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Recensione di Irma Panova Maino

Voce e pianoforte di Bruno Brunivoce-e-pianoforte

Voce e pianoforte è come una chiacchierata fresca e gioviale, fatta al bar, davanti a un buon bicchiere di vino, mentre si ritrova il filo del discorso con un vecchio amico, magari dopo anni di allontanamento.
Ed è uno di quei libri che, se “distillati”, verrebbero ridotti a meno della metà, giacché le innumerevoli descrizioni, gli assoli fra le parole, i sottili giochi di sfumature lessicali potrebbero rendere del tutto inutili almeno metà delle pagine di cui è composto.
Tanto a che servono le atmosfere accuratamente intrecciate intorno ai personaggi, le immersioni, a tutto tondo, nell’immaginario umano o le pagine di dialoghi, con cui i protagonisti raccontano parte della storia?
In un distillato tutto questo non servirebbe a nulla, come a dire che la storia del Titanic non è altro che la tragedia di due innamorati che affogano su una barca che affonda.
Ebbene, se doveste togliere a Voce e pianoforte tutta la poesia con cui è condita la storia, non rimarrebbe altro che un piccolo mistero da svelare, un dubbio sottile che si dipana di pagina in pagina, lasciando però insoddisfatto il lettore.
Se…
Per fortuna Bruno Bruni ha scritto un libro che di distillato non ha proprio niente e scrivo “per fortuna” perché altrimenti il lettore si sarebbe perso uno scritto non solo gradevole ma costruito con quella composizione classica, malinconica e tragica che solo gli autori russi erano in grado di ricreare nelle loro storie.
Se potessi paragonarlo a un grande compositore, poiché il titolo ricorda immancabilmente il mondo musicale (e c’è una ragione più che valida), potrei citare senza dubbio Bedřich Smetana e per la precisione la sinfonia Má vlast, un tripudio che, nota dopo nota, fa scaturire un fiume musicale che colpisce l’anima dell’ascoltatore, portandolo a sognare e a navigare nel flusso turbolento, ma allegro e giocoso, del suo procedere verso l’atto finale. Nello stesso modo il romanzo di Bruni inizia con un arpeggio delicato, un tocco leggero che fa appena vibrare le corde del lettore, che lo invita, quasi per caso, in quel fantastico mondo che si aprirà nello scorrere delle pagine.
Non vi sono particolari colpi di scena, nessun inseguimento, sparatoria, ritmo sincopato e adrenalinico, nulla di quanto siamo abituati ad assorbire in questa nostra società consumistica, scandita dai colpi sempre più ravvicinati dei martelli virtuali che finiscono per ottenebrare la mente. Non vi sono indagini particolareggiate e morbose, come quelle che infestano il nostro quotidiano, lasciando alla crudezza il compito ingrato di far apparire la verità. Non vi è alcuna volgarità, nulla che possa in qualche modo colpire il comune senso del pudore. Insomma, non c’è nessun trucco, tipicamente stilistico, che possa coinvolgere il lettore con gli ingredienti tipici di un libro moderno.
In questo romanzo vi è solo il gusto della lettura, del ritrovare lo sfizio per i dialoghi, le aspettative, gli umori e le sensazioni dei personaggi. Vi è la magia pura dello scrittore, del sapore intrinseco dei termini, la loro bellezza e semplicità, in quanto parola scritta. E il lento scorrere delle parole diventa comunque impetuoso, perché coinvolge le sfere emotive che toccano l’anima e i meandri oscuri della mente, non risolvendo, al posto del lettore pigro, i quesiti che pone, ma lasciandoli aperti all’interpretazione che ognuno di noi può dare se posto di fronte a una domanda semplice: Che cosa è, in fondo, la normalità?
Io sto ancora cercando di rispondere… e voi?

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