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Intervista a Giorgio Bianco

Intervista a Giorgio Bianco, a cura di “Il Mondo dello Scrittore”dammi-un-motivo

Racconta la tua esperienza come autore
E’ stata dura. Spedire quelle buste con affrancature da competizione, guardare i fogli del calendario che volano via mentre nessuno ti risponde. Poi le certezze vengono meno, cominci a trovare insopportabili perfino i giudizi positivi che gli amici hanno dato del tuo manoscritto. Non avere risposte è peggio che averne di negative. Finché la risposta arriva. Non ci credi, poi ti senti in paradiso. Ma dura poco, poiché ben presto ti rendi conto che pubblicare è l’inizio, non la fine del percorso. Molti credono che “penserà a tutto l’editore”. E’ un grave errore, in molti ci siamo passati. I libri sono nulla, senza la forza di chi li diffonde. E qui nascono problemi nuovi. Infatti anche la distribuzione, da sola, non basta. Un libro distribuito non è necessariamente conosciuto. Alcuni miei romanzi sono stati reperibili in importanti librerie nel centro di Milano. Ma poiché in pochi lo sapevano, e in vetrina non ci finivano, quasi nessuno li acquistava. A quel punto cominci a imparare. Impari che cosa significa il peso. Degli scatoloni, per esempio: quelli pieni di romanzi, che ti impediscono di chiudere il portellone dell’auto quando parti per una presentazione dopo dodici ore di lavoro. Il peso delle telefonate a circoli ricreativi, bocciofile, biblioteche comunali, caffè letterari, palestre di yoga, circoli filatelici. Capisci che il motore principale del tuo libro sei tu. E cominci a bussare, a chiedere, a chiedere di nuovo. Per me, in fondo, è lavoro: faccio il giornalista, e quando lavoravo in cronaca ero abituato alle porte chiuse e ai citofoni muti. Ora ho cambiato ruolo, ma certe esperienze rimangono. Presenti il tuo libro a folle interessate oppure tormentate dai colpi di sonno. Altre volte la folla non c’è. Altre ancora trovi qualcuno che il tuo libro cerca di rubarlo. Ma alla fine qualcosa ti resta. Perché un bel giorno ricevi la mail da un indirizzo che sembra sconosciuto. Invece è qualcuno che ti ha comprato e ti letto e ti dice che gli hai toccato l’anima. Soltanto allora scopri di essere diventato ricco.

Che cosa ispira il tuo modo di scrivere
Scrivo da sempre, non posso farne a meno. Come non posso fare a meno di leggere, ascoltare musica e soprattutto di fuggire. In ogni mio romanzo c’è la fuga, che si dibatte fra speranza e amarezza. Le storie che racconto sono sempre incardinate sulla forza delle emozioni. In fondo cerco continuamente porte per uscire da una condizione ed entrare in un’altra. La staticità mi angoscia, quando ottengo un risultato mi chiedo: «Ecco, ora che cosa faccio?». Forse non è un bel modo di vivere, ma è l’unico che conosco. Odio il mattino, tollero il pomeriggio, adoro la notte: le ore strappate al sonno sono quelle che mi consentono di scrivere in modo più fluido e ispirato. Cuffie stereo in testa e computer portatile in grembo. Una coperta. Una birra. Musica, sì: dall’hard rock alla new wave. La classica forse In un’altra vita, ora non ce la faccio. Emozioni. Perfino un litigio mi ispira. Ho bisogno di qualcosa per cui valga la pena soffrire, dunque, scrivere, dunque vivere. Trovo utili anche i litigi, le paure. Eppure non perdo mai il senso dell’ironia, forse perché la vita finisce per risolversi in una risata. Tanto mi basta. Fino all’emozione successiva, al prossimo film che mi scorrerà davanti agli occhi, mentre si apre un nuovo capitolo del romanzo.

