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Lei è uno scrittore? Davvero? E si mantiene scrivendo libri? Oppure deve lavorare per vivere?

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Lei è uno scrittore? Davvero?Lei è uno scrittore? Davvero?

Le solite domande poste a uno scrittore e ciò che lui pensa veramente. Non perdetevi l’ultima parte: per chi scrive è pura poesia!

di Giorgio Bianco

Lei è uno scrittore? Davvero? E si mantiene scrivendo libri? Oppure deve lavorare per vivere?

È un discorso spiacevole. Eppure molti di noi, adoratori della penna, hanno dovuto sostenerlo più volte. Per fortuna l’esperienza aiuta, infatti ormai rispondo: “Mi piace scrivere” e con questo chiudo la conversazione. In ogni caso, l’opinione secondo cui possa definirsi scrittore “vero” chi vive soltanto grazie ai suoi libri (preferibilmente nella ricchezza) è ancora molto diffusa.

Vi siete mai chiesti perché?

Io ci ho provato, trovando una serie di risposte, devo dire tutte scoraggianti. La prima è il fuorviante riferimento a modelli inarrivabili ma soprattutto abusati, come Wilbur Smith o Ken Follett. Senza pensare che, se dovessimo considerare veri scrittori soltanto individui di quel successo, librerie e biblioteche del mondo sarebbero vuote. La seconda è la pigrizia. Cercare un buon libro costa fatica ed espone a rischi, meglio affidarsi a una grande vetrina infestata da un titolo solo e concludere: “Se ne hanno stampati così tanti, sarà sicuramente un capolavoro”.

Sotto questo profilo, bisogna dirlo, la colpa è anche della scarsa buona fede con cui alcuni grandi editori inventano e addirittura impongono il successo di un autore, attraverso operazioni che di editoriale hanno poco, ma di commerciale moltissimo. La terza risposta è strettamente legata alla precedente: la mancanza di spirito critico unita alla superficialità.
Esiste una tendenza, assai pericolosa, a ingurgitare tutto ciò che viene propinato. È l’aspetto deteriore dei social forum, dove molti si formano in tre secondi un’opinione su qualsiasi cosa, dalla politica allo spettacolo (curioso accostamento vero?) fino alle scelte etiche sulla procreazione, elargendo torti e ragioni come se piovesse. Non ci si chiede il perché delle cose, non si prova a ragionare, e finalmente, per evitare di cadere, non si cammina più. Altro che scegliere un libro!

Poi ci sono le categorie, le semplificazioni anche violente: è così comodo incasellare il mondo usando etichette come buono/cattivo, giusto/sbagliato, italiano/straniero, amico/nemico, mi piace/non mi piace, scrittore/dilettante… Cervello spento e giù sentenze! Ma c’è un motivo più importante, e più tetro, che regola la maggior parte delle azioni e dei pensieri: il soldo. Tutto si misura in moneta sonante.
Scrivi libri? Sei ricco? Allora sei bravo! I valori autentici vengono in tal modo banalizzati e buttati via, affidando le valutazioni alla pancia, a ciò che è facile giudicare con un sì o con un no, meglio se usando il portafoglio come metro. Tutto questo mi fa paura, e non parlo soltanto di libri. Ricordate i vecchi film western? A un certo punto si decideva che un disgraziato era colpevole, spuntava la corda e tutti insieme urlavano: “Impicchiamolo, amici!”. Notiamo le parole: “Impicchiamolo”, cioè risolviamo il problema in modo sbrigativo, con violenza; e “amici”, cioè quelli che trovano unità nello stesso modo di non pensare e uccidere. Complici, non amici. E non sempre si tratta di un film.

Dunque, le etichette. A chi possiamo appiccicare quella di “scrittore a tempo pieno”? E dove sono gli appartenenti a questa categoria? E quanti sono? Louis-Ferdinand Céline era un medico condotto, mentre Charles Bukowski (fra le altre cose) fece il portalettere. Come classifichiamo questi due autori? Dilettanti di successo? Persone fortunate? Scrittori travestiti?
Io detesto le definizioni, preferisco farmi un’idea e magari cambiarla se non funziona più.

Per me lo scrittore è uno che nella vita non riesce, o quasi, a pensare ad altro che allo scrivere. Uno che, mentre legge un libro, si perde in una frase perché gli richiama alla memoria l’opera che lui stesso sta creando. Quindi comincia a pensare, a rimettere tutto in discussione, finché il volume che ha in mano gli scivola fra le dita e il tonfo lo risveglia da quello stato a metà fra sonno e veglia, ipnosi e lucidità.
Uno scrittore corre dietro alla caffettiera del mattino appuntandosi un’idea su uno scontrino della spesa, mentre l’orologio gli ricorda che anche oggi arriverà tardi al lavoro. Uno scrittore guarda una montagna, ascolta un’aquila, si lascia piangere e tutto questo è l’incipit del capitolo successivo. Uno scrittore ama e odia le parole che si allungano sotto la sua penna perché raccontano verità feroci, specchiano la vita, la corteggiano e la condannano. E quando s’innamora, quando accarezza capelli e bacia occhi, inspira profumi e ascolta l’abbraccio della pelle, quando muore e rinasce in un’altra persona, lo scrittore sa che tutto questo non è un lavoro, non si paga con i soldi, non è realtà e non è finzione: è letteratura.

Con buona pace di chi ci domanda quanto abbiamo incassato dall’ultimo romanzo, con buona pace dei superficiali, degli annoiati e del bestseller di turno che colonizza perfino gli autogrill e il reparto cancelleria dei supermercati.

giorgio_mondoGiorgio Bianco 

Leggere, scrivere, perdersi nella musica o lungo il pendio di una montagna. Avido della vita fra risate e malinconia, Giorgio Bianco scrive grazie all’emozione. I suoi romanzi sembrano gialli, in realtà esplorano sentimenti come amore, odio, furia e rimpianto. Nato a Torino nel 1964, dove vive, è vicedirettore del “Corriere di Chieri”e autore presso EEE. Incapace d’invecchiare, ha scelto di fuggire con gli sci ai piedi.

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4 commentsOn Lei è uno scrittore? Davvero? E si mantiene scrivendo libri? Oppure deve lavorare per vivere?

  • Stupendo articolo che rispecchia l’animo di tutti gli appassionati della scrittura, letteratura in generale. Quante volte mi sono sentita derisa, presa con superficialità, quasi che la scrittura fosse un cappellino stravagante e ridicolo, indossato per attirare l’attenzione. La gente giudica, non si pone domande, non conosce i sacrifici che comporta una passione. T fa un sorrisino compassionevole e passa ad argomenti futili, che ritiene più importanti. Facciano pure, uno scrittore non smetterà mai di esserlo, se si inizia è dipendenza pura. Grazie.

  • Bell’articolo. Condivido tutto. E’ proprio così…

  • bella immagine di uno scrittore, intima e reale.

  • Passione e rabbia. Emozioni che divorano dall’interno, si sublimano sulla carta e sferzano, attraggono, stupiscono, commuovono. Parole che infilano, pressandosi, il camino di un vulcano per esplodere in un urlo che libera: Voglio scrivere! Al di là di classificazioni, generi, aspettative. Perchè scrivere è, prima di tutto , libertà.
    Non nuoce che si voglia ricordarlo, rivendicare la perfetta espressione della mente: fuoco, senza catene.

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