano come ali
Ti riconosci
Perché sono come te “.

Elisabetta Barbara De Sanctis

Onomanzia e numerologia rendono affascinante il narrato anche al lettore ilico.
Di grande impatto emotivo invece, per chi, come me, ha obbligato gli uffici amministrativi a redigere le carte di registrazione di nascita oltre le 24 ore, creando grande scompiglio.
La scelta del nome da dare ad un figlio non può essere superficiale, basata esclusivamente sull’estetica e sonorità dello stesso, ma deve “vestire” la persona e completarla. La conformazione del viso, il suo odore, il carattere (lo si vede da subito) già danno precisi segnali sulla scelta.
Proseguendo il “percorso” ….
Chi nella propria vita non ha vissuto un “deja vu”.
L’entrare casualmente in contatto con un odore, un suono, un soggetto, scarica “ricordi” passati vissuti, e fin qui sembrerebbe tutto nella norma, il particolare subentra nel momento in cui si cerca di analizzare il “quando” e si è certi che quel “quando” non esiste nel nostro vissuto.
Un ricordo inconscio? Un ricordo dell’anima?
Il “percorso” che la Busato crea è un intreccio a catena di aspetti sensoriali, con alternanza di aspetti pragmatici.
Dolore, pregiudizio, comprensione e successivo riscatto, sono le fondamenta di questo intreccio ed infine, quasi fosse l’ultima maglia della catena, colei che lenisce: la natura.
Lei è sempre lì, sembra far parte di un contorno al quale, spesso, non si presta attenzione specie in questo mondo così frettoloso ad ottenere il superfluo.
Un libro che consiglio a tutti, con una particolare raccomandazione ai più materialisti ai quali chiedo:
Un giorno, decidete voi quando, in compagnia solo di voi stessi, togliete il mocassino e la calza in filo di Scozia o il tacco 12 e la calza di seta e passeggiate a piedi nudi su un prato, abbracciate una pianta per ascoltare la sua anima.
Sarà l’esperienza più fantastica che possiate vivere perché la natura, non pretendendo nulla in cambio, vi trasmetterà la sua forza. Sarà un grande dono.
Complimenti davvero, un gran libro, da quale, so già, sarà impossibile per me chiudere definitivamente l’ultima pagina.

Link all’acquistoNadia Busato

Related Post

Mobile Sliding Menu

Translate »