Parla della trama del tuo libro
E’ ispirato dall’autentico incontro con una cartomante. Una donna di mezza età piena di problemi. Dolce e intensa, apparentemente superficiale ma in realtà disperata e profonda. Vorrebbe cambiare vita ma non ci riesce: per pigrizia, paura, inedia. Ho scritto “Dammi un motivo” per lei. Volevo offrire un’occasione di riscatto a una cara amica. E dimostrarle che, forse partendo da un romanzo, una persona bloccata nel suo dolore può imboccare un’altra strada. Così nel mio libro la cartomante salva una bambina da un naufragio. Diventano complici, amiche, madre e figlia. Ovviamente non mancano i “cattivi”, infatti le due donne corrono gravi pericoli. Non manca neanche la magia: mi piace l’elemento magico nei libri, a patto che non sia risolutivo. Mi spiego: detesto le storie dove tutto si risolve nel fatto che “era un sogno” oppure “la protagonista era in realtà una strega”. La storia deve stare in piedi da sola. Ma l’elemento magico, in chiave accessoria, mi intriga molto. Scrivendo questo libro ho riso, ho pianto, ho volato. E chissà se la “mia” cartomante, quella vera, lo leggerà mai.

I tuoi personaggi prendono spunto da alcuni lati del tuo carattere
Senza dubbio. I miei personaggi contengono i tratti essenziali di me stesso: passione, furia, amore, rimpianto, amicizia. Dico sempre che scrivere un libro è come raccontare tutto a un amico: alla fine lo ringrazi per essere stato zitto mentre facevi chiarezza con te stesso. Ebbene, gli amici che incontro nei miei libri mi fanno ridere e piangere, ma non mi hanno mai tradito. Perché mi sanno ascoltare. Fra loro ci sono anch’io e dividerci alla fine della storia è sempre un trauma per tutti noi. Qualcuno mi disse: «Per diventare un grande scrittore devi imparare a uscire da te stesso». Vorrà dire che rimarrò un piccolo scrittore: so odiarmi, è vero, ma dentro a me stesso ci sto benissimo.

Prediligi un genere specifico oppure la tua scrittura spazia in altri campi
Quello dei generi letterari è un tema che ho affrontato senza saperlo. Ai tempi del mio primo romanzo, nel 2008, l’editore mi disse: «Hai scritto un giallo». La mia risposta fu: «Ah sì?». Perché io ero legato al concetto classico di giallo, alla Agatha Christie, dove tutti i personaggi concorrono come marionette a nascondere la verità. Che viene svelata all’ultima riga dell’ultima pagina. Le mie storie sono completamente diverse. Infatti per me l’evento violento o il mistero sono soltanto occasioni per dare libero sfogo ai caratteri dei personaggi, alle loro emozioni. Del giallo in sé m’importa poco. Ma l’editore mi spiegò: «Non importa, vuol dire che sei un autore di gialli esistenziali». Va bene, sarà così. Io tuttavia preferisco pensare di essere uno che inventa racconti, mettendoci dentro la propria vita. L’etichetta la applicheranno altri. E l’hanno già fatto: “Dammi un motivo”, in uno dei negozi di e-book che lo vendono, viene definito “narrativa rosa”. O mamma mia…

Quali sono i tuoi progetti per il futuro
Sto scrivendo un’altra storia. Racconta di un giornalista appassionato di podismo. Perde il lavoro e inizia una corsa disperata che dura quanto il libro. Il titolo provvisorio è “Cerchio imperfetto” e chissà quando avrò tempo ed energie per terminare anche questo romanzo. Più in generale, dirò che l’attività giornalistica mi ha sfinito, dopo tanti anni. Vorrei vivere di letteratura, ma in fondo è come quando un bimbo dichiara di voler fare l’astronauta da grande. E io sono già grande, purtroppo.

Cosa consiglieresti a un autore esordiente
Di mettersi in testa che, terminato di scrivere il libro, farlo conoscere è un vero lavoro: nulla a che vedere con la vena artistica. E’ un lavoro duro, sicuramente non pagato. Siate sfacciati, non offendetevi, imparate ad ascoltare: non sempre chi vi critica lo fa per farvi del male e non sempre chi vi regala pacche sulle spalle lo fa per farvi del bene. Dunque occhi aperti, orecchie spalancate, massima attenzione e non abbiate paura della fatica. I campanelli si suonano non una, ma tre volte.

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