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28 novembre (1520) – Magellano

In Archivi di Storia, Blog

Magellano

 

Di Grazia Maria Francese

 

L’8 settembre 1522 una caracca malandata getta l’ancora nel porto di Siviglia. A bordo ci sono 18 uomini, superstiti dell’equipaggio di cinque navi salpate tre anni prima. Gli altri, quasi 300, sono morti: di fame, di malattia, annegati, caduti in combattimento. Come lo stesso comandante della spedizione, don Fernando de Magallanes (Magellano).

Alla corte di Carlo V si presenta a fare rapporto un certo Antonio Pigafetta, nativo di Vicenza, che era partito per pura curiosità di conoscere “le meraviglie del Mare Oceano”. Missione compiuta: hanno raggiunto le isole delle spezie (Molucche) navigando verso ovest. E in più, piccolo dettaglio, hanno circumnavigato la terra.

Pigafetta dona a Carlo “un libro, scritto di mia mano, di tutte le cose passate giorno per giorno nello viaggio nostro”. Questa è l’unica fonte storica disponibile sul viaggio di Magellano, un libro appassionante come un romanzo. Vale la pena di rileggerlo.

Il 10 agosto 1519 cinque navi scendono da Siviglia il fiume Guadalquivir fino alla barra di Sanlucar, porta di accesso dell’Oceano Atlantico.

Il comandante della spedizione è un navigatore esperto, che ha già raggiunto le Molucche sulla rotta est aperta da Vasco da Gama. È convinto che sia possibile arrivarci anche da ovest. Sa che Balboa ha scoperto, oltre l’istmo di Panama, un immenso oceano: dall’altra parte ci devono essere le isole delle spezie.

Magellano sa che esiste un passaggio navigabile fino a questo oceano. L’ha veduto su una misteriosa mappa disegnata da Martino di Boemia, nella tesoreria del re del Portogallo. Ma la corte portoghese, a cui ha proposto il suo progetto, non l’ha considerato e così ha dovuto rivolgersi al re di Spagna, il quale ha accettato volentieri di finanziare la spedizione. Raggiungere le Molucche da ovest vorrebbe dire quanto meno liberarsi dal controllo che i Portoghesi esercitano sul commercio delle spezie, una merce preziosa: se non, magari, conquistare nuove terre.

I rischi sono talmente enormi che Magellano tiene nascosta la meta perfino ai comandanti delle sue navi. A bordo della Trinidad, la caravella che funge da ammiraglia della flotta, si limita a dare indicazioni riguardo ai segnali in base a cui le quattro caracche (San Iacopo, Victoria, San Antonio, Concepciòn) dovranno stargli dietro.

Facendosi strada tra venti contrari, bonacce prolungate, branchi di tiburoni (squali) le navi traversano l’Atlantico. Di tanto in tanto appare a confortarle “il Corpo Santo, cioè Sant’Elmo”, una luce che brilla nella notte sopra l’albero di gabbia. Approdano alla costa brasiliana e da lì si dirigono a sud in cerca del passaggio. Risalgono un corso d’acqua talmente immenso da far sperare bene: si tratta invece di un fiume, il Rio de la Plata. Incontrano cannibali, selvaggi di statura gigantesca e ne catturano uno per riportarlo in Spagna.

I guai cominciano quando la flotta si ferma a svernare in Patagonia. Lo scopo della spedizione è trapelato, e fa paura. I capitani delle altre navi ordiscono un complotto per uccidere Magellano, che però viene scoperto in tempo: i colpevoli sono giustiziati o abbandonati a terra.

Con la bella stagione il viaggio riprende, subito funestato dal naufragio della San Iacopo. Le quattro navi superstiti, intrappolate in un labirinto di isole e canali, trovano finalmente l’imboccatura di uno stretto che s’inoltra in mezzo a montagne innevate. È quello conosciuto oggi come Stretto di Magellano, lungo 440 miglia e largo solo un paio. Lo esplorano con prudenza. Un’altra caracca scompare, la San Antonio: la si crede sperduta, mentre si scoprirà in seguito che è fuggita per tornare in Spagna. Per cui sono soltanto tre le navi che, il 28 novembre 1520, sbucano nell’immensa distesa del Pacifico.

Forse Magellano aveva sottovalutato la distanza che avrebbe dovuto percorrere una volta trovato il passaggio. Il Pacifico tiene fede al suo nome, i venti sono favorevoli, ma presto il viaggio si trasforma in un incubo. “Mangiavamo non più biscotto, ma polvere de quello con vermi a pugnate” scrive Pigafetta. “Li sorci se vendevano mezzo ducato lo uno e se pur ne avessimo potuto avere.” Molti nell’equipaggio sono colpiti da una misteriosa malattia che fa crescere le gengive fin sopra i denti: lo scorbuto. Uccide una ventina di uomini, compreso il “gigante” della Patagonia che nel frattempo é stato battezzato e, sostiene Pigafetta, muore invocando la Santa Croce.

Dopo avere navigato per tre mesi e venti giorni, la spedizione approda infine alle Isole Marianne e da lì passa nelle Filippine. Il diario registra con grande precision

e le caratteristiche dei nativi, il loro linguaggio e i contatti che si sviluppano con gli Spagnoli.

L’approccio avviene sempre nello stesso modo. Per prima cosa i cannoni sparano una bordata. Dopo di che viene annunciato ai capi locali l’arrivo della flotta del re di Spagna, il più potente sovrano della terra, che vuole essere loro amico e alleato. Infine si fanno scambi di doni: vesti di panno rosso e giallo, coltelli, specchi in cambio di viveri, spezie, oro.

Le cose vanno bene fino a quando il principe di Cebu chiede ai nuovi alleati di aiutarlo a sottomettere un ribelle, il capo dell’isola di Mactan. Magellano accetta: deve tenere alto il suo prestigio. Cosa vuoi che siano pochi selvaggi armati di frecce avvelenate contro i miei archibugi, si sarà detto.

Il 27 aprile 1521 sbarca a Mactan con 60 soldati. Ad aspettarlo ci sono 1500 uomini, disposti in tre squadroni che attaccano di fronte e sui fianchi. Nella mischia disperata che segue, Magellano viene ferito e cade. “Subito li furono addosso con quelle loro lance di canna e con i terciadi, che sono come scimitarre ma più grandi” scrive Pigafetta “finché lo specchio, il lume, il conforto e la vera guida nostra ammazzarono.”

La morte di Magellano fa capire ai nativi che gli stranieri non sono invincibili come avevano creduto. Seguono rivolte in cui altri Spagnoli vengono uccisi. Il centinaio di superstiti non è più sufficiente a governare tre navi: la Concepciòn viene bruciata.

Victoria e Trinidad proseguono verso est al comando di Juan Sebastian Elcano, e finalmente raggiungono le agognate Molucche. Si festeggia a colpi di bombarda. “Non era da meravigliarsi se éramo tanto allegri, ché avevano passato 27 mesi, manco due giorni a cercare Maluco”.

Il sultano accoglie bene gli stranieri. Pigafetta, che ormai funge da diplomatico, ottiene da lui un giuramento di fedeltà alla Spagna. Ci sono però notizie allarmanti: i Portoghesi hanno saputo della spedizione e mandato una flotta per intercettarla. Bisogna fuggire.

Sulle navi vengono caricate in fretta grosse quantità di chiodi di garofano, noce moscata e altre spezie. Fin troppe. Infatti, quando si salpa, la Trinidad imbarca acqua ed è costretta a tornare indietro. Così la gloriosa nave ammiraglia resta nelle Molucche e la Victoria deve affrontare da sola il viaggio di ritorno.

Riesce a costeggiare Sumatra, l’Africa, doppiare il Capo di Buona Speranza senza potersi rifornire in quelle terre, che sono tutte sotto controllo portoghese. “Alcuni dei nostri volevano andare in un luogo dei Portoghesi detto Monzambich, per la nave che faceva acqua, per lo freddo grande e molto più per non avere altro da mangiare… ma alcuni altri, più desiderosi del suo onore che de la propria vita, deliberarono, vivi o morti, volere andare in Spagna.”

Mercoledì 9 luglio approdano a Capo Verde, un avamposto portoghese, e chiedono soccorso facendo finta di essere reduci da una tempesta nell’Atlantico. I Portoghesi ci cascano. Però c’è una notizia sorprendente: secondo loro non è mercoledì, bensì giovedì 10 luglio.

Pigafetta non può credere di avere commesso un errore. Non ha mai tralasciato di compilare il suo diario, neppure durante le tempeste o quando è stato colpito da una freccia avvelenata. Infatti non si tratta di uno sbaglio, ma dell’ultima scoperta fatta grazie alla spedizione: “il viaggio fatto sempre per occidente e ritornato allo stesso luogo, come fa il sole, aveva portato quel vantaggio di ore ventiquattro.”

La “Relazione del primo viaggio intorno al mondo”, consegnata alla corte spagnola nel 1522, va perduta. Carlo ha ben altro per la testa: diventato Imperatore del Sacro Romano Impero deve vedersela con i Turchi, le rivolte in Castiglia, la Francia e i Protestanti. Per fortuna una copia in italiano del manoscritto, ritrovata nel 1797, consegna il diario di Pigafetta all’immortalità.

 

Archivi di storia, approfondimento a cura di:

 

Grazia Maria Francese

62 anni, medico, da 30 anni pratica discipline tradizionali giapponesi (Kendo e Zen), di cui ha tradotto dal giapponese alcuni testi classici. È autrice di tre romanzi storici ambientati nell’alto Medioevo italiano: Arduhinus e L’uomo dei corvi, pubblicati con EEE, Roh Saehlo – Sole rosso, in fase di editing per una prossima riedizione. In corso d’opera un quarto romanzo, ambientato nel Giappone del XVI secolo.

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